A mondo mio Il presidente Usa a Davos incontra Rutte e fa marcia indietro sui dazi: «Raggiunta una soluzione soddisfacente», senza specificare quale
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Il presidente Donald Trump a Davos
Niente più dazi: dopo il suo discorso fiume a Davos di un’ora e 12 minuti Donald Trump ha incontrato il segretario della Nato Mark Rutte e ha deliberato che era stato raggiunto un «quadro generale» sulla Groenlandia, «e per tutta la regione artica», soddisfacente per gli Usa. Che cosa preveda non è dato sapere. «Potete dire di sì – aveva detto poche ore prima il presidente dal palco del forum economico in Svizzera – e noi lo apprezzeremo molto.
O potete dire di no e noi ce ne ricorderemo». Una postura non molto distante dal contratto “su cui ci sarà la tua firma o il tuo cervello” di corleoniana memoria. Benché le testate più prestigiose , dal New York Times al Guardian, incentrassero i loro titoli su un’altra dichiarazione fatta da Trump: «Non userò la forza per prendere la Groenlandia. Non mi serve usare la forza. Non voglio usarla. Non userò la forza». Un esercizio, quello di guardare speranzosamente a questa affermazione o alla distensione proclamata dopo l’incontro con Rutte, che nella migliore delle ipotesi è di auto-illusione.
SE NON BASTASSE un anno di amministrazione Trump 2.0 (oltreché il suo primo governo) per indurre a prudenza nel prendere in parola il presidente Usa, basterebbe guardare a quanto aveva detto poco prima – «Probabilmente non otterremo nulla a meno che io non decida di mettere in campo una forza eccessiva, che francamente ci renderebbe inarrestabili» – o all’interezza del suo discorso a Davos.
Un tragico deja-vu che riporta alla conferenza stampa alla Casa bianca della notte precedente, ma anche al discorso di Trump all’assemblea generale delle Nazioni unite a settembre e a tutti i punti fissi dei suoi discorsi pubblici. Intessuti sul Green New Scam (la green new truffa), con le fabbriche a carbone che devono riaprire gloriose in tutto il mondo come già accaduto in Usa, a fronte di un’Europa «invasa» da nocive pale eoliche: «Sono ovunque». E poi sulle otto guerre «risolte», e quella in Ucraina «che non sarebbe mai scoppiata con me alla Casa bianca», «se le elezioni del 2020 non fossero state rubate». E ancora i «manicomi svuotati in territorio americano» dai paesi «peggiori» del mondo, «i peggiori criminali» entrati a milioni nel Paese in epoca Biden.
Quel problema, dice, ora lui lo ha risolto: «Il 2025 per la prima volta è stato l’anno della reverse migration», della migrazione al contrario, osserva a proposito delle sue squadracce di Ice che di recente abbiamo visto – tra le tante cose – trascinare un uomo anziano, in mutande, fuori da casa sua nei 25 gradi sotto zero del Minnesota. «Io sto provando a aiutare il Minnesota», ha detto Trump a Davos durante una delle sue abituali digressioni sulla politica interna: a ostacolarlo sono gli «stupidi leader» dello stato. Rappresentato alla Camera dalla deputata di origini somale Ilhan Omar a cui Trump dedica uno dei suoi passaggi più angoscianti: «Una finta parlamentare che viene da un paese fallito e vuole dirci come governare il nostro Paese. Ma questo non durerà a lungo».
MA L’AMERICA non è mai stata meglio: «È più forte e ricca di sempre». Come all’Onu, Trump dipinge piuttosto il ritratto di un European Carnage, una carneficina europea per
parafrasare il suo primo discorso di insediamento nel 2016: l’Europa, dice, oltre che da pale eoliche è invasa da temibili immigrati, è succube di «10 anni di una cultura devastante». Alleati indisciplinati e ingrati, membri di quell’Alleanza atlantica che lui ha dovuto rimettere in riga: «Volevano contribuire con il 2% del pil, e non facevano neanche quello», dice della Nato. Che oggi minaccia di spaccare definitivamente con l’annessione unilaterale della Groenlandia. Trump lo rappresenta in modo diverso: «Dalla Nato non abbiamo mai avuto nulla». «Dubito che se chiamassimo in un momento difficoltà» gli alleati risponderebbero (ha detto nonostante il sostegno incondizionato dopo l’11 settembre). «Ma noi lo faremmo».
Come accaduto durante la seconda guerra mondiale: «La Danimarca è stata sconfitta dai tedeschi in meno di sei ore». «Così siamo stati obbligati a intervenire», e «abbiamo vinto alla grande», ha detto il presidente degli Stati uniti ricostruendo a piacere la storia del Novecento: «Se non fosse stato per noi ora parlereste tedesco e magari un po’ di giapponese». In cambio di tutto questo e molto altro – durante il secondo conflitto mondiale «abbiamo ridato la Groenlandia alla Danimarca, che stupidi siamo stati» – gli Usa, sostiene Trump, chiedono in cambio solo «un grande pezzo di ghiaccio».
QUELLA GROENLANDIA che spesso nel suo discorso confonde con l’Islanda: «L’Islanda ci è costata cara», dice a proposito del crollo delle borse martedì quando ha continuato a minacciare dazi contro chi si oppone all’annessione»
E sì che gli Usa stanno costruendo tecnologie per la Difesa da far impallidire il mondo intero, a partire dal Golden Dome, di cui per contiguità non potrà che beneficiare anche il Canada: Ottawa, dice Trump, «gode spesso dei nostri regali gratuiti». Peccato che il premier Mark Carney – nel suo discorso a Davos il giorno prima – si sia dimostrato «così ingrato».
Un altro “ingrato” è il governatore della California Gavin Newsom, che ieri ha definito «significativo nella sua insignificanza» il discorso di Trump (per poi vedersi negare l’accesso al padiglione statunitense al forum di Davos). E ha attribuito l’improvvisa distensione sulla Groenlandia alla decisione di alcuni leader mondiali – Macron, Carney – di dare prova di «spina dorsale», oltre che al significativo calo di Wall Street.
