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Il limite ignoto «Andatevene o me lo prendo a forza», ha detto Putin. Sul campo va peggio che mai, la fortezza Kramatorsk si prepara all’assedio

Leggi ancheLa terra di nessuno dietro l’ultima fortezza del Donbass

Soldati ucraini a Zaporizhzhia, foto Getty Images Soldati ucraini a Zaporizhzhia – foto Getty Images

«Non si può fare altro». La frase, declinata nei modi più disparati, è il leit motiv delle vite dei soldati nel Donbass. La fine della guerra, la ritirata o l’arroccamento a Kramatorsk per prepararsi a quello che sarà l’assedio più duro dall’inizio dell’invasione non sono ipotesi, sono disposizioni del comando. I movimenti dei reparti russi in tutto il Donetsk delineano una manovra di ampio raggio suddivisa per settori che stavolta ha un obiettivo chiaro: strangolare il capoluogo prima dell’inizio dell’assalto finale. Tra i soldati chiamati a preparare la difesa persino i più convinti o quelli che hanno perso la capacità di pensare a una via d’uscita non possono fare a meno di soffermarsi su un dubbio velenoso: a che serve morire se tra non molto potrebbe essere raggiunto un accordo?

«QUESTO non ci riguarda» dice Dmitry fuori a un caffè di Kramatosk, circondato da altri tre commilitoni. Sembra stanco anche lui di ripeterlo e glielo facciamo notare. «Voi europei pensate che si possa decidere. Sei stanco, dormi. Hai fame, mangi. Vuoi smettere di combattere, smetti. Non funziona così, ma lo capirete anche voi». Ancora con la storia che Vladimir Putin non si fermerà in Ucraina, che la prossima sarà la Polonia e poi chissà. Si arrabbiano, ma quando gli facciamo notare che non stanno parlando con Donald Trump iniziano a insultare lui. «Devi capire…». Niente, non si può capire, già è difficile raccontarlo figuriamoci capire. Comunque ci tengono: «…che se fosse per convenienza ce ne dovremmo andare subito. I russi sono più di noi, hanno più armi, il loro Paese è più grande e non dipende dagli aiuti esterni. Se molliamo noi è finita per l’Ucraina».

IL PROBLEMA è che anche se i soldati si immolassero tutti – cosa tutt’altro che verosimile, per uno che pensa davvero al martirio ce ne sono chissà quanti che non vedono l’ora di tornare a casa, anche se questi due tipi usano le stesse frasi – potrebbe finire male lo stesso. L’eventualità remota di uno scontro all’ultimo sangue resta comunque sfavorevole agli ucraini, nonostante abbiano dimostrato di essere soldati migliori. I russi erano circa 144 milioni prima del 2022 e gli ucraini 40, il rapporto tra i due territori è di quasi 1 a 30, l’economia di Mosca è alimentata dall’enorme disponibilità di materie prime, soprattutto idrocarburi, in un territorio dove si può continuare a vivere normalmente a eccezione delle regioni frontaliere, mentre l’Ucraina senza l’Occidente si fermerebbe domani. In altri termini la possibilità di continuare la guerra per Kiev è soggetta all’esaurimento dei mezzi interni (i soldati) ed esterni (i finanziamenti e le forniture militari). Sul fronte interno, oltre alla sfiducia verso le istituzioni accentuata dallo scandalo corruzione, gli episodi di aggressioni violente agli agenti del servizio di reclutamento si fanno sempre più frequenti e non è raro che qualche passante intervenga in aiuto dei fermati. Come l’altro giorno a Odessa, quando un piccolo gruppo ha riempito di calci e pugni gli uomini in mimetica per aiutare a scappare un renitente sorpreso per strada.

LE VARIANTI sono in parte simili ma non uguali per il Cremlino che reprime il dissenso interno in modo brutale senza dover sottostare al controllo degli alleati da cui non dipende la possibilità o meno di proseguire a combattere.

«MA I RUSSI avanzano» è il feticcio di ogni membro del fan club di Putin in giro per il mondo. Il quale dall’India ha dichiarato «se gli ucraini non abbandoneranno il Donetsk e smetteranno di combattere, ce lo prenderemo con la forza». Ed è sicuramente vero. Non è neanche il caso di chiedersi a che costo, dato che gli stessi sostenitori del Cremlino che si sono auto-nominati difensori della Russia dall’odio occidentale dimostrano totale disinteresse verso la vita degli uomini di quel Paese mandati a morire da ufficiali che ne dispongono spesso come servi della gleba. Basterebbe fare una piccola ricognizione sui canali Telegram dove puntualmente vengono pubblicati i video delle punizioni corporali inflitte ai soldati, dicono, per motivi futilissimi. C’è chi viene legato nudo a un albero e lasciato al freddo, chi è picchiato a sangue (qualcuno muore anche), altri ancora sono seviziati nei modi più disparati. Non è la propaganda della Nato, sono gli stessi commilitoni russi che, spesso ubriachi (almeno così pare dalle urla scomposte), pubblicano i video. Perciò soffermiamoci sul campo.

