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Bel lavoro Redacta: «Noi freelance in mobilitazione permanente»

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Roma, la fiera Più libri più liberi foto di Massimo Barsoum / Ansa Roma, la fiera Più libri più liberi – foto di Massimo Barsoum / Ansa

Ogni anno per qualche settimana torna al centro del dibattito pubblico il settore dell’editoria. Non da un punto di vista industriale o occupazionale: il calendario è scandito dalle fiere e dalle polemiche che di solito scaturiscono per gli ospiti, che siano uomini maltrattanti o organizzazioni parafasciste. Chiusi gli eventi, si spengono anche i riflettori sul settore. Una dinamica ormai nota che ha convinto il collettivo di freelance dell’editoria, Redacta, o mobilitarsi durante Più libri, più liberi, la fiera capitolina che si tiene alla Nuvola, chiamando all’azione i lavoratori. «Fermo restando che occorre cambiare lo statuto per evitare che case editrice antidemocratiche possano accedere agli spazi – ha spiegato al manifesto Silvia Gola di Redacta – sembra che ogni fiera dell’editoria sollevi polveroni e indignazioni anche giuste che però non affrontano i nodi».

«NON SI LEGGE PIÙ», è il mantra degli industriali del settore anche se l’editoria vale circa tre miliardi e mezzo di euro «e, almeno da quarant’anni, è un campo di sperimentazione delle forme più estreme di esternalizzazione e precarizzazione», dicono dal collettivo. Svuotati i saloni del libro, non rimane traccia delle rivendicazioni sindacali di chi i libri contribuisce a crearli: correttori di bozze, editor, ghost writer, redattori, traduttori, impaginatori, revisionatori, uffici stampa. Lavoratori dietro le quinte per mestiere che «esistono anche come corpo sociale possibile». A questo lavora Redacta, attraverso la collettivizzazione delle istanze e l’organizzazione sindacale. «Mettere insieme i problemi e cercare soluzioni collettive è necessario», racconta Gola, tanto più in un campo professionale che si basa sui freelance e quindi sulla contrattazione individuale di massa, sui rapporti di forza e sul massimo ribasso.

«Nella filiera del libro, questa mancata costruzione di un soggetto collettivo ha portato nei decenni a subire le lamentele degli editori sul mercato in crisi, convincendoci quasi che era giusto essere pagati di meno per la congiuntura economica», afferma il sindacato che ha realizzato la Guida ai compensi dignitosi, un atlante di tipi di contratto e diritti a disposizione di chi si trova a trattare con il committente. Il rapporto è nato «con il coinvolgimento dei lavoratori per creare uno spazio mutualistico di condivisione di informazioni per rendere possibile quella che noi chiamiamo “contrattazione individuale di massa”, il nostro problema era che le persone non si parlavano e quindi le aziende riuscivano facilmente a prenderle in giro», ha detto il presidente di Acta, Mattia Cavani, la scorsa settimana a un convegno della Slc Cgil.

ANCHE SE SULLO SCIOPERO di ieri, a differenza di quelli contro il genocidio in Palestina, il collettivo non ha dato nessuna indicazione ai suoi iscritti. «È uno strumento che per noi freelance ha delle contraddizioni, la fiammata dei mesi scorsi si è un po’ spenta ma siamo in dialogo costante con gli altri sindacati su temi specifici», aggiunge Gola. Rimangono alcune distanze, per esempio sul tema del salario minimo. «La tendenza è di andare verso una cifra “non inferiore” a quella dei contrattualizzati ma la flessibilità va pagata, altrimenti si fa dumping sociale e stiamo tutti peggio, per assurdo un editore potrebbe licenziare i dipendenti e avvalersi solo di lavoro autonomo se gli costa uguale».

AL MOMENTO le case editrici sono imprenditori quasi privilegiati sul costo della forza lavoro: «Nessun limite vincolante alla riduzione dei compensi per le collaborazioni esterne; abusi endemici dello strumento dello stage; un florilegio di inquadramenti su cui giocare al ribasso sui diritti; fusioni nella produzione e nella distribuzione passate in cavalleria; leggi sulle clausole vessatorie e sulla tutela del diritto d’autore ignorate senza nessuna conseguenza e così via», si legge sul sito di Redacta.

IL REDDITO MEDIO dei lavoratori dell’editoria è di 17.660 euro all’anno, una condizione di sfruttamento legalizzata che emerge solo in virtù di testimonial eccellenti: scrittori che scoprono di essere in difficoltà e si fanno portatori di una questione che diventa più personale che collettiva. «Il caso umano», la «storia strappalacrime» bucano il silenzio intorno alla questione ma solo nello spazio di qualche giorno senza incidere sulla collettività. «Si tratta di battaglie meritorie ma, al netto di qualche like, le cose alla fine non cambiano: il dibattito rimane ombelicale e chiuso in una dimensione certamente pubblica ma personale – dice ancora Gola -. Per noi dimostrano l’inefficacia dell’approccio individuale a un problema sistemico. Se infatti non si riesce a portare avanti azioni tutti insieme, diventano inefficaci, se non dannose, in primo luogo per chi le porta avanti. Noi chiediamo agli scrittori di venire ai nostri incontri per condurre una efficace lotta sui rapporti di potere, altrimenti rimangono solo strategie di posizionamento».