La guerra grande Un report dell’intelligence Usa precedente alla guerra definisce «improbabile» un cambio di leadership. Tornano i meme della Casa bianca: videogiochi, sport e film di Hollywood usati per una campagna comunicativa crudele e propagandistica
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Tre frame di un video di propaganda della Casa bianca sull'Iran con Spongebob
Nella mattina di sabato Donald Trump ha usato ancora una volta la sua piattaforma Truth Social per parlare di piani bellici e annunciare l’intenzione di lanciare nuovi attacchi contro l’Iran. «Oggi l’Iran sarà colpito molto duramente! A causa del suo pessimo comportamento , aree e gruppi di persone che fino a questo momento non erano stati considerati come obiettivi sono stati seriamente presi di mira».
IL PRESIDENTE Usa si è poi attribuito il merito della nuova linea annunciata da Teheran, che ha dichiarato di non voler più sferrare attacchi contro paesi vicini. Su Truth ha scritto che questa scelta «è stata adottata solo a causa dell’incessante attacco degli Stati uniti e di Israele». «È la prima volta in migliaia di anni – ha proseguito – che l’Iran perde contro i paesi mediorientali circostanti. Loro hanno detto: “Grazie, Presidente Trump”. Io ho risposto: “Prego!”. L’Iran non è più il “bullo del Medio Oriente”, è invece il “perdente del Medio Oriente”, e lo sarà per molti decenni, finché non si arrenderà o, più probabilmente, crollerà completamente».
Gli obiettivi della Casa bianca restano gli stessi: resa incondizionata dell’Iran e cambio di regime sotto supervisione americana. Il secondo obiettivo, però, potrebbe rivelarsi ancora più difficile del primo. Un rapporto classificato del National Intelligence Council (Nic), visto dal Washington Post, conclude infatti che anche un attacco militare statunitense su larga scala difficilmente riuscirebbe a rovesciare la radicata leadership clericale e militare del Paese. La valutazione solleva dubbi sulla capacità di Washington di rimodellare con la guerra l’ordine politico iraniano.
IL RAPPORTO è stato completato prima che Stati uniti e Israele iniziassero le operazioni militari e prende in esame diversi scenari: dall’eliminazione mirata dei vertici iraniani a un attacco più ampio contro l’intera leadership e le istituzioni statali. In entrambi i casi l’intelligence americana ha scritto di ritenere probabile che le strutture della Repubblica islamica riescano a sopravvivere anche all’uccisione della Guida suprema, l’ayatollah Ali Khamenei, mantenendo la continuità del potere. Secondo il documento, i meccanismi di successione della Repubblica islamica sono stati concepiti proprio per garantire la stabilità del sistema in caso di morte della Guida suprema. I funzionari a conoscenza del rapporto che hanno parlato al Washington Post, hanno spiegato che l’establishment religioso e militare iraniano reagirebbe seguendo protocolli precisi, pensati per preservare la struttura e l’autorità del regime. La possibilità che la frammentata opposizione iraniana riesca a prendere il controllo del Paese è definita «improbabile».
IL NIC RIUNISCE analisti veterani incaricati di produrre valutazioni super partes che sintetizzano il lavoro delle 18 agenzie di intelligence statunitensi, e la valutazione è stata ultimata circa una settimana prima dell’inizio della guerra. La Casa bianca non ha chiarito se il presidente fosse stato informato di questa analisi prima di autorizzare l’operazione militare, che ha ritenuto opportuno annunciare sulle note della Macarena.
Fin dall’inizio del conflitto anche il linguaggio della guerra ha subito una trasformazione. I toni diplomatici sono scomparsi, sostituiti da quella che molti osservatori definiscono una «meme war»: una strategia di propaganda che usa meme, video virali, estetica da videogame e riferimenti alla cultura pop per raccontare e promuovere la guerra sui social, così come è stato fatto per la «Grande deportazione» o contro i manifestanti di No Kings.
Non si tratta di contenuti spontanei prodotti dagli utenti, ma di una narrazione costruita e amplificata dall’apparato comunicativo della Casa bianca e del Pentagono. L’amministrazione Trump diffonde clip e montaggi che mescolano filmati di bombardamenti, musica pop, scene da videogiochi e personaggi della cultura pop statunitense, da Gta a SpongeBob, trasformando l’operazione militare contro Teheran in contenuti virali elementari pensati per TikTok, X e Instagram.
L’OBIETTIVO è duplice: controllare la narrazione del conflitto, presentando le operazioni militari come uno spettacolo eroico, e mobilitare l’ecosistema digitale trumpiano, abituato a comunicare attraverso meme, ironia, crudeltà e cultura internet. La deriva è arrivata al punto che l’attore Ben Stiller ha chiesto alla Casa bianca di rimuovere una clip del suo film satirico Tropic Thunder, utilizzata in un video promozionale dell’attacco all’Iran. «La guerra non è un film», ha scritto Stiller su X dopo che l’account ufficiale della presidenza aveva diffuso un montaggio intitolato Giustizia all’americana, in cui mescolava immagini reali di bombardamenti con scene hollywoodiane.
