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L’inchiesta Una sentenza del 2024 mette in discussione le ricostruzioni investigative del poliziotto

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Il luogo della sparatoria a Milano foto LaPresse Il luogo della sparatoria a Milano – foto LaPresse

Per la procura di Milano, quello dell’omicidio di Abderrahim Mansouri è un caso su cui bisogna lavorare «giorno e notte». Quanto accaduto nel pomeriggio di lunedì, con il colpo di pistola sparato da un agente contro il 28enne marocchino, pusher di professione, nella zona di via Impastato, in uno dei cuori dello spaccio meneghino, va ricostruito con la massima attenzione: sia nella dinamica dell’evento – l’indagato durante l’interrogatorio ha detto di aver aperto il fuoco perché Mansouri gli aveva puntato un’arma che poi si è rivelata a salve – sia per quello che riguarda i contorni.

PERCHÉ IL POLIZIOTTO sotto indagine – ma non sospeso dal servizio – è uno di quelli che l’ambiente complicato della periferia sud lo conosce bene, il «boschetto della droga» è praticamente «il suo ufficio», dicono i colleghi: infatti sapeva anche chi fosse l’uomo morto al punto da essere stato in grado di dire al pm che lo interrogava, Giovanni Tarzia, pure quale fosse il suo soprannome: «Zack». Parliamo di un vero agente di strada, dunque, assistente capo nel commissariato Mecenate, elemento «di grande esperienza», capace l’anno scorso di prendere parte a una quarantina di arresti, da sommare ai quattro già effettuati in questo primo scampolo di 2026.

DAL PASSATO di questo 41enne di origine siciliana emergono però anche altri fatti. C’è una sentenza, pronunciata il 5 dicembre del 2024 dalla giudice Maria Gaetana Rispoli, in cui, nell’assolvere un ventenne accusato di spaccio, si chiedeva alla procura di valutare le eventuali condotte penalmente rilevanti dello stesso agente che ora è indagato per omicidio volontario in relazione alla morte di Mansouri. Il motivo è che nel verbale d’arresto del giovane (avvenuto in zona Corvetto, a due passi da via Impastato) e nella successiva relazione della polizia giudiziaria erano contenute «numerose affermazioni che non coincidono con quanto si può invece vedere dalle telecamere di sorveglianza posizionate nelle zone interessate». L’atto redatto, dunque, era da considerare «di scarsa attendibilità».

Un bel problema quando la polizia scrive una cosa e le immagini raccontano una realtà diversa. La procura, ad ogni buon conto, non ha mai dato seguito all’invito della giudice di approfondire la posizione dell’assistente capo. Che quindi ha continuato a lavorare come sempre.

PER STABILIRE LA VERITÀ su quello che è successo lunedì pomeriggio, si attendono gli esiti di alcuni accertamenti, mentre restano dubbi sulla meccanica degli eventi, motivo per cui l’avvocata Debora Piazza, nominata dal fratello di Mansouri, si è già recata più volte in procura.

Martedì sarà eseguita l’autopsia, a seguire verranno effettuati test balistici e tossicologici. Altri dettagli interessanti potrebbero arrivare dall’analisi degli smartphone dell’indagato e della vittima. E dalle impronte digitali sulla pistola a salve che il 28enne avrebbe puntato contro chi, di risposta, è riuscito a centrarlo alla testa con un colpo sparato da 30 metri verso «una sagoma» nella penombra dell’uggioso pomeriggio milanese.

La possibile presenza di tracce dell’agente sulla scacciacani della vittima è stata già oggetto di un passaggio dell’interrogatorio svolto poche ore dopo i fatti: l’indagato ha ammesso di averla toccata prima dell’arrivo dei soccorsi per toglierla «dalla disponibilità» del quasi esanime Mansouri, supino a terra con un proiettile che gli aveva appena trapassato la tempia destra.

ULTERIORI INDICAZIONI utili all’inchiesta potrebbero arrivare dall’analisi delle telecamere presenti sul posto – sarebbero tre o quattro, una delle quali puntata proprio sul luogo del delitto dall’adiacente deposito dell’Atm – e dai possibili testimoni. Il boschetto pare fosse piuttosto affollato, quel pomeriggio. Ma non conta solo chi era lì al momento fatale. Conta anche chi potrebbe aiutare gli inquirenti a capire quali fossero di preciso i rapporti tra il poliziotto e la sua vittima.