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Il caso Mentre il Ministro "del made in Italy" Adolfo Urso guida a Bruxelles l’offensiva degli 11 governi "Friends of Industry" per denunciare il sistema ETS come una «tassa sulle imprese», un appello di 150 scienziati critica la strategia «miope» mentre l’Italia frana sotto i colpi dei disastri climatici. Tra il Decreto Bollette che sussidia il gas e la critica del Green Deal, si consuma lo scontro tra frazioni del capitale in un'Europa sospesa tra "competitività" e riarmo

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La presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, e il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso - Ansa La presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, e il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso – Ansa

Il consiglio competitività di ieri a Bruxelles è stata l’occasione di un’offensiva diplomatica per sospendere e modificare le politiche per la decarbonizzazione dell’economia fissate dall’Emission Trading System (Ets). Per i 150 tra scienziati ed economisti italiani che, in un appello pubblicato su «Scienza in Rete», hanno chiesto al governo Meloni di non indebolirlo nell’ambito del «Decreto Bollette», l’Ets «è stato adottato anche in Cina e in generale ha contribuito in modo significativo alla riduzione delle emissioni nei settori regolati e ha dimostrato che politiche climatiche ambiziose possono produrre risultati, stimolare l’innovazione e guidare la transizione industriale a costi sostenibili». Rallentare, o interrompere del tutto, questo processo, per di più dopo gli ultimi disastri a Niscemi e del Ciclone Harry, significa fare pagare all’Italia i danni colossali delle catastrofi ambientali e mettere al tappeto un’industria in crisi evidente.

L’aria che si respirava ieri a Bruxelles era molto diversa dalle idee e dagli obiettivi dell’appello «Niente di più miope che attaccare il sistema Ets mentre l’Italia frana». In una dichiarazione siglata dagli undici ministri dell’Industria riuniti nel gruppo «amici dell’industria» (Italia, Austria, Croazia, Repubblica Ceca, Francia, Germania, Lussemburgo, Polonia, Portogallo, Slovacchia e Spagna), la contraddittoria architettura dell’Ets, è stata considerata un moltiplicatore di costi che mette a rischio lo scheletro della manifattura europea: acciaio, carta, vetro e ceramica. L’obiettivo dei governi firmatari è una revisione profonda dei regolamenti che dovrebbe avvenire il prossimo luglio. Alla Commissione Europea è stato chiesto che vengano mantenute le quote gratuite per le imprese esportatrici, le stesse che invece dovrebbero essere eliminate gradualmente a favore del Cbam, cioè il Meccanismo di Adeguamento del Carbonio alle Frontiere. Si tratta di una tassa ambientale applicata ai prodotti importati nell’Unione Europea che provengono da paesi con standard climatici meno rigorosi di quelli europei.

Il documento siglato ieri è una forma di pressione su Bruxelles che però difficilmente abolirà il «Green Deal». Potrebbe invece offrire alcune concessioni economiche agli «amici dell’industria», e alle loro scatenate lobby, per i settori più esposti: acciaio e chimica, per esempio.

Va anche ricordato che non tutti i paesi che hanno sottoscritto la dichiarazione hanno le stesse posizioni. Tra revisione dell’Ets e sospensione (e liquidazione come vorrebbero le destre estreme alleate al capitalismo fossile) ci sono grandi differenze. Francia e Germania la pensano diversamente e hanno interessi opposti (il nucleare la prima, l’auto la seconda). Le loro posizioni non sono omologabili né alla Polonia, né a Meloni che ieri ha ribadito che l’Europa deve tagliare i «costi dell’energia».

Il ministro «del made in Italy» Adolfo Urso, che ha gestito per l’Italia la dichiarazione di ieri, ha chiarito: «Il sistema Ets dell’Ue è un’ulteriore tassa a carico delle imprese europee. Chiederemo un intervento sui parametri di riferimento delle emissioni e sui meccanismi di assegnazione delle quote, incluso il rinvio della graduale eliminazione delle quote gratuite». Se si arrivasse a un voto per sospendere del tutto il sistema Ets, il fronte degli «amici dell’industria» si spaccherebbe. Stiamo assistendo a uno scontro tra frazioni del capitale, quella “green” e quella fossile. In mezzo si trova la Commissione von der Leyen che ha sostituito l’impegno sul Green Deal sbandierato nella precedente legislatura con l’entusiasmo per il riarmo.

In Italia il problema è il prezzo dell’energia che risente dell’andamento speculativo di quello del gas. E ciò mette in ginocchio imprese e famiglie. Il governo Meloni ha detto di averlo affrontato con il «decreto bollette». In realtà il tentativo unilaterale fatto dal governo di sterilizzare l’effetto dell’Ets per le centrali turbogas corre il rischio di essere sanzionato dalla Commissione Ue per illegittimo «aiuto di Stato». In sé il decreto che sarà discusso in parlamento dalla settimana prossima è un’operazione di redistribuzione dei costi che favorisce il gas naturale (quello venduto da Trump) a discapito della transizione ecologica. Per il Financial Times di ieri quello di Meloni è un caso di «greensliding», cioè di un arretramento rispetto alle politiche verdi. Sono questi i rischi che si annidano dietro l’ancora confuso discorso sulla «semplificazione» per aumentare la «competitività» di cui parlano i rapporti di Mario Draghi e quello di Enrico Letta.