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L'ordine nuovo I paradossi di Delcy Rodriguez: l’aggressione Usa resta «criminale», ma per ribadirlo ristabilisce relazioni diplomatiche. E Trump gode

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Veglia dei famigliari dei prigionieri politici ieri, di fronte al carcere di El Rodeo a Caracas foto di Matias Delacroix/Ap glia dei famigliari dei prigionieri politici ieri, di fronte al carcere di El Rodeo a Caracas – foto di Matias Delacroix/Ap

Sembra essere un piacere perverso, per Trump, evidenziare a ogni piè sospinto la docilità del governo venezuelano. Anche ieri, assicurando che vedrà «molto presto» gli esponenti del governo ad interim di Delcy Rodríguez, il tycoon ha ribadito che il rapporto degli Usa «con chi governa il Venezuela è molto buono», definendo l’attuale esecutivo «un alleato» di Washington.

Il fatto che tali affermazioni risultino estremamente umilianti per un paese appena aggredito militarmente, con tanto di sequestro del suo presidente, e creino non poco imbarazzo a un governo disperatamente impegnato a salvare la faccia, fa probabilmente parte del divertimento del tycoon. «Le trattative con loro – ha proseguito – stanno andando molto bene. Penso che siano stati molto intelligenti nel modo in cui si sono comportati con noi, francamente, perché tutto quel posto avrebbe potuto essere raso al suolo con un solo attacco in più, e noi non volevamo farlo».

E SE C’È CHI IN VENEZUELA si chiede se in queste condizioni non sia meglio per il governo, piuttosto che lottare per la sua sopravvivenza politica, dire chiaro e tondo «noi non ci stiamo», la scelta di Delcy Rodríguez, è invece un’altra: quella di ampliare quanto più possibile, per via diplomatica, i suoi margini d’azione, in un quadro segnato oltretutto dal crollo del bolívar del 20% sul mercato nero dopo la cattura di Maduro.

Intervenendo sull’emittente statale Vtv, Rodríguez ha infatti spiegato che Caracas sta seguendo «un percorso per rafforzarsi e per proteggersi», aggiungendo che si tratta anche di «una strada per rialzare la bandiera della rivendicazione» che permetta di assicurare il ritorno del presidente Maduro e di sua moglie Cilia Flores. Ed è proprio in questo quadro che la presidente ad interim ha sostenuto ieri colloqui con i presidenti di Colombia, Brasile e Spagna, riferendo loro dettagli sull’«aggressione criminale» Usa e denunciando «gravi violazioni del diritto internazionale», compresa quella dell’immunità personale di Maduro.

Ma se le dichiarazioni sembrano andare in una direzione, quella della difesa della sovranità nazionale, i fatti concreti parlano piuttosto di una resa. Così, secondo un comunicato diffuso dalla compagnia petrolifera venezuelana Pdvsa, Washington e Caracas hanno già iniziato a cooperare anche sul controllo del traffico marittimo delle petroliere in uscita dal Venezuela, annunciando «il successo di un’operazione congiunta per il ritorno al paese della nave Minerva salpata senza le autorizzazioni corrispondenti».

MA SONO ALMENO QUATTRO, secondo la Reuters, le petroliere della cosiddetta flotta fantasma – per lo più belle cariche -, che, partite dal Venezuela all’inizio di gennaio, si trovano ora di nuovo nelle acque del paese sudamericano. Un altro passo avanti verso il controllo delle operazioni e del commercio petrolifero venezuelano da parte di Washington, come ha voluto mettere ben in chiaro Trump, precisando che saranno gli Usa a decidere quali compagnie petrolifere potranno operare in Venezuela, che queste negozieranno direttamente con loro, e non con Caracas, l’accesso al petrolio venezuelano, e che la Cina e la Russia lì, in Venezuela, lui non ce le vuole, per quanto, ha detto, «potranno comprare petrolio da noi».

Un altro duro rospo da ingoiare per la base chavista deve essere venuto dalla conferma da parte del governo di Delcy Rodríguez dell’arrivo, già annunciato dagli Stati Uniti, di alcuni funzionari del Dipartimento di Stato Usa e del corrispondente invio a Washington di una delegazione di diplomatici venezuelani, nel quadro della possibile riapertura delle rispettive ambasciate. Con una strana argomentazione: «Il governo venezuelano e quello statunitense stanno esplorando canali per ristabilire le relazioni diplomatiche. Con quale obiettivo? Reiterare la denuncia contro l’aggressione che ha sofferto il nostro popolo».

Chi invece sarà attesa a Washington la prossima settimana, è la leader di estrema destra María Corina Machado, che finora da Trump, il quale adesso si dice però «molto onorato» della visita, era stata trattata piuttosto a pesci in faccia: «Non ha il sostegno né il rispetto all’interno del paese», aveva detto il tycoon, forse offeso, come hanno dichiarato al Washington Post due fonti vicine all’attuale amministrazione, dalla decisione di MariCori di non rifiutare il Nobel per la pace a favore di chi lo avrebbe meritato sul serio, cioè lui.

SCOPO DELLA VISITA della leader dell’opposizione, quello di genuflettersi a sufficienza per ottenerne il perdono, riconquistare la sua fiducia e mostrargli di meritare la presidenza del Venezuela. Da Trump, al momento, solo un segnale non esaltante: «Dovrò parlare con lei», ha detto, aggiungendo che «potrebbe essere coinvolta in qualche aspetto».

Proseguono intanto le veglie dei familiari dei prigionieri politici di fronte ai principali centri di detenzione a Caracas e nel resto del paese – dai centri dell’Elicoide e di El Rodeo (dove è rinchiuso Alberto Trentini), nella capitale, a quello del Tocorón, nello stato di Aragua -, in attesa del rilascio di tutti i detenuti per ragioni politiche in Venezuela: «Que sean todos», è la richiesta delle famiglie e delle organizzazioni dei diritti umani.

Dopo la scarcerazione di 9 persone l’8 gennaio, sono stati rimessi ieri in libertà altri tre detenuti: Virgilio Laverde di Vente Venezuela, la piattaforma guidata da Machado, Didelis Raquel Corredor, assistente del giornalista e rappresentante di Voluntad Popular, anche lui in carcere, e l’italo-venezuelano Antonio Gerardo Buzzetta.