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Quale unione Al vertice informale nel castello di Alden Biesen, Von der Leyen promette un piano d’azione da presentare al consiglio di marzo

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Foto di gruppo dei leader europei durante il vertice informale al castello di Alden Biesen, in Belgio foto Epa Foto di gruppo dei leader europei durante il vertice informale al castello di Alden Biesen, in Belgio – foto Epa

«One Europe, One market», promette von der Leyen. È lo slogan accattivante trovato stavolta per lanciare un mercato unico effettivo per l’Europa entro la fine del 2027. Di questo hanno discusso i leader dei 27 paesi Ue, spiega la presidente della Commissione nella conferenza stampa alla fine del ritiro nel castello fiammingo di Alden Biesen, nel Belgio orientale.

Sottolinea l’unanimità verso l’«apertura al commercio» e «una politica commerciale ambiziosa e pragmatica incentrata sulla diversificazione nel nostro interesse collettivo» il presidente del Consiglio europeo António Costa. Ma la presunta unanimità non nasconde dissidi e differenze di visioni.

SE L’AMBIZIONE è quella di colmar il deficit di competitività dell’economia europea, il problema è nella soluzione proposta: l’urgenza di crescita economica rende superflue le tutele sociali o ambientali. Protagonisti Mario Draghi ed Enrico Letta, il primo autore di un rapporto che piace a tutti – perché ognuno lo tira dalla sua parte – ma non applica nessuno, il secondo di uno studio sulle falle del mercato unico. Ma il «ritiro» dei leader europei – così ha scelto di definirl Costa -, che in quanto informale non produce nessun testo di conclusioni su cui misurarsi per consenso o dissenso, rappresenta un test preliminare rispetto all’Eurosummit del 19 marzo, quando verrà presentato un calendario e piano d’azione con obiettivi e scadenze, come fa sapere ancora von der Leyen.

IN REALTÀ IL RITIRO dei leader espone accordi e disaccordi dei 27 di fronte alla domanda: come rimettere in piedi l’economia europea stretta fra gli Usa di Trump e il gigante cinese? Il primo segnale arriva dal pre-vertice, convocato dal tedesco Merz insieme all’italiana Giorgia Meloni e al premier belga Bart De Wever, tre leader di destra. Dal coordinamento esce un’indicazione fortemente conservatrice della competitività, che sottolinea soprattutto la necessità della riduzione delle regole e il contenimento dei prezzi dell’energia. In entrambi i casi, è la transizione ecologica a farne le spese, come ha dimostrato l’inversione di rotta del secondo mandato von der Leyen, a suon di decreti «omnibus» che fanno a pezzi, oltre ai vincoli ambientali, anche le tutela sociali.

AI TRE LEADER si uniscono 16 paesi (Austria, Bulgaria, Cipro, Croazia, Danimarca, Finlandia, Francia, Grecia, Lussemburgo, Paesi Bassi, Polonia, Repubblica ceca, Romania, Slovacchia, Svezia e Ungheria) e partecipa la Commissione europea: tutt’altro che un’iniziativa isolata, dunque, anzi un gruppo di lavoro destinato a incontrarsi si nuovo anche alla vigilia del summit di marzo, come precisa Meloni.

Spicca l’assenza al prevertice del primo ministro spagnolo Pedro Sánchez, uno dei pochi socialisti nel consesso europeo, dovuta, a quanto riferisce il quotidiano di Madrid El País, a un mancato invito da parte dell’Italia. Palazzo Chigi smentisce a stretto giro, ma la frizione diplomatica è evidente. La versione spagnola è che dopo la fine della riunione preliminare che anticipava l’incontro, il governo spagnolo è andato a lamentarsi con quello di Roma, sostenendo che iniziative di questo tipo minano il principio di solidarietà Ue, motivo per cui Roma avrebbe deciso di ritirare l’invito a Madrid. Alla fine il leader spagnolo sarà l’unico a dire che sì bisogna rafforzare la competitività, «ma senza compromettere i valori e i principi fondamentali né rinunciare al modello sociale europeo».

Il protagonismo di Meloni accanto a Merz arriva dopo giorni di terremoto tra Berlino e Parigi. L’asse franco-tedesco, un tempo portante per gli equilibri di potere Ue è stato destabilizzato dal botta e risposta rispetto alla ricetta macroniana composta di eurobond, made in Europe e approdo federalista, considerati strumenti che possono rendere l’Europa una superpotenza globale. Diversamente da Berlino, Roma non è ostile al debito comune, come ha ribadito ieri la premier Meloni. La sintonia tra Palazzo Chigi e Merz, oltre che sulla comune volontà di politiche securitarie e punitive verso i migranti, si basa soprattutto sula comune visione di un’Ue funzionante attraverso cooperazioni rafforzate tra stati nazione.

IL LEADER TEDESCO ci tiene però a presentarsi al punto stampa a braccetto del presidente francese Emmanuel Macron dopo un bilaterale pre-summit che ha il sapore dell’amicizia ritrovata. Si presentano insieme per dare dimostrazione di unità («tra noi due c’è quasi sempre accordo», rassicura il cancelliere, nonostante resti aperta la questione del ritiro tedesco dal progetto con Francia e Spagna dell’aereo di sesta generazione Fcas).

L’agenda francese non sembra particolarmente diversa quanto a proposte economiche. Solo, alle generiche istanze di semplificazione e miglioramento del mercato unico e un accento sulla necessità di maggiore innovazione, si aggiunge una sottolineatura non trascurabile sulla «difesa della preferenza europea nei settori critici». Come quello della produzione bellica, ad esempio, rispetto al quale Parigi è andato in guerra proprio con i tedeschi e i polacchi, costringendo von der Leyen e un difficile compromesso. Di fronte al rinnovato dialogo tra Macron e Merz, a Meloni non resta che abbozzare: «La convergenza con la Germania c’è, ma non va contro qualcuno». Excusatio non petita.