Exit poll Si stringono i margini di manovra e ambiguità per la premier
iGorgia Meloni nel cortile di Palazzo Chigi – foto LaPresse
Il tempo in cui per Giorgia Meloni era possibile tenere il piede in due staffe, quella europea e quella a stelle e strisce, potrebbe essere vicino a scadere. La diffusione delle parti cancellate del documento di Trump, quelle in cui viene detto apertamente che bisogna spingere l’Italia ad abbandonare la Ue, hanno reso ogni ambivalenza sospetta di alto tradimento. La tensione tra l’uomo della Casa Bianca e i leader dei principali paesi europei, che nella telefonata a quattro di mercoledì scorso ha raggiunto toni da allarme rosso, ha eroso ulteriormente i margini di azione autonoma della premier.
IN QUESTA LIVIDA CORNICE la scelta di non mettere all’odg del cdm di ieri il decreto sulle armi all’Ucraina, da non confondersi con il dodicesimo pacchetto di aiuti che è già stato approvato senza obiezioni da parte della Lega, minacciava di suonare come gioco di sponda con lo sfascia Europa americano. Dunque Giorgia ha ordinato di mettere ufficialmente un punto fermo. Il suo ministro per i Rapporti con il Parlamento Ciriani indica due date, entrambe utili per approvare il decreto prima della fine dell’anno: «Abbiamo due possibilità, il 22 o il 29 dicembre, ma l’approvazione del decreto entro queste date è scontata. Le discussioni sono inevitabili e anche corrette ma alla fine il governo ha sempre scelto di stare dalla parte giusta: al fianco del paese invaso. La pace deve essere giusta e non imposta all’Ucraina».
Per la Lega, che tirava a mandarla per le lunghe pur sapendo di dover alla fine piegare la testa pena la crisi di governo, è una doccia fredda. Fi invece di stemperare aggiunge un superfluo carico da 11: «Se la Lega non vota il decreto si apre un problema politico serio», afferma il portavoce azzurro Nevi e in realtà minimizza. Se su un tema simile la maggioranza si dovesse spaccare a muoversi sarebbe giocoforza Sergio Mattarella. «Non abbiamo alcuna intenzione di mettere in difficoltà il governo. Chiediamo solo prudenza dato che la guerra mi sembra persa», si arrende in serata Salvini.
IERI LA PREMIER ha partecipato in collegamento al vertice dei Volenterosi ma lo ha fatto con pochissima convinzione e solo per evitare critiche, sospetti e frizioni soprattutto con Macron. A palazzo Chigi sono convinti che il grande agitarsi dei paesi europei in questi giorni sia solo il tentativo frenetico e tardivo nonché impotente, di rientrare all’ultimo momento in una trattativa dalla quale sono invece tagliati fuori. Il solo tavolo che conta è quello a cui siedono Trump, Putin e Zelensky. Se questa analisi è corretta anche la minaccia estrema agitata dalla Ue, la trasformazione in «prestito di riparazione» degli asset russi depositati in Belgio, andrebbe interpretata come strumento di pressione, o bluff che dir si voglia, o comunque come opzione non immediata.
Forse è davvero così. È vero che la Commissione ha fatto partire la procedura per mantenere congelati gli asset russi sino alla fine della guerra aggirando l’ostacolo dell’unanimità necessaria ma è anche vero che nella bozza di conclusioni del Consiglio del 18 dicembre si parla solo di congelamento sino che la Russia non cesserà la guerra di aggressione e non risarcirà l’Ucraina. È già molto ma non è ancora il Rubicone che costringerebbe la premier a quella scelta netta che intende evitare a ogni costo.
MA I GIOCHI SONO APERTI. Macron, Merz e Starmer hanno promesso a Zelensky che nella prossima riunione del Consiglio si deciderà di mettere mano a quegli asset. Il cancelliere tedesco lo ha confermato ieri mattina, nella bellicosa conferenza stampa dopo l’incontro con il segretario della Nato Rutte. La presidente von der Leyen tira dritta in quella direzione e sono continue le trattative e le pressioni sul Belgio per trovare una formula in grado di rassicurare il paese più esposto nel caso, o meglio nella certezza, di una mancata restituzione da parte dell’Ucraina. Insomma nulla garantisce che quel che oggi manca nella bozza di conclusioni non spunti all’ultimo. In quel caso la premier sarebbe costretta a fare una scelta. Nonostante il cuore la spinga verso l’America è molto difficile che l’Italia opti per la rottura con l’Europa e con Mattarella.
