La maggioranza continua a precipitare sotto il peso della sconfitta nel referendum. Nuove vittime. Esplode anche Forza Italia: la famiglia Berlusconi licenzia il capogruppo Gasparri. Meloni prova a rimediare da sola: non sa più di chi fidarsi
La slavina La premier sente il Quirinale e si prende le deleghe di Santanchè. Dietro l’angolo resta l’incubo rimpasto o le elezioni anticipate
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Che fare? La domanda, volente o nolente, Giorgia Meloni se la deve porre e lo sta facendo. Non si tratta solo di incassare il colpo ma di riprendere le redini di una maggioranza spazzata dalla tempesta. Nel partito azzurro Tajani è un leader in direzione d’uscita: ha perso la residua fiducia della azionista di maggioranza ma sostituirlo non sarà facile forse neppure indolore.
Nel Carroccio Salvini è il capo di nome ma non di fatto. La sconfitta ha reso a sorpresa la Lega più forte di prima, avendo indebolito sia la ex onnipotente premier sia i rivali diretti di Fi, umiliati dal disastro combinato nel referendum che doveva essere dedicato alla sacra memoria di re Silvio. Ma la Lega che può rivendicare meriti referendari non è quella del ringhioso Matteo. È quella fredda e pragmatica del nord e se riconosce un capo quello è Giorgetti. Quella Lega ha tutte le intenzioni di passare all’incasso nell’ultimo anno di legislatura, che gli piaccia o meno Salvini dovrà seguirla fingendo di guidarla e sarà comunque molto meno malleabile che pria. Lo ha dimostrato ieri nel parlamento europeo ed è solo un primissimo assaggio.
FDI NON È MAI STATA ALTRO che il partito di Giorgia Meloni ma l’illusione che bastasse la sua magica presenza per coprire tutte le magagne è svanita nelle urne nel week end scorso. Il partito andrebbe ricostruito ma ci vorrebbero i mattoni, un materiale politico diverso da quello attuale. Non c’è, non si inventa in un giorno e Meloni non se ne è occupata quando aveva a disposizione il tempo per farlo.
Se questo è il quadro interno al fortino assediato, quello esterno, tra sberla referendaria e crisi regalataci da Trump, con raggelante rischio di ritrovarsi con la stagflazione a ridosso delle prossime elezioni, è anche più allarmante. Ma la realtà è quella che è e la premier deve farci i conti: cioè deve appunto decidere che fare?
HA DI FRONTE TRE IPOTESI e c’è chi giura che le sta vagliando davvero tutte ma la sua scelta sembra in realtà già scritta. Potrebbe forzare
la mano cercando di arrivare al voto anticipato ma lo considera un salto nel buio e teme che Mattarella troverebbe modo di tenere in vita la legislatura ancora per un anno. Strada sbarrata. Poi con questa legge elettorale la destra non può votare e nonostante il referendum, la premier è pronta a far passare la sua legge anche a maggioranza convinta che il Pd, ma anche il M5S, strepitino in pubblico ma in fondo gradiscano in privato.
POTREBBE PROCEDERE a un vero rimpasto, rinnovare una squadra che si è dimostrata di serie più C che B. Ma dopo aver speso anni nel magnificare appunto quella strada definendola intoccabile sa che suonerebbe come un ammissione di fallimento. Resta solo la terza via: quella del non fare niente.
Ieri la premier, in una telefonata lampo con Mattarella ha assunto l’interim del Turismo e nei prossimi giorni sceglierà a chi affidare quel ministero. Il nome più forte, l’unico che non indicherebbe solo il tirare a campare è quello di Luca Zaia. Però è un leghista, dunque bisognerebbe riequilibrare e con l’eterno valzer delle poltrone si arriverebbe pericolosamente vicini al rimpasto. L’ipotesi non è sfumata ma sono meglio piazzati Malagò o due tecnici come la presidente di Federturismo Marina Lalli o quella di Enit Alessandra Priante. Alla Giustizia, al posto dell’ex viceministro Delmastro, sono in ballo i nomi già noti, Gianluca Caramanna e Sara Kelany. Ordinaria amministrazione.
LA VIA D’USCITA, argomentano a Chigi, saranno i soldi. Il governo si aspetta in primavera l’uscita dalla procedura d’infrazione e punta sul ridimensionamento della maledizione superbonus, il cui peso dovrebbe ridursi dello 0,7% sul Pil. Nel complesso dovrebbero arrivare abbastanza fondi da varare una classica finanziaria acchiappa-voti, sempre che le bombe di Trump non devastino troppo i conti. Tutto qui e proprio non si può dire che Giorgia voli alto.
