H2 L’opzione idrogeno a Km zero è la più sensata. Ma non decolla. Progetti a Trieste e Livorno, esperienze in Umbria e in Emilia. Il porto di Civitavecchia al palo
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L’«Iris Ceramiche» di Castellarano (RE), concepito per l’utilizzo dell’idrogeno, dotato di pannelli solari sul tetto che alimentano due elettrolizzatori per forni
Nessuna infrastruttura di distribuzione, ma distretti dell’idrogeno o singoli elettrolizzatori al servizio di grandi o piccole industrie e per sistemi di mobilità locale. Produrre e utilizzare l’idrogeno a KM zero è l’opzione più sensata perché trasportare questo gas a lunga distanza comporta un dispendio energetico tale da rendere il sistema inefficiente, senza contare l’impatto ambientale che avrebbe la costruzione di una nuova rete di gasdotti dedicati all’idrogeno. Parliamo di idrogeno verde, quello prodotto tramite elettrolizzatori (scompongono l’acqua in ossigeno e idrogeno) alimentati con energia rinnovabile.
UNA RICOGNIZIONE DEI POCHISSIMI elettrolizzatori già attivi in Italia ci porta a Città di Castello dove la cooperativa «Ceramiche Noi» produce piatti e vasi da tavola con un forno alimentato da una miscela di metano e un 10% di idrogeno autoprodotto tramite un elettrolizzatore alcalino a sua volta alimentato da un impianto fotovoltaico da 150 Kw installato sul tetto. Per un’impresa altamente energivora come quella ceramica, dove il prezzo dell’energia incide per il 30% sul costo di produzione, l’impennata del prezzo del gas del 2022 è stato un punto di svolta: di fronte all’aumento del 460% della bolletta energetica, «Ceramiche Noi» si è trovata costretta a cambiare il sistema di alimentazione dei forni, in un primo momento tornando al GPL con una spesa di 50 mila euro per adeguare i bruciatori, e poi con la decisione di dotarsi di un elettrolizzatore realizzato da Sacofgas, sempre di Città di Castello, ditta specializzata in misuratori di gas, che ha reagito alla crisi investendo sugli elettrolizzatori: quello fornito a «Ceramiche Noi» è il loro primo impianto, costo 100mila euro, in funzione da giugno 2025.
SCELTA AZZECCATA? «Siamo ancora in una fase sperimentale, una valutazione complessiva la faremo tra qualche tempo – ci dice il presidente della cooperativa «Ceramiche Noi», Marco Brozzi – Certo è che durante l’estate, quando l’impianto fotovoltaico rende al massimo, abbiamo risparmiato più del 15% sul gas, oltre a ridurre proporzionalmente le emissioni di CO2. Per ora siamo in grado di miscelare solo il 10% di idrogeno, perché di più non riusciamo a produrne, ma il forno potrebbe reggere fino al 30%. Alla fine del prossimo anno decideremo se vale la pena incrementare la produzione. Ci hanno anche proposto di acquistare idrogeno e stoccarlo qui, e ci sarebbero pure diversi fondi europei, ma oggi realizzare un impianto di stoccaggio a norma non è semplice perché non esiste una legge che ti dice come farlo. L’impianto di produzione che abbiamo noi è il primo in Umbria, i vigili del fuoco hanno preso noi come esempio, lo abbiamo messo a punto assieme». Sull’utilizzo dell’idrogeno serve ancora molta ricerca, sperimentazione e buone pratiche. Per orientarsi, Brozzi è andato in Spagna dove, grazie ad una diffusione maggiore di impianti di energie rinnovabili e ad un surplus di produzione, anche gli elettrolizzatori sono più diffusi.
LA VICENDA DI QUESTI AUTENTICI pionieri dell’idrogeno merita di essere ricordata: «Ceramiche Noi» è una cooperativa creata nel 2019 al posto di un’impresa che doveva essere rilocalizzata in Armenia ma che 11 lavoratori sono riusciti a rilevare e rilanciare: tra questi, anche il nipote del creatore della manifattura, Brozzi, che a sua volta aveva dovuto cedere l’attività con la crisi del 2008. Ora da 11, i lavoratori della cooperativa sono 26.
STESSA SCELTA STRATEGICA PER ABBATTERE emissioni e costo dell’energia, solo in scala maggiore, è quella di «Iris Ceramiche» di Castellarano (Reggio Emilia), colosso della produzione di piastrelle, che nel 2023 ha realizzato uno stabilimento concepito per l’utilizzo dell’idrogeno, dotato di pannelli solari sul tetto da 3,8 Mw (estesi come 2 campi da calcio) che alimentano due elettrolizzatori temporanei per forni che bruciano una miscela di gas e idrogeno al 7%. Quando sarà realizzato l’elettrolizzatore definitivo (1 MW), l’idrogeno potrà arrivare al 50%, e nell’arco di 5 anni al 100%: lo stesso modello verrebbe poi esteso ad altre sedi del gruppo in Italia, Germania e Stati Uniti.
CON I FONDI DEL PNRR (circa 3 miliardi €) si corre per realizzare entro la fatidica data del 30 giugno 2026 alcuni distretti dell’idrogeno (hydrogen valley) in aree industriali dismesse come si sta facendo nel porto di Trieste (20 milioni €) dove, l’accoppiata fotovoltaico ed elettrolizzatori consentirà di produrre idrogeno da utilizzare sia per un impianto di accumulo di energia (2Mw) sia per uno stoccaggio ad alta pressione per alimentare i mezzi pesanti della logistica portuale e gli autobus del trasporto pubblico locale. Nel porto di Marghera (17 milioni di euro), verrà creato un hub logistico per la distribuzione di idrogeno con carri bombolai, come si sta facendo ad Arquata Scrivia (Alessandria). Anche la Solvay di Rosignano (Livorno) sta costruendo un sistema di elettrolisi da 5MW, con 10MW di fotovoltaico, che consentirà di abbattere le emissioni del 15%.
TUTTO FERMO INVECE A CIVITAVECCHIA, dove l’idrogeno verde gioca un ruolo chiave nel grande piano di riconversione della centrale a carbone dell’Enel, già finanziato da Eni Pluenitude, Fondo sovrano danese e Cassa depositi e prestiti, inspiegabilmente rallentato dal governo.
