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Striscia continua A Washington il premier israeliano non ottiene subito mano libera contro Iran e Hamas

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L’auto con a bordo il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu arriva alla Casa Bianca foto Ap L’auto con a bordo il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu arriva alla Casa Bianca – foto Ap

Incontrando il segretario di stato americano Marco Rubio, Benyamin Netanyahu con una firma ieri è entrato ufficialmente a far parte del Consiglio per la Pace di Donald Trump. E potrebbe tornare negli Usa la prossima settimana per partecipare alla prima riunione operativa del Consiglio (sempre senza fondi per Gaza). Il premier israeliano ha pensato di presentarsi con questo regalo all’incontro con il presidente Usa, anche se a lui importa nulla o quasi di questo organismo. Lo ritiene un giocattolo nelle mani del tycoon. E rispedirebbe volentieri al mittente anche l’accordo di cessate il fuoco a Gaza che ha dovuto digerire lo scorso ottobre su pressione della Casa bianca. Però deve manovrare.

Trump è convinto di aver messo in moto la «soluzione che porterà la pace in Medio Oriente» e lui non può contraddirlo, almeno in pubblico.

A WASHINGTON, per il settimo incontro da quando Trump è tornato in carica, Netanyahu è andato per sollecitare due guerre: all’Iran e ad Hamas, cioè una nuova offensiva a Gaza. La prima con il pretesto del probabile rifiuto di Teheran di rinunciare a gran parte del suo programma nucleare. La seconda perché Hamas non vuole disarmare completamente.

Netanyahu ieri è entrato alla Casa bianca da un ingresso posteriore. I colloqui si sono svolti a porte chiuse e lontano dalle telecamere. A differenza degli incontri precedenti, i funzionari statunitensi hanno deciso che non ci sarebbero state dichiarazioni all’inizio dei colloqui e nessuna conferenza stampa congiunta dopo. Tuttavia il presidente Trump ha fatto sapere di aver avuto un incontro «molto positivo» con il primo ministro Benjamin Netanyahu, ma «non è stato raggiunto nulla di definitivo, a parte il fatto che ho insistito affinché i negoziati con l’Iran continuassero per cercare di raggiungere un accordo». In caso contrario, ha aggiunto, «dovremo solo vedere quale sarà l’esito», ha scritto Trump su Truth Social, senza specificare se Netanyahu sia d’accordo con questo approccio. «Si è poi saputo che si è parlato di una possibile azione militare congiunta di Stati uniti e Israele.

IN OLTRE TRE ORE di colloqui il premier israeliano ha definito le sue linee rosse, assieme alla richiesta di piena libertà d’azione contro Teheran anche in caso di un accordo tra Stati uniti e Iran. Ha esortato Trump a garantire che qualsiasi accordo futuro tenga conto del programma missilistico iraniano e non solo di quello nucleare. Anzi i missili a lungo raggio iraniani sono ormai il punto principale su cui ora batte Israele.

Nella guerra dei dodici giorni dello scorso giugno, seguita all’attacco a sorpresa lanciato da Israele contro Teheran, i missili balistici iraniani si sono dimostrati in grado, sia pure in numero limitato, di penetrare le difese israeliane facendo morti e danni. Rappresentano una deterrenza che Israele intende negare all’Iran. Sui missili balistici e non solo sull’arricchimento dell’uranio in Iran, di cui l’amministrazione Usa chiede l’interruzione totale, rischia di crollare il negoziato partito il 6 febbraio in Oman tra Washington e Teheran. Parlando ieri nel 47° anniversario della Rivoluzione islamica, il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha affermato che un «muro di sfiducia» creato dagli Stati uniti e dai paesi europei sta impedendo il progresso dei negoziati.

Ali Shamkhani, consigliere della guida suprema dell’Iran, Ali Khamenei, ha aggiunto che «le capacità missilistiche della Repubblica islamica non sono negoziabili…Non saremo vincolati da alcuna limitazione», ha aggiunto, avvertendo che una escalation militare avrebbe riflessi ovunque.

Netanyahu resta convinto che per gli interessi di Israele, il «cambio di regime» in Iran sia l’unica soluzione. Perciò ha chiesto a Trump di scatenare una guerra totale se Teheran non accetterà le condizioni degli Usa (e di Israele). Tuttavia, il premier ieri ha di nuovo dovuto prendere atto che, pur restando l’alleato più potente e il fornitore principale di armi di Israele, gli Stati uniti guardano con attenzione anche ai rapporti con la Turchia e le ricche monarchie del Golfo. Trump dopo aver inviato una potente armata navale verso l’Iran, ha poi accettato di avviare negoziati. Uno sviluppo che ha dimostrato che le pressioni di Ankara, Riyadh e Doha hanno un effetto su Trump. Una guerra prolungata all’Iran non è sopportabile da sauditi, emiratini e qatarioti. Teheran ha sfruttato i timori altrui per trasformare le proprie debolezze in una finestra di opportunità.

SU GAZA GLI STESSI giornali israeliani sottolineano che Netanyahu non ha ricevuto, per ora, il consenso di Washington a una nuova ampia offensiva per disarmare Hamas già a marzo come prevedono alcuni. Il New York Times ha riferito di un possibile via libera americano al possesso da parte dell’ala armata di Hamas di armi leggere. A Trump, scrive il sito Axios, non sono piaciute le misure appena approvate dal governo Netanyahu per l’annessione di fatto della Cisgiordania. «Sono contrario all’annessione – ha dichiarato Trump – Abbiamo già abbastanza cose a cui pensare ora».