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Palestina Il «Board of Peace» prende forma. C’è anche Putin, imbarazzo dei leader europei

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Palestinesi sfollati tra le macerie dei palazzi distrutti dagli attacchi israeliani a Gaza foto Omar Ashtawy/Ansa Palestinesi sfollati tra le macerie dei palazzi distrutti dagli attacchi israeliani a Gaza – foto Omar Ashtawy/Ansa

Dopo mesi di dichiarazioni, promesse e rinvii, il «Board of Peace» partorito dalla mente di Donald Trump sta prendendo forma. Il suo statuto, la cui accettazione è un passaggio obbligato per i leader mondiali che vorranno aderirvi, riproduce i tratti essenziali del feudalesimo: un potere personale al vertice, la selezione dei vassalli per concessione e un tributo obbligatorio come garanzia di lealtà. Un miliardo di dollari, nel modello trumpiano, è il prezzo dell’investitura.

Ed è forse proprio per sfuggire a queste analogie storiche che il progetto si traveste e viene presentato al mondo come un nuovo ordine: una plutocrazia illuminata dalla forza del denaro e degli interessi. Perché qui non si parla più – se mai lo si è fatto – del futuro di Gaza, della fine degli attacchi genocidari israeliani, della ricostruzione, di una delle più grandi tragedie umanitarie del nostro tempo. Si parla della gestione amministrativa ed economica di tutte le aree di conflitto mondiali, insieme a quelle che potrebbero diventarlo. E, data la velocità con cui Washington diffonde la sua «pace», la giurisdizione del Consiglio potrebbe potenzialmente essere illimitata.

ALL’INTERNO del nuovo ordine, nato con l’idea di sostituire l’Onu, Gran Bretagna, Francia e Russia (la Cina non è stata invitata) rinuncerebbero al diritto di veto oggi esercitato nel Consiglio di sicurezza. A conservarlo resteranno solo gli Stati Uniti, almeno finché Donald Trump siederà alla Casa Bianca. Fino ad allora, il tycoon concentrerà in sé un doppio ruolo: autocrate e rappresentante di Washington. Con la fine del mandato presidenziale non terminerà però il suo regno, che finirà solo con le dimissioni o l’«incapacità».

NEANCHE UNA EVENTUALE dipartita basterà a redistribuire il potere, perché il trono passerà al successore designato. L’Assemblea generale delle Nazioni Unite, composta da 193 Paesi, verrà qui sostituita dalle capitali in grado di pagare le tasse stabilite dal tycoon. Spetta a lui l’ultima parola su ogni proposta o decisione: può istituire e modificare agenzie collegate al Consiglio e decide persino simbolo e sigillo dell’ente.

I «meravigliosi e impegnati partner» invitati a prenderne parte otterranno una sedia per tre anni, dopo i quali conserverà il posto solo chi avrà versato un miliardo di euro nei primi dodici mesi di attività. L’agenda politica è affidata a un Consiglio esecutivo, senza palestinesi né donne, formato da imprenditori e figure politiche vicine a Trump, tra cui Witkoff, Kushner, Rubio, Tony Blair, il miliardario Marc Rowan e il presidente della Banca mondiale Ajay Banga (ex amministratore delegato di Mastercard). L’alto rappresentante, Nickolay Mladenov, ha funzioni di collegamento tra il Consiglio e l’amministrazione tecnocratica della Striscia.

A supporto agisce il Consiglio esecutivo di Gaza, composto da figure già citate e da rappresentanti regionali: il ministro turco Hakan Fidan, il diplomatico qatariota Ali Al-Thawadi, l’egiziano Hassan Rashad, la ministra degli Emirati Reem Al-Hashimy, l’ex inviata Onu Sigrid Kaag, l’imprenditore israeliano Yakir Gabay.

LA GESTIONE LOCALE è affidata al Comitato nazionale per l’amministrazione di Gaza (Ncag), l’organismo tecnocratico palestinese guidato da Nabil Ali Shaath. Quest’ultimo gestirà l’amministrazione ordinaria, secondo gli ordini del «Board of peace».

I principi sono stati dettati e gli inviti recapitati, eppure le pedine non sono ancora al loro posto. Molti capi di Stato si sono detti «disponibili», ma pochi hanno dichiarato in maniera inequivocabile che prenderanno parte al Consiglio mondiale trumpiano. Lo hanno fatto il premier ungherese Orbán, il presidente argentino Milei e quello del Kazakistan, Tokayev. Trump spera di poter raccogliere tutte le firme giovedì, durante il vertice economico di Davos, ma l’obiettivo è tutt’altro che scontato. Il suo statuto deve aver seminato qualche dubbio, non tanto sulla democraticità del processo quanto sul denaro richiesto e sull’applicabilità universale del modello, quantomeno in conflitto con le istituzioni delle Nazioni unite. E poi c’è l’invito al presidente russo Putin, che mette i leader europei in una posizione imbarazzante.

Ma anche se queste pedine trovassero tutte una propria collocazione, su Gaza continuerebbe ad aleggiare un’ombra di paura e incertezza. Gli alleati del premier Netanyahu sono sul piede di guerra: il ministro delle Finanze Smotrich ha dichiarato che si deve bombardare, che i palestinesi devono essere cacciati e sostituiti dagli israeliani. Per lui «Erdogan è Sinwar, il Qatar è Hamas». Il capo di stato maggiore Zamir intende mantenere l’occupazione. L’esercito si oppone persino all’edificazione di palazzi su più piani.

Tel Aviv sostiene inoltre che, nei primi sei mesi, la ricostruzione sarà limitata a un’area pari all’1% della Striscia e solo a tende e prefabbricati.

INTANTO, A GAZA i militari continuano a sparare. Ieri i cecchini hanno colpito e ucciso un 17enne a Khan Younis, dichiarando che si trovava nei pressi della linea gialla. Un altro ragazzo è stato ammazzato nello stesso modo in mattinata, mentre nel pomeriggio un drone ha colpito un gruppo di persone, uccidendo un uomo e ferendone altri. I militari hanno lanciato una grande operazione militare nell’area di Hebron, nella Cisgiordania occupata, che ha già causato il ferimento di diversi palestinesi e almeno 26 arresti. I raid potrebbero durare diversi giorni.