La situazione nel Donetsk è addirittura peggio di quel che sembra. I reparti russi sono avanzati in tutte le direzioni. L’impressione è che Pokrovsk sia ormai caduta anche se manca l’ufficialità. Probabilmente gli ucraini resistono in delle zone della città anche per permettere la ritirata. O almeno per evitare che si debba fare il triste annuncio a trattative in corso. Zelensky attraverso il Comandante in capo delle forze armate Oleksandr Syrsky (odiatissimo dai soldati) sembra aver preteso di nuovo che l’esercito si immoli per mantenere il punto sui territori contesi. Come a Bakhmut.

INFATTI I SUOI negano, nonostante Putin con la boria di chi è in vantaggio inviti i giornalisti a visitarla al seguito delle truppe russe. Ma la sorte di questa cittadina assediata da 17 mesi (più di Stalingrado) è solo il più evidente dei problemi ucraini. Gli altri vengono da Myrnograd (poco distante), chiusa da tre lati e quasi accerchiata del tutto. Da Lyman, in posizione dominante sui centri ucraini sottostanti a nord-est di Kramatorsk, dove i russi dicono di aver infiltrato gruppi di avanguardie e rivendicano combattimenti nell’area urbana. Dalla strada di Izyum (che sale a nord verso Kharkiv) e da Kostiantinivka a sud.

SULLA MAPPA è evidente un dato: l’assedio di Kramatorsk è già iniziato. Per ora le manovre hanno un raggio molto ampio, che nasconde in parte il reale scopo dei russi in questa fase, ovvero tagliare le vie di rifornimento al capoluogo regionale. Da sud già non si passa più, da nord neanche (senza contare le strade sterrate interne, comunque pericolose ma meno controllate), a est ci sono i territori occupati. E a ovest? Il punto è questo: la battaglia di Pokrovsk ha già obbligato chiunque voglia arrivare a Kramatorsk da Dnipro a effettuare lunghe deviazioni. Le reti a protezione della strada iniziano quasi al confine della regione, segno del fatto che il pericolo è arrivato fin lì. E se non ci si può spostare non si possono portare rifornimenti, non si dà l’autorizzazione per le rotazioni, non arrivano i camion ai supermercati e inizia a mancare tutto. Non è ancora così, a Kramatorsk non manca quasi nulla nonostante i bombardamenti incessanti e le continue interruzioni di corrente. Ma il cappio si stringe inesorabile, è solo questione di tempo.

«Non si può fare altro». La frase, declinata nei modi più disparati, è il leit motiv delle vite dei soldati nel Donbass. La fine della guerra, la ritirata o l’arroccamento a Kramatorsk per prepararsi a quello che sarà l’assedio più duro dall’inizio dell’invasione non sono ipotesi, sono disposizioni del comando. I movimenti dei reparti russi in tutto il Donetsk delineano una manovra di ampio raggio suddivisa per settori che stavolta ha un obiettivo chiaro: strangolare il capoluogo prima dell’inizio dell’assalto finale. Tra i soldati chiamati a preparare la difesa persino i più convinti o quelli che hanno perso la capacità di pensare a una via d’uscita non possono fare a meno di soffermarsi su un dubbio velenoso: a che serve morire se tra non molto potrebbe essere raggiunto un accordo?

«QUESTO non ci riguarda» dice Dmitry fuori a un caffè di Kramatosk, circondato da altri tre commilitoni. Sembra stanco anche lui di ripeterlo e glielo facciamo notare. «Voi europei pensate che si possa decidere. Sei stanco, dormi. Hai fame, mangi. Vuoi smettere di combattere, smetti. Non funziona così, ma lo capirete anche voi». Ancora con la storia che Vladimir Putin non si fermerà in Ucraina, che la prossima sarà la Polonia e poi chissà. Si arrabbiano, ma quando gli facciamo notare che non stanno parlando con Donald Trump iniziano a insultare lui. «Devi capire…». Niente, non si può capire, già è difficile raccontarlo figuriamoci capire. Comunque ci tengono: «…che se fosse per convenienza ce ne dovremmo andare subito. I russi sono più di noi, hanno più armi, il loro Paese è più grande e non dipende dagli aiuti esterni. Se molliamo noi è finita per l’Ucraina».

