Sarà lunga Solo Sánchez condanna e non fornisce le basi agli Usa
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Due sono i punti chiave dell’Ue per affrontare la crisi: il rispetto della legalità internazionale e la strada diplomatica per la de-escalation in Medio Oriente. Quanto alla legalità, la posizione Ue è scivolosa. Nella dichiarazione di ieri a proposito della situazione in Medio Oriente, la presidente della Commissione Ursula von der Leyen evita di condannare l’attacco congiunto di Usa e Israele, che pure è stato lanciato senza nessun passaggio formale e senza coinvolgimento delle Nazioni Unite.
Controcorrente solo Madrid. Il premier Pedro Sánchez, che ha definito l’attacco Usa-Israele «un intervento militare ingiustificabile e pericoloso», ha negato assistenza operativa agli Stati uniti, che hanno dovuto ritirare alcuni aerei cisterna nelle basi in Andalusia, usati per rifornire i cacciabombardieri americani. La ministra delle Difesa Margarita Robles ha spiegato che le truppe statunitensi «devono operare nel rispetto della legalità internazionale», mentre in questo momento si stanno verificando solo azioni unilaterali.
Interrogata sull’opzione regime change, la Commissione afferma di sostenere con forza il «diritto del popolo iraniano a determinare il proprio futuro» di fronte a quello che viene definito «uno dei regimi più oppressivi al mondo», che solo di recente «ha ucciso il proprio popolo che protestava in modo pacifico».
Insomma, l’esecutivo europeo non risponde chiaramente sul tema (anche se il gruppo Left legge la risposta come adesione alla linea del cambio di regime) e in parte a ragion veduta. La politica estera dell’Unione resta infatti prerogativa delle capitali, quindi del Consiglio che le riunisce a Bruxelles, al massimo dell’Alta rappresentante Kaja Kallas, non certo della Commissione. Von der Leyen ha tenuto ieri una «riunione di sicurezza», che però è poco più di un briefing operativo tra membri dell’intelligence di un paese Ue e i commissari interessati alla materia. Però, nonostante la difficoltà delle capitali a trovare una voce unica sullo scenario internazionale, quello che emerge chiaramente da Bruxelles è la volontà di arginare l’escalation del conflitto. Parla a nome di tutti von der Leyen quando esprime preoccupazione per la stabilità dell’area, e scandisce che «l’unica soluzione di lungo termine è quella diplomatica».
Senza dubbio, il nuovo conflitto in Medio Oriente rappresenta un incubo per l’Europa, per diversi motivi. A partire dalla possibilità che venga coinvolta direttamente Cipro, che detiene la presidenza di turno del Consiglio Ue e ha cancellato all’ultimo minuto la riunione informale dei ministri degli Affari europei dei 27, dopo l’attacco di un drone contro la base britannica di Akrotiri. La Commissione fa sapere, tramite la sua prima portavoce Paula Pinho, che non si è ancora discusso della clausola di mutuo soccorso, la 42.7 prevista dai trattati in caso di attacco, ma la questione è sul tavolo.
C’è poi il nodo energia. La fiammata dei prezzi di petrolio e gas dopo l’attacco, con la prospettiva della chiusura dello Stretto di Hormuz, il blocco del Gnl da parte del Qatar (che ne è tra i maggiori esportatori al mondo), sono tutti motivi di preoccupazione. I leader europei sono terrorizzati dalla possibile spirale inflattiva innescata dai prezzi del carburante e del combustibile per riscaldamento. Un motivo in più per cedere alle modifiche delle regole ambientali Ue, a partire dal sistema Ets2. Non a caso, la Commissione ha annunciato ieri una task force sull’energia insieme agli stati, da tenere nei prossimi giorni.
Infine, il nuovo scenario di guerra ha un impatto sull’Ucraina. «Se le ostilità si prolungano, ci saranno ripercussioni sulle munizioni per la difesa aerea», avverte il presidente ucraino Zelensky, riferendosi alle armi che i paesi europei acquistano dagli Usa per girarle a Kiev.
