La città ha eletto il sindaco-immigrato Mamdani e ora attende la rappresaglia di Trump. La sua milizia anti-migranti è già in città, nel tribunale migratorio al 26 di Federal Plaza. Quegli agenti con il passamontagna nero potrebbero presto diventare migliaia
I corridoi del tribunale per l’immigrazione di Federal Plaza, affollati di agenti dell’Ice – Andrea Renault/Ap
«Ho parlato con il diavolo», mormora in spagnolo una donna alle persone che camminano insieme a lei mentre attraversa il corridoio bianco illuminato da una luce fredda, da ospedale. Il diavolo è un agente dell’Ice piazzato all’intersezione dei corridoi al 12esimo piano di 26 Federal Plaza.
È la sede del tribunale dell’immigrazione di New York, e quel particolare diavolo dispensa informazioni anche in spagnolo a chi passa di lì ammutolito in cerca dell’aula dove si terrà la propria udienza, del proprio avvocato, della sala d’attesa. Il volto nascosto da un passamontagna come quello dei colleghi che pattugliano il piano, non dà indicazioni per cortesia ma come asserzione del proprio potere: di essere lì, di incombere sul futuro di chi incrocia la sua strada, di poter esercitare la propria discrezionalità come e quando desidera.
«Sembra che tu ti sia perso», grida dietro sibillino a un uomo di passaggio che rifiuta di parlargli.
Mentre in città si festeggia l’elezione di Zohran Mamdani, dentro il tribunale l’occupazione degli agenti dell’immigrazione inviati dall’amministrazione Trump – il suo ritratto e quello di JD Vance accolgono i malcapitati all’ingresso dell’edificio – è iniziata da tempo: «Sono qui tutte le mattine, tutta la mattinata, da cinque mesi» ci racconta Carol, giornalista e fotografa che ha documentato tutte le atrocità avvenute in questi anonimi corridoi. Famiglie separate davanti agli occhi impotenti dei figli, persone portate via di peso implorando pietà, il giornalista sbattuto a terra dall’Ice qualche settimana fa che ha riportato una commozione cerebrale, il prete cattolico Fabian Arias – della Saint Peter’s Church – che offre conforto come può e che dispensa sorrisi a chiunque incroci il suo sguardo e non abbia il volto coperto.
TUTTE LE MATTINE, qui, un piccolo gruppo di giornalisti inizia la sua giornata di lavoro: testimoniare quello che sta accadendo dietro porte chiuse. In attesa che da un momento all’altro si riversi su New York quello a cui stiamo assistendo a Portland, Los Angeles, Chicago. Che il diavolo esca nelle strade.
Solo pochi giorni fa a Chicago, fra i tanti episodi che si stanno verificando da settimane, una maestra è stata trascinata fuori da un asilo da agenti armati, il volto coperto e senza mandato: ora è nel centro di detenzione di Broadview.
AL 26 DI FEDERAL Plaza gli agenti dell’Ice – riporta l’Intelligencer – hanno una lista: non si sa quali nomi ci siano sopra e perché, ma ogni tanto chi esce dalla regolare udienza a cui si è presentato per regolarizzare il proprio status viene arrestato e portato in un centro di detenzione. «Fortuna che non ci sono italiani sulla lista», scherza con noi una guardia di sicurezza dell’edificio. Anche le battute qui pesano come pietre, come quella che fa un collega rivolto a un’altra guardia del tribunale, un giovane uomo in cui si percepisce chiaramente il senso di impotenza per la presenza degli agenti dell’Ice: «Sono come i mostri sotto il letto di un bambino». La paura è dipinta sul volto di tutti quelli che passano da qui per la loro udienza, a stento contenuta dietro un silenzio angosciato: a eccezione di qualche chiacchiera fra giornalisti, guardie, o gli stessi agenti dell’Ice, al piano regna il silenzio dell’attesa e l’attenzione a malapena dissimulata per ogni mossa degli agenti.
IL PALAZZO È LORO: l’ufficio dell’Ice è la prima
cosa che si vede entrando nella lobby dove si fanno i controlli di sicurezza, mentre all’esterno dei volontari passano la mattinata a distribuire volantini a chi aspetta di entrare. Ci sono elencati i loro diritti, come agire in caso di arresto, informazioni utili.
Qui fuori ci sono state le proteste spontanee dopo il raid di Chinatown, e pochi metri più in là, a Foley Square, ogni giovedì all’una e alle 4 e mezzo si riunisce anche un piccolo gruppo di «mindful rebels», che siede in cerchio con cartelli anti Ice (“Ice uguale Gestapo”, o “L’America è stata costruita da immigrati”) . Accolgono chiunque passi e che voglia testimoniare la propria storia o la propria indignazione, meditano, e alcuni di loro partecipano al volontariato per gli immigrati obbligati a entrare al 26 di Federal Plaza: «Prendono i contatti dei loro cari in modo da poter dare loro informazioni se ce n’è bisogno», racconta un’attivista. «Sono contenta di essere qua con amici e osservatori. A essere testimone delle ingiustizie che stanno accadendo in questo paese, proprio qui e ora. Vicini, compagni e immigrati che vengono arrestati illegalmente. Trattati con brutalità», dichiara una donna.
C’È CHI PROTESTA anche nei corridoi del 12esimo piano: «Vivo a Newark, sono dovuto venire a vedere con i miei occhi, perché alle volte la stampa esagera le cose». Jose Saud è un avvocato di origini cubane: affronta due agenti dell’Ice che lo osservano da dietro gli occhiali da sole tenendo le braccia conserte, e non dicono una parola. «Bisogna proteggere la legge, le maschere che indossate sono illegali, quello che fate è illegale». Rivolge lo sguardo alla sala d’attesa dove le persone aspettano il loro turno: «Il 90% di questa gente fa lavori che non un singolo americano fa. Si fanno un mazzo, pagano le tasse. Ho servito nell’esercito di questo Paese, so che cosa rappresenta: e non è questo». «Quello che sta succedendo è spregevole, sono stufo di questo bullismo istituzionalizzato. È una vergogna». «Non so da dove veniate ma sono certo che non siete nativi americani. Cercate di provare compassione perché quello che state facendo un giorno danneggerà anche voi. Ma voi non mi ascolterete, certo che no».
UNA DONNA ESCE dalla sua udienza scortata da due volontarie, entra nell’ascensore tremando per timore di essere fermata. «Que miedo», che paura, sospira quando si chiudono le porte. Ma 12 piani sono tanti, e ogni volta che l’ascensore si ferma a un livello intermedio tutti trattengono il respiro in attesa che si aprano le porte. Arrivati al piano terra, le volontarie la scortano fino all’uscita e una di loro si ferma, la segue con lo sguardo fino alla strada, finché è possibile: «Alle volte li prendono appena escono». Poi torna indietro: la giornata non è ancora finita.
giovanna branca
