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Giorno di combattimenti numero 1.461, e si sentono tutti. Nell’Ucraina invasa dove Zelensky parla a una platea stanca. Nella Russia di Putin che avanza a passo geologico. Nell’Europa su cui ora pesa l’intero carico degli aiuti. Il mondo è molto cambiato, la guerra no

Il limite ignoto Sulla cerimonia per la commemorazione dell’invasione russa pesa il mancato accordo sul prestito da 90 mld e sulle sanzioni a Mosca

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Parenti delle vittime della guerra davanti Muro del Ricordo a Bucha foto Ap/Sergei Grits Parenti delle vittime della guerra davanti Muro del Ricordo a Bucha – foto Ap/Sergei Grits

L’Ucraina ha bisogno che la guerra finisca, ma anche la Russia. Lo dicono gli analisti militari occidentali, i politici di mezzo mondo compresi quelli statunitensi e da ieri lo sostiene anche Volodymyr Zelensky. Ma nel giorno in cui una cerimonia mai così mesta e sottotono ha scandito il passaggio del quarto anno dall’invasione russa, la fine del conflitto appare tanto indispensabile quanto lontana. Se la strategia di Vladimir Putin era temporeggiare sui negoziati per tentare la conquista dei territori manu militari non si può che certificarne il fallimento. Così come le sparate social di Donald Trump sul raggiungimento di un accordo in «tempi brevissimi» non si contano. È vero che durante il 2025 l’esercito russo ha conquistato più territorio rispetto ai due anni precedenti (5mila kmq circa), ma si tratta dello 0,76% della superficie ucraina pre-bellica. L’avanzata procede a ritmo lentissimo e probabilmente insostenibile, a patto che l’Occidente non abbandoni Kiev prima.

Su questo la sparuta presenza di leader europei sotto il cielo plumbeo di Piazza Maidan non lascia ben sperare e l’ostracismo ungherese ha palesato le crepe interne a quella parte di Unione europea che non vede l’ora di trovare una sponda di peso per mettere in discussione il supporto a Zelensky. Gli unici ad affermare che «tutto procede secondo i piani» sono i russi. Ma i dati sul Pil della Federazione dicono il contrario, così come la necessità di mantenere una macchina bellica mostruosa che reclama 30mila nuove reclute ogni mese e ha riconvertito l’economia nazionale a uno sforzo impensabile quattro anni fa, quando Vladimir Putin dichiarò l’inizio dell’«operazione militare speciale».

L’EMBLEMA di questa fase del conflitto è la sorte della cittadina orientale di Pokrovsk, assediata dall’agosto del 2024 ma non ancora caduta, così come quella parte residua di Donetsk che Mosca reclama per via negoziale visto che non è ancora riuscita a conquistarla con le armi. In alcune zone del sud-est, seppure temporaneamente, gli ucraini negli ultimi giorni sono addirittura riusciti a contrattaccare. Il che non implica nessun cambiamento negli equilibri tattici, l’iniziativa offensiva resterà alla Russia, superiore dal punto di vista numerico e di equipaggiamento. Ma, evidentemente, non abbastanza per piegare l’esercito ucraino fin qui. «Oggi sono esattamente quattro anni da quando Putin avrebbe dovuto prendere Kiev in tre giorni» ha dichiarato Zelensky prima che arrivasse la delegazione occidentale per le commemorazioni.

La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha ribadito che «l’Europa è fermamente al fianco dell’Ucraina», ma in conferenza stampa ha deluso le aspettative di Zelensky affermando che «non è possibile fissare una data chiara» per l’ingresso di Kiev nell’Ue. Il leader ucraino sperava invece di trovare conferma alla sua speranza di adesione «all’inizio del 2027». Il presidente del Consiglio europeo Antonio Costa ha elogiato «la nuova Ue» nata dopo il 2022, «anche se a volte non è semplice prendere decisioni». Il riferimento è all’Ungheria e alla Slovacchia che con un voto contrario hanno bloccato sia il 20° pacchetto di sanzioni alla Russia sia il prestito da 90 miliardi all’Ucraina. Viktor Orbán e i suoi sodali «stano violando il principio di sincera cooperazione tra gli Stati membri della Ue» e Costa ha invitato la Commissione «a usare tutti gli strumenti del trattato Ue, perché «l’Ue non può essere ricattata». Il punto è lo snodo dell’oleodotto di Druzhba, attraverso il quale transitava il petrolio diretto in Ungheria, Slovacchia e Serbia che è stato bombardato e dovrebbe essere ricostruito dagli ucraini. Ma Kiev si oppone – anche se von der Leyen ha esortato Zelensky a una rapida riparazione – «non deve esserci posto per il petrolio russo sui mercati Ue e comunque ci sono alternative, come l’Adriatico o altri oleodotti ucraini».

LA CLASSICA FOTO di rito con i leader ospiti sotto la colonna di piazza Maidan quest’anno sembrava invece realizzata in contrasto con le dichiarazioni dei vertici Ue. Oltre a quest’ultimi a Kiev erano presenti i capi di stato e di governo dei paesi baltici e scandinavi e il premier croato. Mancavano tutti i rappresentanti dei grandi Paesi occidentali che invece

si sono collegati da remoto in una riunione della coalizione dei Volenterosi organizzata da Francia e Gran Bretagna. Nella nota finale uscita dalla riunione si ribadisce il «sostegno incrollabile all’Ucraina» e si fa appello alla Russia affinché «si impegni nelle discussioni in modo ragionevole e approvi un cessate il fuoco incondizionato».

Intanto il capo dell’Ufficio presidenziale ucraino – nonché direttore dei servizi segreti militari (Gur) – Kyrylo Budanov ha fatto sapere che i prossimi colloqui trilaterali con Russia e Stati uniti si terranno il 26 e 27 febbraio. «I progressi sono lenti, ma stanno avvenendo», ha dichiarato Budanov, citato dal portale ucraino Zn.ua. Ancora ignota la sede dei colloqui ma al centro delle discussioni ci saranno «le questioni territoriali e la centrale nucleare di Zaporizhzhia».

DALL’ALTRA PARTE dell’oceano, secondo Bloomberg, i funzionari di Trump starebbero cercando in tutti i modi di chiudere l’accordo di pace entro il prossimo 4 luglio, giorno in cui si celebrerà il 250esimo anniversario della Dichiarazione di indipendenza Usa (1776). Ma, a parte le minacce di abbandonare il ruolo di mediazione e di non fornire garanzie di sicurezza a Kiev, al momento non si intravedono svolte nel processo negoziale.

UN PICCOLO COLPO di scena Zelensky lo ha trovato anche stavolta: mostrare il bunker sotto l’edificio in via Bankova – nel pieno centro di Kiev – dove ha trascorso i primi mesi dell’invasione. Per il presidente è stato un modo per tornare alle origini e ricordare quello spirito di abnegazione e coraggio che sembrava animare tutto in quei tempi che oggi appaiono remoti, quasi appartenenti a un’altra epoca. Ma il video che doveva infondere coraggio agli ucraini in nome delle sofferenze già superate non regge alla prova del presente che è fatto ancora di bombe, freddo, stenti e millequattrocentosessanta interminabili giorni di stanchezza.