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Russia globale Il leader russo in India, e Trump già allenta le sanzioni a Lukoil. Sfiducia degli europei: «Non lasciamo solo Zelensky con quei tizi»

Vladimir Putin abbracciato dal primo ministro dell’India Modi in un aeroporto militare di New Delhi Ap Vladimir Putin abbracciato dal primo ministro dell’India Modi in un aeroporto militare di New Delhi – Ap

Da Anchorage (Alaska) a Nuova Delhi Vladimir Putin cavalca l’onda di quella che sembra essere a tutti gli effetti una riabilitazione internazionale, perlomeno a livello di immagine. Dopo aver “incassato” martedì la missione diplomatica dei funzionari statunitensi Witkoff e Kushner a Mosca, il presidente russo coglie l’occasione della sua visita presso l’alleato indiano iniziata ieri per rilanciare la sua visione dei negoziati in corso, della guerra in Ucraina e, con la retorica cutural-storicista che gli è solita, anche del mondo.

DURANTE UN’INTERVISTA concessa al canale televisivo India Today il leader del Cremlino è tornato sugli ormai famosi 28 punti (che, a detta sua e pure del proprio collaboratore Ushakov, sarebbero diventati 27) del “piano di pace” insistentemente promosso in queste ultime settimane dall’inquilino della Casa Bianca Donald Trump. «O le truppe di Kiev si ritirano dal Donbass o ci riprenderemo quei territori con la forza», ha detto Putin, spiegando (come ha fatto altre volte ma forse ieri con maggiore enfasi) che la Russia non può abbandonare le persone oppresse dal «regime ucraino», i russofoni e i fedeli della chiesa ortodossa russa.

D’altra parte, dal suo punto di vista, è stato l’«Occidente» a iniziare la guerra nel 2014 e l’intervento di Mosca è, tutto all’opposto, un tentativo di fermare le violenze. Gli sforzi del nuovo presidente statunitense sono dunque «genuini», e mossi soprattutto da preoccupazioni umanitarie, ma non tengono conto dei problemi «politici» che vanno risolti prima di porre fine al conflitto. A tal proposito, Putin lancia segnali ambigui. Da una parte, sempre nell’intervista, ribadisce che tutti gli obiettivi che la Russia si è posta all’inizio dell’invasione vanno portati a termine.

Dall’altra, l’accento sembra ormai spostato quasi esclusivamente sul Donbass (data per acquisita ipso facto la Crimea, che anzi non sarebbe mai stata ucraina) e, pur lievemente, sfuma il giudizio sul leader di Kiev, Volodymyr Zelensky, non per forza «illegittimo» ma comunque ostaggio delle decisioni di «gruppi nazionalisti e nazisti». Come a dire: un qualche spiraglio per un accomodamento magari c’è, ma solo alle mie condizioni. Condizioni che vengono ben e volentieri puntellate da bombardamenti e attacchi con droni o artiglieria: la notte scorsa è stata particolarmente intensa nel sud e nel nord-est dell’Ucraina, con feriti a Karkhiv e morti a Kherson, mentre a Odessa a essere colpito è un impianto energetico con conseguente blackout per decine di migliaia di persone – riferiscono le fonti locali.

AL SOLITO, sul campo di battaglia il bastone e nelle dichiarazioni ufficiali una melliflua temperanza. Questa, però, pare ormai rivolta soprattutto a quanto non è Europa: Putin infatti non manca di solleticare gli interessi affaristici che vorrebbero la Russia di nuovo integrata nell’economia mondiale («abbiamo lettere di aziende Usa che non vedono l’ora di riprendere i rapporti») e dichiara l’ordine stabilito dalle potenze del G7 ormai concluso, strizzando l’occhio alle visioni multipolari in cui l’India (oltre alla Cina che intanto riceve il presidente francese Macron) gioca un ruolo fondamentale.

NON STUPISCE pertanto che l’entusiasmo e la fiducia di Kiev e alleati verso il processo negoziale ma in particolare nei confronti dell’amministrazione Usa non sia ai massimi livelli. Una delegazione ucraina guidata dal consiglio della sicurezza nazionale Rustem Umerov si è incontrata ieri a Miami (Florida) con il già citato emissario trumpiano Witkoff, mentre sulla stampa serpeggiano considerazioni da parte dei leader continentali poco lusinghiere rispetto al processo in corso. Secondo indiscrezioni ottenute da Der Spiegel e arricchite anche da fonti del Kyiv Indipendent, durante la conversazione fra Zelensky, i vertici Nato e alcuni capi di stato europei di martedì, il presidente finlandese Alexander Stubb avrebbe espresso timore sul fatto che gli ufficiali Usa stiano avvantaggiando i russi, suggerendo di «non lasciare più solo con quei tizi» il leader di Kiev nei futuri incontri. Mossa opposta dalla nostra premier Giorgia Meloni, che invece vi avrebbe visto un segno di debolezza.

ANCHE MACRON si sarebbe detto timoroso che Washington sia concretamente intenzionata a spingere per un accordo a discapito delle ragioni ucraine, le quali, in effetti, non sembrano prioritarie per la Casa Bianca (ieri Trump ha anche annacquato le sanzioni che lui stesso aveva imposto alla russa Lukoil, consentendo alle sue stazioni di servizio di operare negli Usa). Più che alle trattative di pace, si può dire, si è ancora nella fase di ricerca delle alleanze.