IL PROBLEMA è che anche se i soldati si immolassero tutti – cosa tutt’altro che verosimile, per uno che pensa davvero al martirio ce ne sono chissà quanti che non vedono l’ora di tornare a casa, anche se questi due tipi usano le stesse frasi – potrebbe finire male lo stesso. L’eventualità remota di uno scontro all’ultimo sangue resta comunque sfavorevole agli ucraini, nonostante abbiano dimostrato di essere soldati migliori. I russi erano circa 144 milioni prima del 2022 e gli ucraini 40, il rapporto tra i due territori è di quasi 1 a 30, l’economia di Mosca è alimentata dall’enorme disponibilità di materie prime, soprattutto idrocarburi, in un territorio dove si può continuare a vivere normalmente a eccezione delle regioni frontaliere, mentre l’Ucraina senza l’Occidente si fermerebbe domani. In altri termini la possibilità di continuare la guerra per Kiev è soggetta all’esaurimento dei mezzi interni (i soldati) ed esterni (i finanziamenti e le forniture militari). Sul fronte interno, oltre alla sfiducia verso le istituzioni accentuata dallo scandalo corruzione, gli episodi di aggressioni violente agli agenti del servizio di reclutamento si fanno sempre più frequenti e non è raro che qualche passante intervenga in aiuto dei fermati. Come l’altro giorno a Odessa, quando un piccolo gruppo ha riempito di calci e pugni gli uomini in mimetica per aiutare a scappare un renitente sorpreso per strada.

LE VARIANTI sono in parte simili ma non uguali per il Cremlino che reprime il dissenso interno in modo brutale senza dover sottostare al controllo degli alleati da cui non dipende la possibilità o meno di proseguire a combattere.

«MA I RUSSI avanzano» è il feticcio di ogni membro del fan club di Putin in giro per il mondo. Il quale dall’India ha dichiarato «se gli ucraini non abbandoneranno il Donetsk e smetteranno di combattere, ce lo prenderemo con la forza». Ed è sicuramente vero. Non è neanche il caso di chiedersi a che costo, dato che gli stessi sostenitori del Cremlino che si sono auto-nominati difensori della Russia dall’odio occidentale dimostrano totale disinteresse verso la vita degli uomini di quel Paese mandati a morire da ufficiali che ne dispongono spesso come servi della gleba. Basterebbe fare una piccola ricognizione sui canali Telegram dove puntualmente vengono pubblicati i video delle punizioni corporali inflitte ai soldati, dicono, per motivi futilissimi. C’è chi viene legato nudo a un albero e lasciato al freddo, chi è picchiato a sangue (qualcuno muore anche), altri ancora sono seviziati nei modi più disparati. Non è la propaganda della Nato, sono gli stessi commilitoni russi che, spesso ubriachi (almeno così pare dalle urla scomposte), pubblicano i video. Perciò soffermiamoci sul campo.

La situazione nel Donetsk è addirittura peggio di quel che sembra. I reparti russi sono avanzati in tutte le direzioni. L’impressione è che Pokrovsk sia ormai caduta anche se manca l’ufficialità. Probabilmente gli ucraini resistono in delle zone della città anche per permettere la ritirata. O almeno per evitare che si debba fare il triste annuncio a trattative in corso. Zelensky attraverso il Comandante in capo delle forze armate Oleksandr Syrsky (odiatissimo dai soldati) sembra aver preteso di nuovo che l’esercito si immoli per mantenere il punto sui territori contesi. Come a Bakhmut.

INFATTI I SUOI negano, nonostante Putin con la boria di chi è in vantaggio inviti i giornalisti a visitarla al seguito delle truppe russe. Ma la sorte di questa cittadina assediata da 17 mesi (più di Stalingrado) è solo il più evidente dei problemi ucraini. Gli altri vengono da Myrnograd (poco distante), chiusa da tre lati e quasi accerchiata del tutto. Da Lyman, in posizione dominante sui centri ucraini sottostanti a nord-est di Kramatorsk, dove i russi dicono di aver infiltrato gruppi di avanguardie e rivendicano combattimenti nell’area urbana. Dalla strada di Izyum (che sale a nord verso Kharkiv) e da Kostiantinivka a sud.

SULLA MAPPA è evidente un dato: l’assedio di Kramatorsk è già iniziato. Per ora le manovre hanno un raggio molto ampio, che nasconde in parte il reale scopo dei russi in questa fase, ovvero tagliare le vie di rifornimento al capoluogo regionale. Da sud già non si passa più, da nord neanche (senza contare le strade sterrate interne, comunque pericolose ma meno controllate), a est ci sono i territori occupati. E a ovest? Il punto è questo: la battaglia di Pokrovsk ha già obbligato chiunque voglia arrivare a Kramatorsk da Dnipro a effettuare lunghe deviazioni. Le reti a protezione della strada iniziano quasi al confine della regione, segno del fatto che il pericolo è arrivato fin lì. E se non ci si può spostare non si possono portare rifornimenti, non si dà l’autorizzazione per le rotazioni, non arrivano i camion ai supermercati e inizia a mancare tutto. Non è ancora così, a Kramatorsk non manca quasi nulla nonostante i bombardamenti incessanti e le continue interruzioni di corrente. Ma il cappio si stringe inesorabile, è solo questione di tempo.