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Migranti Sono legge la lista comune sui paesi di origine sicuri e le anticipazioni del Patto europeo. Le norme Ue in vigore da ieri possono riaprire lo scontro con le toghe sui centri d'oltre Adriatico. Alla vigilia del voto sulla riforma costituzionale della magistratura

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La lista Ue di Paesi di origine sicuri e le anticipazioni del Patto europeo su migrazione e asilo sono in vigore. Il regolamento che le contiene, il 2026/463, è uscito giovedì nella gazzetta ufficiale Ue. In genere all’ultima pagina di questi atti direttamente validi negli Stati membri, senza bisogno di leggi nazionali che li recepiscano, si legge: «Il presente regolamento entra in vigore il ventesimo giorno successivo alla pubblicazione». Nei casi più urgenti la vacatio legis può essere abbreviata. Stavolta la norma «entra in vigore dal giorno successivo alla pubblicazione». Ieri.

Tanta fretta si capisce, per esempio, nel regolamento sul sostegno finanziario all’Ucraina pubblicato lo stesso giorno e con la stessa dicitura: la guerra non aspetta. Più difficile interpretarla per le questioni migratorie: gli arrivi sono in calo ovunque, soprattutto in Italia. Più che dagli sbarchi, l’urgenza potrebbe dipendere dai centri in Albania.

DEL RESTO TUTTO il processo legislativo europeo su queste misure è stato segnato da accelerazioni inedite, che hanno sorpreso sia gli esperti di diritto Ue sia gli stessi eurodeputati. Basti pensare a quanto accaduto nella notte tra mercoledì 17 e giovedì 18 dicembre. Poche ore dopo il via libera dell’aula di Strasburgo alla posizione in tema paesi di origine sicuri e paesi terzi sicuri è stato convocato il trilogo con i negoziatori di parlamento, commissione e consiglio. L’accordo è arrivato in una sola seduta. Un record. «Avevano una fretta incredibile», disse a questo giornale l’eurodeputata Ilaria Salis, relatrice ombra di uno dei due provvedimenti.

Bruciare le tappe sulla lista comune, sulla possibilità di applicare le procedure accelerate di frontiera ai paesi con tassi di accoglimento dell’asilo inferiori al 20% e su quella di prevedere eccezioni per categorie di persone e porzioni di territorio in paesi di origine ritenuti comunque «sicuri» è stato per mesi il pallino del governo Meloni. Un pallino che deve avere una motivazione forte: senza tanto impegno le novità sarebbero comunque diventate valide a breve, il prossimo giugno con il Patto Ue.

CON IL REGOLAMENTO 2026/463, invece, è stata accolta «la richiesta dell’Italia all’Europa di anticipare l’applicazione del regolamento sulle procedure accelerate di frontiera», ha detto ieri Rosanna Rabuano in un convegno all’università Bocconi di Milano. Dal gennaio 2025 Rabuano è a capo del dipartimento libertà civili e immigrazioni del Viminale. «Secondo me la norma è direttamente applicabile se lo Stato ha già la capacità di implementare le procedure di frontiera. Non solo per i paesi di origine sicuri, ma anche per le domande inammissibili. Come quelle di chi chiede asilo ma dichiara di essere arrivato in Italia per cercare lavoro», ha continuato Rabuano, pur riferendo che la validità immediata «non è condivisa da tutte le amministrazioni».

Le procedure accelerate di frontiera sono quelle che ammettono la detenzione dei richiedenti asilo. Sperimentate in Sicilia nell’ottobre 2023, fino alla bocciatura di Iolanda Apostolico e dei colleghi della sezione specializzata di Catania, e poi riproposte in pompa magna in Albania, dove sono andate a sbattere contro le decisioni del tribunale e della corte d’appello di Roma. I giudici hanno disapplicato la lista nazionale dei paesi sicuri perché contraria al diritto Ue.

IL GOVERNO è convinto che la lista comune europea e le nuove norme tolgano argomenti alla magistratura italiana per non convalidare le detenzioni d’oltre Adriatico. A livello giuridico questa convinzione è molto debole. Nella sentenza dello scorso agosto la Corte di giustizia Ue ha fissato una serie di paletti alla designazione dei paesi di origine sicuri e alla possibilità di prevedere esclusioni sociali o geografiche. Paletti che valgono per le leggi europee, Patto compreso, come per qualsiasi atto legislativo nazionale. Il nuovo regolamento procedure, poi, prevede esplicitamente che le zone di frontiera devono essere individuate nel territorio degli Stati membri, non in un paese terzo come l’Albania.

È certo che la compatibilità delle nuove norme con quelle sovraordinate, dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Ue alla Costituzione, sarà materia di tribunali. Ma i rinvii pregiudiziali o i giudizi di legittimità richiedono tempo, mentre la politica gioca su altri ritmi. Soprattutto quando è alla continua ricerca di scontri con la magistratura. Anche perché quelli in materia di immigrazione, è convinzione diffusa, portano consenso all’esecutivo.

TRA MARZO E GIUGNO cambia poco per «la difesa dei confini» sbandierata dal governo. C’è però un evento che rischia di trasformare profondamente l’ordinamento costituzionale dell’Italia: il referendum sulla riforma della magistratura. In questa campagna elettorale vale tutto, dalla distorsione delle sentenze ai toni diffamatori che hanno costretto a intervenire persino il capo dello Stato.

In tale contesto l’esecutivo potrebbe rigiocarsi a stretto giro la carta dei trasferimenti in Albania. Non solo quelli dei migranti irregolari già detenuti nei Cpr italiani, che in questi giorni hanno visto numeri inediti, ma anche quelli dei richiedenti asilo soccorsi in alto mare, come nella fase iniziale del protocollo.

PER MELONI E PIANTEDOSI sarebbe uno scenario win win. Se i giudici convalidassero per la prima volta i trattenimenti l’esecutivo potrebbe dire, a torto visto che l’Ue ha dovuto cambiare le regole, di aver sempre avuto regione e che i centri «fun-zio-na-no» come promesso. Se invece non convalidassero, gli attacchi si arricchirebbero di nuovi argomenti: le toghe rosse non rispettano neanche le norme europee. Alla vigilia del referendum.