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Energia Il progetto nuke di Palazzo Chigi: «Entro il 2050 una capacità installata tra 8 e 16 Gw». Legambiente: «Tecnologie non ancora disponibili e costosissime. E poi chi le vorra?»

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Il ministro dell'Ambiente e della sicurezza energetica Gilberto Pichetto Fratin  ministro dell'Ambiente e della sicurezza energetica Gilberto Pichetto Fratin

«L’Italia ha deciso di aderire all’impegno di triplicare la capacità nucleare globale». Ha il tono delle decisioni importanti, l’annuncio del ministro dell’Ambiente e della sicurezza energetica Gilberto Pichetto Fratin durante il suo intervento al secondo vertice internazionale sul nucleare civile di Parigi. «L’Italia – assicura – sta affrontando con realismo e responsabilità la possibilità di reintrodurre la produzione di energia nucleare nel proprio mix energetico». Non una semplice dichiarazione d’intenti ma «ipotesi concrete» sul tavolo che prevedono «entro il 2050, una capacità installata tra 8 e 16 GW, con una copertura potenziale della domanda elettrica compresa tra l’11% e il 22%». Intanto però alla Camera, causa referendum, si prospetta già lo slittamento di una settimana per il termine della presentazione degli emendamenti al testo del ddl Nucleare in discussione nelle commissioni Ambiente e Attività produttive. Secondo fonti parlamentari, la richiesta sarebbe stata avanzata dallo stesso partito del ministro, Forza Italia.

Sostiene Pichetto Fratin che «in un sistema sempre più elettrificato – tra industria, mobilità, data center e intelligenza artificiale – il nucleare può contribuire alla decarbonizzazione, alla stabilità della rete e alla sicurezza degli approvvigionamenti». Per questo l’Italia «sta costruendo una strategia nucleare responsabile, moderna e trasparente. Il nostro obiettivo è un mix energetico sicuro, decarbonizzato e competitivo, capace di integrare tutte le fonti sostenibili in una logica di neutralità tecnologica». Naturalmente il ministro inserisce il nucleare tra le fonti sostenibili. A partire dai piccoli reattori nucleari, gli Smr, sui quali intende «andare avanti» seguendo l’esortazione della presidente della Commissione europea, von der Leyen.

Va ricordato però che la recente via italiana verso il nucleare civile è sempre stata un vicolo cieco. Non solo per i due diversi consulti referendari, nel 1987 e nel 2011, che ne hanno decretato la fine, malgrado negli anni Ottanta sul territorio si contassero cinque reattori in attività. E neppure solo per la particolare geomorfologia dello Stivale, per le tante zone ad alto rischio sismico e idrogeologico. Ma soprattutto perché, come spiega Katiuscia Eroe, responsabile energia di Legambiente, c’è un problema di «accettabilità sociale». «Da anni si cerca un sito adatto al deposito definitivo dei rifiuti radioattivi, ma dei 48 comuni individuati a suo tempo nessuno si è mai reso disponibile».

E questa è solo una premessa. «Non vedo realismo e responsabilità – fa notare Eroe – nel riproporre una tecnologia che non è ancora disponibile e che, qualora lo diventasse, costa tre o quattro volte più dell’eolico o del solare. Lo dimostra l’esperienza francese dove la Corte dei Conti ha recentemente espresso forti preoccupazioni sulla sostenibilità finanziaria del settore chiedendo di fermare ogni nuovo progetto finché non si appianeranno i debiti accumulati dal nucleare per oltre 60 miliardi». E se il Piano nazionale integrato di energia e clima (Pniec) prevede di raggiungere una capacità nucleare totale di circa 8 GW entro il 2050 utilizzando due diverse tecnologie, gli Smr e gli Amd (Advanced modular reactor), «il ministro si impegna a superare quell’obiettivo ma – continua l’esperta di Legambiente – nessun Amd è mai stato ancora costruito e nel mondo esistono solo tre Smr, due in Russia e uno in Cina, che sono costati tra il 200% e il 300% in più di quanto preventivato. In ogni caso, per raggiungere il traguardo prefigurato dal ministro Fratin, occorrerebbe trovare una cinquantina di siti disponibili ad ospitare altrettanti reattori». E, a occhio e croce, sarà dura.

E se è vero che «c’è un’immediata necessità di rendersi indipendenti dalle fonti fossili per ridurre le bollette di imprese e famiglie, non esiste al momento nessun altra possibilità che investire sulle tecnologie rinnovabili e sull’efficienza energetica», conclude Katiuscia Eroe. E invece, come riporta l’ultimo rapporto di Legambiente, a gennaio 2026 sono 1.781 i progetti a fonti rinnovabili ancora fermi nell’attesa di ottenere una valutazione.