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Palestina Oggi le celebrazioni ortodosse chiudono un periodo senza festa: i luoghi di culto accolgono gli sfollati, tanti gli uccisi tra le loro mura. La piccola comunità cristiana, 1.200 persone, ha perso il 3% dei suoi membri

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Murad Murad e Alaa Miqdad vestiti da Babbo Natale per i bambini di Gaza (foto Ap/Jehad Alshrafi) Murad Murad e Alaa Miqdad vestiti da Babbo Natale per i bambini di Gaza

A Gaza il Natale non arriva carico di gioia come in altre parti del mondo: arriva appesantito dall’odore delle macerie e dal rumore dei bombardamenti continui. In questa striscia di terra assediata, dove vivono più di 2,3 milioni di persone, il numero dei cristiani non superava i 1.200 prima della guerra, un numero che è ulteriormente diminuito a causa delle uccisioni, degli sfollamenti e del deterioramento delle condizioni di vita dall’ottobre 2023.

I CRISTIANI DI GAZA formano una piccola comunità all’interno di una società già provata, ma affrontano le stesse identiche realtà: paura, perdita e fame. Mentre l’aggressione continua, le chiese si sono trasformate da luoghi di culto in rifugi comunitari, ospitando famiglie che hanno perso le loro case, sia cristiane che musulmane. La Chiesa di San Porfirio e la Chiesa della Sacra Famiglia non sono più soltanto testimoni di una lunga e antica storia, ma sono diventate rifugi temporanei per la vita in mezzo alla distruzione.

Intorno a queste chiese, le case sono state demolite, i civili uccisi e gli edifici religiosi e storici danneggiati. Secondo le stime, dall’inizio dell’offensiva israeliana è stato ucciso circa il 3% dei cristiani di Gaza, compresi bambini, donne e anziani: una cifra scioccante in una comunità così piccola dove tutti si conoscono.

Nonostante tutti gli orrori, le famiglie cristiane di Gaza cercano di preservare una parvenza di Natale, ma le celebrazioni del 25 dicembre e ora della festività ortodossa, il 7 gennaio, si sono ridotte alla sola preghiera, tra il rumore incessante dei bombardamenti.

Mary Tarzi mi racconta che la chiesa è diventata il loro unico rifugio tra le rovine e che le festività sono diventate semplici momenti di preghiera senza alcun festeggiamento. Faten Salfiti racconta la tragedia di aver perso il marito e il figlio all’interno di una chiesa a causa del fuoco di artiglieria diretto, mentre Edward Antoine ricorda come celebrava il Natale a casa, insieme ai propri cari, prima di perdere la madre e la sorella a causa del fuoco dei cecchini nonostante avessero cercato rifugio in una chiesa.

LE LORO STORIE rivelano l’entità della perdita e del dolore, mettendo in evidenza la loro resilienza e determinazione a mantenere la fede in mezzo alla distruzione, affermando che, nonostante le nostre diverse religioni, siamo tutti figli di Gaza e condividiamo lo stesso dolore e la stessa ingiustizia dell’occupazione.

I cristiani hanno recitato le loro preghiere in mezzo alle macerie. Le pareti fatiscenti e la paura dei bombardamenti non hanno impedito loro di riunirsi, anche se in piccolo numero, per celebrare la loro festa. Non ci sono decorazioni, né celebrazioni pubbliche, solo preghiere nate dal cuore del dolore. Le poche candele accese sembrano una dichiarazione di sopravvivenza, un segno che la fede non è stata sconfitta nonostante la guerra.

In questi momenti, il Natale è più un atto di resilienza che un rituale religioso. È la resistenza di una comunità che cerca di mantenere la sua esistenza spirituale e umana in un luogo dove la vita è minacciata quotidianamente. Le chiese non sono solo luoghi di culto, ma spazi in cui le persone condividono paure e speranze, dove tutti pregano per la fine della guerra, mentre in sottofondo continuano i rumori dei bombardamenti.

NONOSTANTE le differenze religiose, cristiani e musulmani a Gaza rimangono uniti nel dolore e nel destino. Condividono una città, un ricordo, una perdita. Sono tutti figli di Gaza, vivono sotto la stessa oppressione, un’occupazione che non fa distinzioni tra chiese e moschee, o tra un bambino e l’altro.

La storia dei cristiani di Gaza non è solo la storia di una minoranza, ma fa parte della storia più ampia della città assediata. È la storia di persone che si aggrappano alla vita, alla preghiera e al diritto alla gioia semplice, anche se quella gioia è solo una candela accesa in cima alle rovine. In un momento in cui la guerra cerca di cancellare tutto ciò che è fragile, insistono nel sopravvivere, testimoniando insieme sia il dolore che la speranza.

Scrittrice e laureata in Optometria presso la Facoltà di Medicina e Scienze della Salute