Venezuela La nuova presidente invita gli anti-maduristi all’unità, il fratello a capo dell’Assemblea nazionale annuncia le liberazioni politiche
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Caracas, 5 gennaio. Il giuramento presidenziale di Delcy Rodriguez – foto Ansa
Alla versione trasmessa dagli Usa secondo cui non si muove foglia che Trump non voglia, il governo venezuelano risponde cercando di offrire una lettura almeno un po’ più digeribile, e con forti gesti distensivi.
La presidente ad interim Delcy Rodriguez ha inaugurato la sessione dell’Assemblea nazionale invitando l’opposizione all’unità, e l’agenzia di stampa di Palacio Miraflores fa nomi e cognomi dei politici anti-maduristi a cui sembra offrire un ramo d’ulivo: Timoteo Zambrano, Bernabé Gutiérrez, José Brito, Antonio Ecarri, Stalin González… Nessuno di veramente vicino alla Nobel per la pace Maria Corina Machado, che rimane da sola a candidarsi alla guida del paese quando nemmeno Trump la vuole al comando.
E POCO DOPO il presidente di quella stessa Assemblea nazionale, Jorge Rodriguez (il fratello della presidente ad interim) fa un annuncio ben più clamoroso: il governo ha deciso la liberazione di molti detenuti «anche stranieri» – evitando accuratamente l’aggettivo politici – «come gesto unilaterale di unione nazionale e convivenza pacifica». Nella sede dei servizi segreti bolivariani di El Helicoide si erano registrati movimenti sin dalla mattina, inizialmente giiustificati come lo smantellamento di alcuni uffici.
L’annuncio di Rodriguez fratello segna invece l’apertura delle porte di quel noto carcere per oppositori, una confusa amnistia peraltro molto attesa e addirittura prevedibile. Alcuni spagnoli sarebbero già stati liberati, l’Italia è appesa alle notizie sul cooperante Albertio Trentini.
SUL FRONTE dei rapporti tra il “nuovo” Venezuela e gli Stati uniti c’è anche di più. Pur denunciando l’aggressione militare Usa e la successiva cattura di Maduro come una «macchia» nelle relazioni con Washington quale «non era mai avvenuta nella nostra storia», Delcy Rodríguez ha difeso, durante una cerimonia ufficiale a Caracas, la continuità delle relazioni economiche e commerciali con gli Stati Uniti, ai quali, ha detto, è destinato il 27% delle esportazioni venezuelane, escludendo qualsiasi anomalia.
È così che la presidente ad interim ha risposto, seppure in maniera vaga e indiretta, alle impietose dichiarazioni arrivate a ritmo incalzante dagli Stati Uniti. Come quelle di Trump su Truth, secondo cui il Venezuela si sarebbe impegnato ad acquistare «esclusivamente» prodotti fabbricati negli Stati Uniti con i proventi del «nuovo accordo petrolifero», compresi prodotti agricoli, farmaci e attrezzature per migliorare la rete elettrica e gli impianti energetici». O quelle della portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt sulla «massima influenza» esercitata sul governo venezuelano da Washington. O, ancora, quelle del segretario all’Energia Chris Wright rispetto all’intenzione degli Usa di mantenere un controllo significativo sull’industria petrolifera del Venezuela «a tempo indeterminato», anche supervisionando la vendita della produzione del paese.
DICHIARAZIONI da cui si distanzia nettamente il comunicato diffuso dalla Pdvsa, in cui la compagnia petrolifera venezuelana conferma, sì, l’avvio ufficiale di un negoziato con gli Usa sulla fornitura di greggio, ma parlando genericamente di «vendita di volumi di petrolio nel quadro delle relazioni commerciali esistenti tra i due paesi», «secondo accordi simili a quelli in vigore con aziende internazionali, come Chevron», e sulla base di «una transazione strettamente commerciale, nel rispetto dei principi di legalità, trasparenza e reciproco vantaggio». Un comunicato, questo, letto alla televisione di stato Vtv dal presentatore Barry Cartaya, il quale ne ha parlato addirittura come «un’ottima notizia», come se dagli Usa non arrivassero i segnali più chiari sul fatto che le decisioni chiave sul petrolio venezuelano verranno prese da Washington e non da Caracas.
MA NON MOLTI devono averci creduto: «A quali condizioni si sta cedendo questo petrolio?», si chiede per esempio l’economista ed esponente del chavismo dissidente Andrés Giussepe, lanciando l’allarme su «quello che sembra essere l’inizio di un’amministrazione coloniale delle nostre risorse» ed esigendo «trasparenza immediata» sulla natura dell’accordo. «Il Venezuela non è un bottino di guerra», scrive Giussepe su Aporrea: «Se l’amministrazione ad interim di Delcy Rodríguez sta pensando di consegnare il “gioiello della corona” per sopravvivere politicamente, stia sicura che la storia, e il popolo organizzato, non perdonerà la cessione della sovranità in cambio della tranquillità del potere».
Tanto più che la sopravvivenza politica della presidente ad interim è a rischio in ogni caso, stando al piano per il Venezuela presentato mercoledì ai senatori dal segretario di Stato Marco Rubio. Un piano in tre fasi, destinato, per prima cosa a stabilizzare il paese per evitare che «cada nel caos»; quindi a riattivare l’economia venezuelana e a «generare un processo di riconciliazione nazionale» attraverso misure come l’amnistia, la liberazione dei prigionieri politici e il ritorno degli espatriati; e infine a realizzare la cosiddetta transizione politica, creando le condizioni per un nuovo processo elettorale. Il quale pertanto – ma già era risultato chiaro – dovrà aspettare ancora un po’.
SI SA INTANTO qualcosa di più sulle vittime dell’aggressione militare Usa: «Finora, e sottolineo finora, ci sono 100 morti, 100, e un numero simile di feriti», ha detto il ministro dell’Interno Diosdado Cabello durante la trasmissione settimanale sulla tv pubblica. «L’attacco contro il nostro paese è stato terribile».