Due sono i punti chiave dell’Ue per affrontare la crisi: il rispetto della legalità internazionale e la strada diplomatica per la de-escalation in Medio Oriente. Quanto alla legalità, la posizione Ue è scivolosa. Nella dichiarazione di ieri a proposito della situazione in Medio Oriente, la presidente della Commissione Ursula von der Leyen evita di condannare l’attacco congiunto di Usa e Israele, che pure è stato lanciato senza nessun passaggio formale e senza coinvolgimento delle Nazioni Unite.
Controcorrente solo Madrid. Il premier Pedro Sánchez, che ha definito l’attacco Usa-Israele «un intervento militare ingiustificabile e pericoloso», ha negato assistenza operativa agli Stati uniti, che hanno dovuto ritirare alcuni aerei cisterna nelle basi in Andalusia, usati per rifornire i cacciabombardieri americani. La ministra delle Difesa Margarita Robles ha spiegato che le truppe statunitensi «devono operare nel rispetto della legalità internazionale», mentre in questo momento si stanno verificando solo azioni unilaterali.
Interrogata sull’opzione regime change, la Commissione afferma di sostenere con forza il «diritto del popolo iraniano a determinare il proprio futuro» di fronte a quello che viene definito «uno dei regimi più oppressivi al mondo», che solo di recente «ha ucciso il proprio popolo che protestava in modo pacifico».
Insomma, l’esecutivo europeo non risponde chiaramente sul tema (anche se il gruppo Left legge la risposta come adesione alla linea del cambio di regime) e in parte a ragion veduta. La politica estera dell’Unione resta infatti prerogativa delle capitali, quindi del Consiglio che le riunisce a Bruxelles, al massimo dell’Alta rappresentante Kaja Kallas, non certo della Commissione. Von der Leyen ha tenuto ieri una «riunione di sicurezza», che però è poco più di un briefing operativo tra membri dell’intelligence di un paese Ue e i commissari interessati alla materia. Però, nonostante la difficoltà delle capitali a trovare una voce unica sullo scenario internazionale, quello che emerge chiaramente da Bruxelles è la volontà di arginare l’escalation del conflitto. Parla a nome di tutti von der Leyen quando esprime preoccupazione per la stabilità dell’area, e scandisce che «l’unica soluzione di lungo termine è quella diplomatica».
Senza dubbio, il nuovo conflitto in Medio Oriente rappresenta un incubo per l’Europa, per diversi motivi. A partire dalla possibilità che venga coinvolta direttamente Cipro, che detiene la presidenza di turno del Consiglio Ue e ha cancellato all’ultimo minuto la riunione informale dei ministri degli Affari europei dei 27, dopo l’attacco di un drone contro la base britannica di Akrotiri. La Commissione fa sapere, tramite la sua prima portavoce Paula Pinho, che non si è ancora discusso della clausola di mutuo soccorso, la 42.7 prevista dai trattati in caso di attacco, ma la questione è sul tavolo.
C’è poi il nodo energia. La fiammata dei prezzi di petrolio e gas dopo l’attacco, con la prospettiva della chiusura dello Stretto di Hormuz, il blocco del Gnl da parte del Qatar (che ne è tra i maggiori esportatori al mondo), sono tutti motivi di preoccupazione. I leader europei sono terrorizzati dalla possibile spirale inflattiva innescata dai prezzi del carburante e del combustibile per riscaldamento. Un motivo in più per cedere alle modifiche delle regole ambientali Ue, a partire dal sistema Ets2. Non a caso, la Commissione ha annunciato ieri una task force sull’energia insieme agli stati, da tenere nei prossimi giorni.
Infine, il nuovo scenario di guerra ha un impatto sull’Ucraina. «Se le ostilità si prolungano, ci saranno ripercussioni sulle munizioni per la difesa aerea», avverte il presidente ucraino Zelensky, riferendosi alle armi che i paesi europei acquistano dagli Usa per girarle a Kiev.
