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LA CURDA VERITA' Da terrorista ad alleato, Al-Sharaa è alle porte di Kobane, simbolo della rivoluzione e della lotta all’Isis. «Concede» quattro giorni alla Siria del nord-est per arrendersi e permette la fuga dalle carceri dei miliziani islamisti. Usa ed Europa approvano. I curdi, traditi, resistono

Siria La popolazione in armi per difendere l’autonomia dall’assedio. In serata la tregua a tempo. Miliziani Isis in fuga dalle carceri. Gli Stati uniti mollano la Siria del nord-est: unico alleato è al-Sharaa, il presidente qaedista

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Le tute dei prigionieri dell’Isis abbandonate prima della fuga dal carcere di Hasakah (foto Getty/Bakr Al Kasem) Le tute dei prigionieri dell’Isis abbandonate prima della fuga dal carcere di Hasakah – Getty/Bakr Al Kasem

«Rivolgiamo un appello ai nostri giovani, alle donne e agli uomini del Rojava e del Kurdistan, affinché abbattano i confini e si uniscano alla resistenza». Con queste parole, diffuse prima ancora che fosse noto l’esito dell’incontro tra il comandante delle Forze della Siria democratica, Mazloum Abdi e il presidente del governo di transizione siriano Ahmed al-Shaara, le Sdf annunciavano l’inizio di una resistenza a oltranza.

POCHE ORE DOPO, leader politici e militari comparivano uno dopo l’altro armati, accanto alla popolazione mobilitata di Jazeera e Kobane, due dei tre cantoni originari della rivoluzione del 2012. «La popolazione è organizzata ed è pronta a qualsiasi possibile attacco – ci racconta da Qamishlo Raman Bazo, insegnante curdo-ezida – Quasi il 90% delle persone è armato e partecipa attivamente alla difesa del territorio».

Secondo fonti curde, a Damasco non si sarebbe svolto alcun negoziato. A Mazloum Abdi sarebbe stata presentata un’offerta di resa in cambio di un incarico da viceministro della difesa. Persino l’accordo, già fortemente sbilanciato a favore del governo centrale e presentato il giorno precedente, sarebbe stato ritirato.

Anche l’inviato speciale statunitense Tom Barrack avrebbe fatto marcia indietro rispetto alla promessa di sostenere una qualche forma di autonomia per le aree a maggioranza curda. Alla proposta, Abdi avrebbe risposto con una dichiarazione di resistenza, accolta con favore dalla popolazione. «Tutti pattugliano insieme alle Asayish. Ognuno si assume il proprio ruolo», spiega Bazo.

Mentre la mobilitazione popolare cresceva, le Sdf respingevano i primi tentativi di infiltrazione nelle campagne meridionali di Heseke e Kobane, già stretta in un assedio. L’avvicinarsi degli scontri alle aree curde ha risvegliato un sostegno popolare diffuso, creando per le forze governative una situazione profondamente diversa da quella incontrata durante l’avanzata su Raqqa.
«Vogliono uccidere questa rivoluzione, questo spirito, e soprattutto colpire il popolo curdo – afferma Bazo – La minaccia è esistenziale: queste forze hanno una lunga storia di uccisioni, stupri, saccheggi».

NELLA NOTTE gli appelli si sono diffusi sui social, raggiungendo le comunità oltreconfine. Nel Kurdistan iracheno, a Erbil, una manifestazione spontanea ha circondato il consolato Usa per denunciare quello che viene percepito come l’ennesimo tradimento. A Dohuk, le insegne del consolato turco sono state divelte: gesto raro in una regione legata a doppio filo, politicamente ed economicamente, ad Ankara. «Abbiamo visto fratelli e sorelle curdi da ogni parte del Kurdistan rispondere all’appello – racconta Bazo – Molti si sono messi in cammino verso il Rojava, e diversi hanno già attraversato il confine».

Già nella notte, gruppi di giovani annunciavano di essere riusciti a oltrepassare la frontiera. Al mattino, una manifestazione sostenuta dal partito turco-curdo Dem ha raggiunto il valico tra Nusaybin e Qamishlo, abbattendone i cancelli sotto il fuoco dei soldati turchi, sopraffatti dalla folla. Un’immagine che richiama alla memoria l’abbattimento delle reti di confine con Kobane durante l’assedio del 2014.

NEL POMERIGGIO gli scontri hanno raggiunto il campo di al-Hol, da anni simbolo del fallimento occidentale nella gestione della questione Isis. Il campo, che ospita

decine di migliaia di affiliati allo Stato islamico e familiari, è caduto sotto il controllo delle forze governative senza che la coalizione intervenisse. Come temuto, il cambio di gestione ha prodotto il caos: reti divelte, migliaia di detenuti in fuga. «Abbiamo visto molti video di sostenitori del governo che dicevano: “Vogliamo liberare i nostri fratelli e sorelle e tutte le prigioni”», riferisce Bazo.

«Non siamo un popolo facile da piegare. Ci conoscono – continua ricordando le precedenti resistenze – Oggi la forza principale è l’unità: non ho mai visto il popolo curdo così unito». La posta in gioco, sottolinea, va però oltre il nord-est della Siria. «La distruzione dell’esperienza del Rojava sarebbe come un proiettile sparato contro tutti i movimenti nel mondo, in particolare in Medio Oriente, e contro tutti i popoli oppressi che cercano una speranza».

Dopo ore di assalti respinti, in serata l’agenzia governativa Sana ha annunciato una nuova tregua legata a un accordo: quattro giorni alla Daanes per presentare una proposta di integrazione; nessun ingresso delle forze governative in aree curde; possibilità di proporre nomine chiave nel governo; integrazione delle Sdf nei ministeri della difesa e dell’interno; applicazione del decreto n. 13 sui diritti dei curdi.

IL PRIMO A COMMENTARE è stato proprio Tom Barrack, con un post su X a sostegno del governo di transizione: la «ragione esistenziale» delle Sdf sarebbe ormai conclusa, poiché il nuovo governo sarebbe in grado di gestire la lotta all’Isis. Le Sdf, da parte loro, hanno dichiarato la volontà di implementare immediatamente il cessate il fuoco che tuttavia, a ore di distanza dall’annuncio, non ha fermato gli scontri. «Abbiamo fatto tutto ciò che era possibile. Abbiamo protetto il mondo intero dalla minaccia dell’Isis – dice Bazo – Non era un pericolo solo per curdi o arabi, ma per tutti: europei, occidentali, americani». Eppure, conclude amaro, «siamo stati lasciati soli».

La solitudine non equivale a resa: «Ci difenderemo come abbiamo fatto per quasi quindici anni». Oggi, osserva, viene sostenuto «un governo il cui presidente era un membro dell’Isis». Quando il mondo cercava un alleato contro lo Stato islamico, «non ne ha trovato nessuno. E noi ci siamo fatti avanti». Oggi però «martiri, sforzi, tutto viene dimenticato», sacrificato a calcoli politici, alla gestione delle migrazioni, ad altre priorità.

«Forse ora pensano che sia un problema lontano. Ma nel lungo periodo saremo ricordati come coloro che avevano avvertito il mondo. I curdi lo dicevano, mentre tutti guardavano altrove, mentre combattenti leali venivano traditi».

Con la collaborazione di Daniela Galiè