Gli Usa non si fermano. Dopo il blitz a Caracas ordinano al Venezuela di fornire 50 milioni di barili di petrolio e di rompere con Russia, Cina, Iran e Cuba. Poi sequestrano una petroliera russa nel Nord Atlantico e un’altra nei Caraibi
C’è del marcio Meglio l’acquisto, ma resta valida l’opzione militare. Europa paralizzata. Parigi riflette sulla risposta alle «intimidazioni» Usa
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Una protesta fuori dall'Ambasciata Usa a Copenaghen – foto Nils Meilvang/Ansa
Solo poche ore dopo il vertice di Parigi della coalizione dei volontari per l’Ucraina, Washington ha gelato le illusioni che gli europei hanno potuto coltivare su una ritrovata “convergenza” con gli Usa: non solo sull’Ucraina, con conclusioni amputate e rese vaghe, ma sulla Groenlandia la portavoce di Trump, Karolina Leavitt, ha affermato che «ci sono varie opzioni, ivi compreso il ricorso all’esercito». Un calcio negli stinchi degli europei, che hanno firmato una dichiarazione sulla Groenlandia che «appartiene al suo popolo» e la cui sicurezza deve essere assicurata «collettivamente» dalla Nato.
TRUMP IERI HA SCRITTO che «saremo sempre là per la Nato anche se l’organizzazione non è là per noi, dubito che la Nato sia là per noi se abbiamo bisogno di loro». Il riferimento è alla Groenlandia: «Abbiamo bisogno della Groenlandia, è una questione di sicurezza nazionale e la Ue ha bisogno che noi l’abbiamo», ha detto alcuni giorni fa.
Copenhagen e Nuuk hanno presentato «domande ripetute» a Washington per chiarire la situazione. Ieri il segretario di stato Usa, Marco Rubio, ha annunciato un incontro la prossima settimana, affermando che «l’opzione privilegiata è l’acquisto». C’è un inizio di fronda tra i Repubblicani, alcuni protestano contro l’aggressione di un alleato. La prima ministra danese, Mette Frederiksen, ha spiegato che l’ultimo accordo con Washington concluso dalla Danimarca e dalla Groenlandia nel 2004 permette «un ampio accesso» agli Usa in materia militare: l’unico vincolo è informare Copenhagen e Nuuk. Ma a Trump non sembra bastare.
LA GROENLANDIA È DANESE da prima dell’esistenza degli Stati uniti. Un primo accordo sulla difesa risale al 1941, venne stipulato per timore che i nazisti dopo aver invaso la Danimarca si accaparrassero la Groenlandia. Nel 1946, il presidente Harry Truman voleva già comprare la Groenlandia e aveva offerto 100 milioni di dollari. In seguito al rifiuto della Danimarca, c’è stato l’accordo del 1951 che dava il via libera a basi militari Usa: dal 1991, la presenza militare Usa è ridotta, oggi ci sono circa 150 militari statunitensi in Groenlandia, ma potrebbero aumentare fino a 10mila ed essere accolti nella base di Pituffik, la sola in funzione. Nulla vieta a Washington di aprirne altre.
La Danimarca, per calmare la tensione, ha aumentato gli investimenti nella difesa nell’ultimo periodo, ma Trump ha reagito con un insulto: «In più hanno messo solo una slitta trainata
dai cani». Il ministro degli Esteri, Lars Lokke Rasmussen, invita a «non drammatizzare» sulla presenza di navi cinesi e russe che secondo Trump «circondano» la Groenlandia.
GLI EUROPEI SONO PARALIZZATI. Trump aveva già fatto un primo tentativo di comprare la Groenlandia durante il suo primo mandato, nel 2019. Poi gli Usa hanno riaperto il consolato a Nuuk, in un edificio più grande. Ed è stato nominato un “inviato speciale” a Nuuk, Jeff Laundry, governatore della Louisiana.
Come può reagire la Ue? La «politica di sicurezza e difesa comune» (art.42 e 46 dei Trattati) prevede «aiuto e assistenza» reciproca tra i 27 «con tutti i mezzi a loro portata», ma la Ue non può imporre un intervento militare agli stati membri. Il conflitto è interno alla Nato, l’articolo 5 è inoperante e, se invocato, significherebbe «la fine della Nato» ha detto Frederiksen: «Se gli Usa attaccassero militarmente un altro paese Nato allora tutto si fermerebbe, ivi compresa l’organizzazione stessa e la sicurezza instaurata dopo la seconda guerra mondiale».
LA NATO NON SA risolvere i conflitti interni: dagli anni ’70 non ha trovato soluzione la tensione tra Grecia e Turchia su Cipro. La sola arma sarebbe il “bazooka”, che Bruxelles non ha osato usare contro la Cina: il meccanismo anti-coercizione, che colpirebbe gli interessi economici Usa nella Ue. Difficile immaginarlo, in un periodo in cui la Ue è in difficoltà nel regolamentare i giganti della tech Usa e ha detto poco sull’ex commissario Thierry Breton e 4 personalità bandite dal visto Usa a causa del Dsa (Digital Service Act). Le affermazioni del ministro degli Esteri francese, Jean-Noël Barrot, che ci sarebbe una riflessione sulla risposta alle «intimidazioni» Usa, sembrano velleitarie.
