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L’uscita dal carbone rinviata al 2038. Le quattro centrali ancora attive lasciate in stand by con la scusa della crisi di Hormuz. Per il governo la scelta è fatta: il futuro è fossile, nessun piano per l’energia rinnovabile

Involuzione industriale Con il pretesto della crisi in Medio Oriente la vita delle quattro centrali sarà prolungata, evitando i costi di smantellamento.Un emendamento al decreto energie di Lega e Azione lascia in stand-by stabilimenti superati

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Involuzione Industriale

La chiusura delle centrali elettriche a carbone slitta di 12 anni. A conferma che le politiche energiche del governo Meloni procedono a passo di gambero.

La commissione Attività produttive della Camera ha approvato un emendamento al decreto Energia, riformulato a partire da due proposte di Lega e Azione, per spostare al 31 dicembre 2038 il termine entro cui avviare il cosiddetto phase-out dal carbone. Ovvero l’eliminazione graduale di questa fonte fossile per la produzione di elettricità, che avrebbe dovuto scattare entro lo scorso anno.

Il governo aveva già annunciato da mesi l’intenzione di rinviarla e la crisi energetica scoppiata con il conflitto in Medio Oriente ha fornito l’assist per farlo. Il primo firmatario leghista Molinari l’ha giustificata come «una scelta di buonsenso in un momento di tensione dei mercati energetici» che «permetterà di garantire sicurezza e adeguatezza del sistema elettrico nazionale».

Critiche le opposizioni: per Simiani (Pd) «la proroga dell’uscita dal carbone va nella direzione opposta rispetto a quanto serve oggi: ridurre i costi dell’energia, rafforzare l’indipendenza energetica e accelerare sulla transizione ecologica». Il M5s parla di «atto irresponsabile e miope che ci riporta indietro di decenni». L’approdo del decreto in aula è previsto per lunedì.

Le centrali a carbone sono le strutture più costose, vetuste e inquinanti per produrre energia elettrica. La combustione rilascia grandi quantità di anidride carbonica, zolfo, azoto e mercurio che contribuiscono al riscaldamento globale.

La loro esistenza è incompatibile con gli obiettivi di decarbonizzazione stabiliti dall’Ue per il 2030, su cui l’Italia è in estremo ritardo. Nonostante ciò si è deciso di allungare la vita di impianti che gli altri paesi del continente hanno dismesso quasi del tutto. Ma il governo Meloni su questo è più in linea con Trump, che ha deciso di mantenere le centrali a carbone con un onere di 5,9 miliardi di dollari annui per i contribuenti americani.

IN ITALIA CI SONO 4 centrali ancora attive (Brindisi in Puglia, Civitavecchia nel Lazio, Fiumesanto e Portovesme in Sardegna), tutte gestite da Enel eccetto Fiumesanto, che coprono meno dell’1% del fabbisogno elettrico nazionale. Nel 2025 hanno prodotto circa 2 terawatt/ora su una domanda di 311, secondo i dati Terna.

La prima decisione di chiuderle entro lo scorso anno fu presa nel 2017 con la Strategia energetica nazionale del governo Gentiloni, ma il termine è stato rispettato solo per le tre centrali di Fusina (Veneto), La Spezia (Liguria) e Monfalcone (Friuli).

A luglio 2024 il governo Meloni aveva confermato la scadenza nel Piano nazionale integrato per l’energia e il clima, per poi fare dietrofront nel giro di pochi mesi. Il ministro delle imprese Urso lo aveva annunciato già lo scorso agosto in parlamento; la decisione era dunque nell’aria ben prima che Usa e Israele decidessero di bombardare l’Iran.

A gennaio il ministro dell’ambiente Pichetto Fratin lo ha ufficializzato: alle quattro centrali superstiti è stato imposto lo stop alla produzione commerciale, ma anziché chiuderle si è deciso di mantenerle in stand-by. Così non solo Enel risparmierà i costi dello smantellamento, ma anzi godrà di un’iniezione di 100 milioni annui messi dallo Stato affinché le centrali restino disponibili come «riserva strategica» in caso di bisogno.

 
Il ministro Pichetto Fratin ha firmato un decreto per ridurre le scorte petrolifere di sicurezza di 10 milioni di barili dal primo aprile al 30 giugno

ANCHE IN OCCASIONE del precedente shock energetico del 2022, provocato dall’invasione russa in Ucraina, la risposta si concentrò solo sul fossile. In fretta e furia si autorizzò la costruzione di due rigassificatori a Ravenna e Piombino per scollegarsi dal gas di Putin.

Il metano viene ancora

oggi usato per produrre la metà dell’energia elettrica, mentre le rinnovabili sono ferme al palo. Ieri con la proroga della chiusura definitiva delle centrali al carbone è stato fatto un ulteriore passo indietro che non guarda nemmeno all’autonomia, dal momento che la materia prima è importata per il 90% dall’estero, Usa in testa.

LA SITUAZIONE È complessa per i due impianti in Sardegna, da cui dipende oltre la metà dell’elettricità sull’isola che è ancora scollegata dalla rete nazionale, ma è molto meno giustificabile per gli altri due sulla terraferma. A maggior ragione perché il rinvio non è accompagnato da adeguati investimenti a favore delle fonti rinnovabili che aumenterebbero l’autonomia energetica e ridurrebbero i costi delle bollette, oltre a ridurre l’inquinamento.

Al contrario, sempre ieri il ministro Pichetto Fratin ha firmato un decreto per ridurre le scorte petrolifere di sicurezza di 10 milioni di barili dal 1° aprile al 30 giugno.

L’Italia è inoltre l’unico paese a insistere sull’abolizione degli Ets, il meccanismo europeo per la riduzione delle emissioni climalteranti. Posizioni che stanno a metà tra l’incapacità e l’ostilità per la gestione della transizione all’energia pulita.