Accedi Registrati

Login to your account

Username *
Password *
Remember Me

Create an account

Fields marked with an asterisk (*) are required.
Name *
Username *
Password *
Verify password *
Email *
Verify email *

Delle tredici vittime che hanno fatto i missili e i droni iraniani nei Paesi del Golfo, dodici sono migranti. Turisti e influencer sono partiti, ma operai e fattorini sono rimasti, non hanno soldi o passaporto per fuggire e sono costretti a lavorare senza riparo. La guerra continua, sulle loro teste

Primi a morire Dodici dei tredici uccisi per i missili iraniani erano stranieri, costretti a lavorare per paghe misere e a vivere in luoghi insicuri. Reggono intere economie da semi schiavi: manovali, rider, lavoratrici domestiche

LEGGI ANCHE Il lavoro in Qatar uccide due migranti al giorno

Lavoratori migranti lungo le strade di Doha, in Qatar foto Ap/Bernd von Jutrczenka Lavoratori migranti lungo le strade di Doha, in Qatar

Compongono oltre la metà della popolazione totale eppure si muovono come fantasmi dentro le società di cui reggono intere economie. Il modello Golfo, che affascina politici e intellettuali occidentali – il mito dello sviluppo urbanistico e tecnologico che sfida la natura ostile – avanza su due gambe: le risorse energetiche e il lavoro migrante. Un lavoro semi-schiavo e calpestato, manodopera a bassissimo costo che è oggi – come in passato – lo specchio di una questione che sparisce di fronte a guerre globali, collassi economici e suprematismi radicati: quella di classe.

Riemerge, quella questione, a ondate: è successo qualche anno fa quando il Qatar ospitò il suo primo mondiale di calcio dentro stadi costruiti – letteralmente – sui corpi di 7mila migranti ammazzati dal caldo e da condizioni di lavoro insostenibili (gli scoppiava il cuore); e succede di nuovo ora, di fronte a dati implacabili.

Dodici delle tredici persone che hanno perso la vita per i missili e i droni iraniani che cadono sulle monarchie del Golfo erano migranti: come Elna Abdullah Nea, appena undici anni, iraniana uccisa in Kuwait; o Mosharraf Hossain, lavoratore e padre bengalese, ammazzato da una scheggia in Arabia saudita; o Saleh Ahmed, 55 anni bengalese, ucciso mentre consegnava dell’acqua a una famiglia emiratina.

NON È UN CASO: sono costretti a lavorare comunque, all’aperto, nei cantieri o in sella alle bici, e a vivere in piccoli appartamenti sovraffollati o capannoni accanto ai posti di lavoro, senza bunker o uscite d’emergenza in caso di incendio. Il rischio si moltiplica perché non hanno ripari. Succede lo stesso in Palestina, con i missili di Hezbollah o quelli degli anni scorsi di Hamas: se non hai bunker né protezioni, la probabilità di venire ammazzato cresce a dismisura.

All’assenza di rifugi e alla vita all’aperto si aggiunge la matematica: nel Golfo vivono e lavorano oltre 31 milioni di persone di origine straniera. Secondo i dati dell’Organizzazione mondiale per le migrazioni, l’Arabia saudita ne conta 13,5 milioni; gli Emirati 8,7; il Kuwait 3,1; l’Oman 2,3 e il Qatar 2,2. Poco meno di un milione in Bahrain.

Arrivano per lo più dall’Asia centrale e orientale, India, Pakistan, Bangladesh, Nepal, Filippine, decine di milioni di donne e uomini in cerca dei mezzi per costruirsi una vita dignitosa, che diventa però mera sopravvivenza. L’impatto lo si comprende ancora meglio se si scorrono le percentuali sulla popolazione: il 92% degli abitanti degli Emirati sono lavoratori migranti, il 77% in Qatar, il 69% in Kuwait e giù a scendere fino al 37% saudita. Intere economie rette, appunto, sullo sfruttamento di una

maggioranza di soggetti subalterni.

ALCUNE DELLE LORO STORIE le hanno raccolte in questi giorni quotidiani arabi e internazionali. Quella di Murib Zaman apre il reportage del New York Times da Abu Dhabi: due decenni trascorsi negli Emirati, una famiglia in Pakistan e una rimessa mensile di appena 300 euro. È stato ucciso dalla scheggia di un missile iraniano intercettato dalla contraerea emiratina.

«Per una settimana – dice al Nyt il 34enne pakistano Majid Ali – quando c’era un’esplosione o l’intercettazione di un missile, correvamo fuori dai campi di lavoro per salvarci ma non sapevamo dove nasconderci o cosa fare».

La discriminazione, spiega Mustafa Qadri della rete Equidem a Middle East Eye, è doppia: i migranti sono esclusi dal flusso ufficiale di comunicazione riguardo mappatura dei rifugi e vie di evacuazione; e sono sottoposti a un razzismo strutturale che si fonde con la differenza di classe. Lavorano, cioè, in settori considerati essenziali – edilizia, sanità, lavoro domestico, logistica – a cui la cittadinanza non intende rinunciare. Una centralità che non si traduce in stipendi e orari di lavoro dignitosi, né tanto meno nella libertà di scegliere o nel sollievo di una protezione.

A DIFFERENZA di imprenditori, influencer, turisti e dipendenti occidentali di compagnie arabe fuggiti dal Golfo davanti alle telecamere, loro sono costretti a restare: tornare indietro non è un’opzione, non hanno denaro a sufficienza, hanno spesso i passaporti confiscati dai datori di lavoro secondo il sistema della kafala e – il ricatto più duro – se non lavorano non mangiano. Lo dice in due parole un ciclofattorino pakistano a Mee: «Se non lavoro, ho fame». Vive a Dubai da quattro anni, turni di 12 ore al giorno. Sotto i missili, sono aumentate solo le mance. Un po’.