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Palestina L’ex premier britannico non sarà nel Board of Peace di Trump per le proteste arabe ma lavorerà comunque al «dopoguerra». Il movimento islamico palestinese: troppe violazioni israeliane, i mediatori facciano pressioni

Taghreed Al-Assi e il figlio Yasser cucinano la cena fuori dalla loro tenda a Gaza City Ap/Abdel Kareem Hana aghreed Al-Assi e il figlio Yasser cucinano la cena fuori dalla loro tenda a Gaza City – Ap/Abdel Kareem Han

«Satana non era disponibile». Così, intervistata tre mesi fa dalla Bbc, la giornalista britannica Ash Sarkar aveva ironizzato sull’ingresso di Tony Blair nei piani per il dopoguerra a Gaza. Ancora non era stata svelata l’idea del Board of Peace di marca trumpiana, né i 20 punti che a metà ottobre sarebbero stati siglati a Sharm el-Sheikh.

Ma il ruolo dell’ex premier britannico era già emerso sulla stampa internazionale: il piano ideato da Blair è stato l’embrione di quello di Trump. A metà settembre, un mese prima dell’entrata in vigore della «tregua», il presidente Usa aveva dato il suo assenso al progetto di Blair di consegnare Gaza a un meccanismo amministrativo temporaneo (Gita, Gaza International Transitional Authority) che avrebbe dovuto coinvolgere una manciata di palestinesi per lasciare spazio e potere alle potenze globali e regionali.

L’EX PRIMO MINISTRO laburista, capofila della devastazione neocoloniale dell’Asia occidentale, era già apparso all’orizzonte, tirato in ballo insieme al suo think tank – il Tony Blair Institute for Global Change – nella «Riviera» dorata immaginata dal tycoon, fondata sull’assunto più terribile: la pulizia etnica dei palestinesi.

È di ieri la notizia, pubblicata dal Financial Times, della decisione di Blair di farsi da parte. Non siederà nel Board of Peace, entità fumosa, di cui si conosce soltanto l’autoproclamato presidente, Donald Trump. Nessun dettaglio su composizione, mandato, struttura di comando e copertura militare. Potrebbero emergere nei prossimi giorni, entro Natale.

L’ex premier sarebbe stato costretto a un mezzo passo indietro dalle proteste di alcuni paesi arabi, che ne ricordano bene il ruolo nello smantellamento del diritto internazionale inaugurato in Iraq nel 2003.

NON SIGNIFICA un’eclissi definitiva: secondo fonti a lui vicine, resterà nei paraggi in una sorta di comitato esecutivo insieme al genero di Trump, Kushner, e al suo inviato Witkoff. Non ai vertici, ma al livello immediatamente inferiore. A quanto pare, aggiunge la fonte al Ft, «agli americani piace e anche agli israeliani». Riprova ne sono i continui incontri con il premier israeliano Netanyahu, l’ultimo due settimane fa, scriveva ieri Haaretz

Eppure nonostante i continui riferimenti – di Trump e di Netanyahu – a una seconda fase ormai imminente, sembra più conveniente al momento tenere tutto congelato: nessuna ricostruzione e nessun ritiro israeliano significano la contemporanea avanzata della «linea gialla» che ormai Tel Aviv dà per confine ufficiale e che spacca Gaza in due. Da parte europea, non vola una mosca, anche il dossier Palestina è stato affidato a Trump con – sembra – quasi un certo sollievo.

IERI SULLA FASE 2 è intervenuto Hamas, definendo il suo inizio impossibile di fronte alle continue violazioni israeliane della tregua. All’Afp lo ha detto Hossam Badran, membro del politburo, che ha citato – tra le altre – l’ordine del capo di stato maggiore Zamir sulla cosiddetta linea gialla. Secondo i calcoli di media e organizzazioni, Israele ha violato gli accordi 738 volte, provocando oltre 370 uccisi e impedendo l’ingresso massivo degli aiuti umanitari (sarebbe entrato a Gaza meno del 40% dei camion stabiliti).

Da parte sua, Trump intenderebbe fare pressioni su Netanyahu nell’incontro di fine mese alla Casa bianca, anche perché – scriveva ieri ancora Haaretz – sarebbe rimasto positivamente sorpreso dall’atteggiamento collaborativo di Hamas e dal suo rispetto dell’accordo, con la ricerca assidua dei corpi degli ostaggi morti a Gaza (ne resta ancora uno, il poliziotto Ran Gvili). Washington potrebbe insistere perché l’esercito israeliano si ritiri lungo la linea di demarcazione ufficiale.

Intanto, mentre Gaza si prepara come può a una nuova tempesta data in arrivo nelle prossime ore e che minaccia di travolgere ancora le tende e le vite di due milioni di persone, la Cisgiordania ha trascorso un’altra giornata di violenze.

Quaranta arresti da nord a sud; due palestinesi – tra cui un bambino di 13 anni – feriti dai colpi sparati dall’esercito israeliano nel campo profughi di al-Amari, a Ramallah; pesanti raid militari in due università, Birzeit e al-Quds, con l’arresto delle guardie dei campus, la distruzione di porte e finestre e la confisca dei manifesti appesi dagli studenti.