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Il limite ignoto Accelera il negoziato Usa-Kiev, i leader Ue sembrano celebrare. Ma pongono condizioni

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Il presidente ucraino Zelensky, l’inviato speciale Usa Witkoff e i leader europei e della Nato a Berlino foto Ap Il presidente ucraino Zelensky, l’inviato speciale Usa Witkoff e i leader europei e della Nato a Berlino

Di parole e dichiarazioni così improntate all’ottimismo non se ne sentivano da tempo. La due- giorni di negoziati berlinese si chiude con un comunicato congiunto di numerosi rappresentanti europei tra cui il cancelliere tedesco Friedrich Merz, la nostra Giorgia Meloni, i “volenterosi” francese e britannico Macron e Starmer, capi di stato dell’area settentrionale e scandinava nonché la presidente della commissione Ursula von der Leyen e il presidente del consiglio Antonio Costa: ci si impegna a collaborare con Kiev e con gli Stati Uniti per raggiungere una «pace duratura» in Ucraina e si promette una forza multinazionale a guida europea (ovvero: truppe sul campo) per far sì che gli eventuali accordi vengano rispettati. Nei confronti della Russia, si continua a esercitare «pressione» proprio perché si convinca a sedersi «davvero» al tavolo dei negoziati.

COMPATTEZZA delle firme e levatura dei toni sembrano segnalare che il vertice-monstre di ieri e di domenica rappresentino un cambio di passo nel conflitto, anche grazie – come sottolineato da più parti a margine dei colloqui – alla pervicacia dei due inviati a stelle e strisce Steven Witkoff e Jared Kushner che da settimane han fatto la spola fra i due contendenti. Tuttavia, tolta un po’ di coltre retorica, non è difficile intravvedere qualche sfumatura di dubbio in più e, anzi, alcuni dei nodi più spinosi paiono ancora tutti da sciogliere. D’altronde è lo stesso presidente ucraino Volodymyr Zelensky ad affermare, al termine dei lavori, che per il suo paese le scelte da prendere verso la conclusione del conflitto saranno «dolorose».

QUELLO SU CUI Kiev non transige, e in questo in realtà gli alleati europei si accodano se non addirittura rilanciano, è la questione delle garanzie di sicurezza. Buttata fuori dalla porta l’ipotesi di un ingresso nella Nato (un’eventualità che, stando alla retorica del Cremlino, era addirittura all’origine dell’invasione), l’impegno occidentale nella difesa dell’Ucraina rientra dalla finestra: l’alternativa sarebbe infatti un clausola in stile articolo 5 dell’alleanza euroatlantica per cui vari paesi, tra cui pure gli Stati Uniti accorrerebbero in soccorso in caso di ripresa delle ostilità. Nel fine settimana una fonte all’agenzia Axios addirittura suggeriva che Washington sarebbe pronta a formalizzare tale vincolo con un passaggio al Congresso (che gli conferirebbe cogenza giuridica).

SIMILMENTE, prosegue il doppio braccio di ferro in merito alla questione territoriale, ovvero la pretesa da parte di Mosca che le truppe avversarie si ritirino dal 20% di Donbass ancora in loro possesso. Da una parte, a livello diplomatico, la Casa Bianca sembra insistere affinché Kiev accetti le richieste del Cremlino (avrebbe messo pressione anche durante l’incontro di domenica fra Witkoff e Kushner e la delegazione ucraina, secondo una fonte dell’Afp). Dall’altra, sul campo di battaglia, ci si contende il fronte senza esclusione di colpi: Mosca rivendica la conquista di Pokrovsk mentre la controparte sostiene di aver accerchiato truppe nemiche senza rifornimenti a Kupyansk. In più, la sfida nei cieli condotta coi droni si intensifica: ci sono notizie di un attacco che avrebbe raggiunto la capitale della Federazione e di un danneggiamento critico a un sottomarino russo nel porto di Novorossiysk sul Mar Nero.

CERTO PER ZELENSKY si aggiungono ulteriori dilemmi e interrogativi, tra cui la necessità di legittimare le proprie scelte agli occhi di una popolazione stanca e più divisa rispetto all’inizio della guerra (che comunque, stando agli ultimi sondaggi, non sembra nemmeno così ansiosa di cambiare leadership o indire imminenti elezioni) e vigilare sulla tenuta della propria rete di collaboratori, dopo i recenti scandali di corruzione. Anche a questo proposito, comunque, nella loro dichiarazione congiunta gli europei lasciano autonomia a Kiev, sostenendo che ogni scelta comunque dev’essere presa dall’Ucraina senza forzature esterne.

Insomma, grande unità e ottimismo ma pochissimi compromessi, nonostante pure nelle fila di Bruxelles permangano diversità e soprattutto divergenze (come sull’impiego degli asset di Mosca confiscati che, stando a quanto è uscito ieri, serviranno per le riparazioni di guerra). Non sorprende allora che dalla Russia il ministero degli esteri Sergei Lavrov accusa Bruxelles di «mettere i bastoni fra le ruote» al processo di pace e lancia accuse di «nazismo» a destra e a manca, nel mentre che tutti, chi a denti stretti e chi sfregandosi le mani, lodano gli Stati Uniti di Trump ma, forse, senza ascoltarlo troppo.