Self-service «Ci hanno dato tutto», il presidente Usa si compiace e rilancia: «Ora attacchi di terra al Messico, è controllato dai cartelli»
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I parenti dei prigionieri politici attendono fuori dalla prigione El Helicoide a Caracas – EPA/MIGUEL GUTIERREZ
Un’attesa snervante quella delle famiglie dei prigionieri politici, tra la speranza che le carceri si aprano per tutti e la paura di nuove delusioni. Un’incertezza aggravata dall’assenza di elenchi con i nomi dei possibili beneficiari: la sola informazione trasmessa giovedì dal presidente dell’Assemblea nazionale (An) Jorge Rodríguez era stata infatti quella relativa al rilascio di «un numero importante di persone» venezuelane e straniere.
Tra quanti sono già stati rimessi in libertà, richiamano l’attenzione in particolare alcuni nomi. Quello, per esempio, dell’ex candidato presidenziale per il partito Centrados Enrique Márquez, sostenuto dal Partito comunista e diventato il punto di riferimento della dissidenza di sinistra dopo le presidenziali del 2024, per la sua determinazione a contestare la vittoria di Maduro per vie scrupolosamente istituzionali, a colpi di ricusazioni e ricorsi, e per l’impegno a favore della creazione di un movimento civico in difesa dell’articolo 5 della Costituzione, relativo alla sovranità popolare espressa mediante il suffragio.
UN IMPEGNO pagato con l’arresto, avvenuto il 7 gennaio 2025 – secondo il ministro dell’Interno Diosdado Cabello, avrebbe preso parte a un piano golpista – e con la proscrizione della sua organizzazione politica. «Finalmente è finita», ha detto a sua moglie all’uscita dall’Helicoide, il sinistro edificio a forma di enorme chiocciola pensato negli anni 60 per essere un centro commerciale e finito come sede dei servizi e carcere. Nel suo caso pare che la reclusione sia stata sostituita da misure cautelari, con il divieto di rilasciare dichiarazioni e usare i social.
Altro nome rilevante è quello della ispano-venezuelana Rocío San Miguel, avvocata specializzata in temi militari e di sicurezza e presidente dell’ong Control Ciudadano – creata nel 2005 con l’obiettivo di vigilare sull’azione dello Stato in materia di difesa, di diritti e di sovranità nazionale -, arrestata il 9 febbraio del 2024 con le solite accuse di terrorismo, cospirazione e tradimento della patria, dopo aver documentato svariate irregolarità relative al settore militare. «Non avrebbe mai dovuto essere arrestata», ha commentato su X l’ong Espacio Público, che, insieme a diverse altre organizzazioni, aveva denunciato la sua detenzione come un caso emblematico di criminalizzazione della difesa dei diritti umani.
Molto noto anche il direttore di Fundaredes Javier Tarazona, arrestato nel luglio del 2021 dopo la sua denuncia sui vincoli tra alti funzionari e gruppi guerriglieri alla frontiera venezuelana: quattro durissimi anni durante i quali il suo stato di salute si è gravemente deteriorato.
IL MERITO delle scarcerazioni se l’è ovviamente preso Trump, dichiarando che i rilasci – che Jorge Rodríguez aveva presentato come «un gesto unilaterale di unione nazionale e convivenza pacifica» – sarebbero avvenuti su sua richiesta. Con tanto di elogio altamente tossico al governo della presidente ad interim Delcy Rodríguez: «Sono stati fantastici… Ci hanno dato tutto ciò che volevamo». E ancora: «Ho annullato una seconda ondata di attacchi precedentemente prevista» dal momento che «a quanto pare non sarà necessaria». Ieri sono arrivati a Caracas alcuni funzionari del dipartimento di Stato americano, la prima “visita” dopo il blitz contro Maduro.
E anche l’ambasciata Usa, quel massicco cubo rossastro dove dal 2019 entravano solo gli addetti alle pulizie, potrebbe tornare presto in attività. In compenso, Trump ha minacciato il Messico, e in un’intervista a Fox News ha annunciato che «inizieremo a colpire via terra i cartelli, iI cartelli controllano il Messico».
IN VENEZUELA i vertici chavisti ce la stanno mettendo tutta per far dimenticare la «massima influenza» esercitata dal tycoon sul governo. Il paese non è «né subordinato né sottomesso» agli Stati Uniti, ha dichiarato la presidente ad interim nel corso di una solenne cerimonia di promozioni e onorificenze presso l’Accademia militare della Guardia nazionale bolivariana, dedicata ai «martiri ed eroi» caduti durante il «vile attacco, unilaterale, illegale e illegittimo» degli Usa. «Qui nessuno si è arreso, qui c’è stata una lotta, una lotta per questa patria», ha dichiarato, rendendo omaggio anche ai combattenti cubani.
Un riconoscimento, quello a «tutti i caduti nella difesa del paese» (77 le vittime finora identificate, di cui 42 militari venezuelani, 32 cubani e tre civili), che è stato votato all’unanimità dall’Assemblea nazionale nel quadro di un accordo contro l’uso della forza e per la difesa della risoluzione pacifica dei conflitti e dell’autodeterminazione dei popoli in cui non sono mai stati nominati Trump e gli Usa.
IN TUTTA LA SESSIONE parlamentare, l’unica volta che dalla bocca del presidente dell’An è uscito il nome del paese nordamericano è stato quando ha dato notizia dell’approvazione da parte del «Senato degli Stati Uniti» della risoluzione per limitare l’azione militare di Trump in Venezuela.
MA POICHÉ non è evitando di nominare il nemico che lo si cancella, qualche commento sull’accordo petrolifero con gli Usa alla fine è stato espresso. Con un’unica parola d’ordine: minimizzare. «In relazione alla vendita di petrolio, non c’è niente di nuovo. È una semplice transazione commerciale tra due governi legittimi e indipendenti», ha detto Jorge Rodríguez. E Diosdado Cabello: «Se sono disposti a comprare il nostro petrolio, noi glielo vendiamo». Non sorprende allora che, come scrive su Aporrea il chavista dissidente Marcos Luna, la gente non sappia più cosa pensare. «I fatti dicono una cosa e le parole ne dicono un’altra, o non dicono. Così, secondo un editoriale della Vtv (la televisione di stato, ndr»), ora risulta che non è che ci rubino il petrolio, ma è il governo che lo cede per “riequilibrare il mercato internazionale”».
MA ANCHE tra i chavisti fedeli a Maduro lo sconcerto è massimo. «Dignità è ciò che esigiamo da quel che resta del governo, non la pace degli schiavi e degli umiliati», afferma per esempio lo scrittore Juan Mojica, chiedendosi come si possa negoziare con gli Usa e parlare di relazioni commerciali «ignorando le decine di morti e i danni materiali» lasciati dagli «attacchi terroristi» degli Stati Uniti.
