Energia Dovevamo diventare l'hub europeo ma esportiamo solo il 2,5%
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Ravenna, il rigassificatore – Foto di Gianluca Angelini / Ansa
Sono almeno vent’anni che si spinge sull’idea dell’Italia come hub del gas, allo stesso tempo collettore e infrastruttura capace di farsi attraversare dal combustibile fossile per poi redistribuirlo in tutta Europa. Spiace contraddire i tanti motori di questa lettura, da Pier Luigi Bersani all’attuale ministro Pichetto Fratin, ma ancora nel 2025 l’export verso l’estero è fermo a 1,5 miliardi di metri cubi, appena il 2,5% di quello che importiamo: l’Italia quale snodo europeo del gas non funziona e, di fronte alla tensioni geopolitiche acuite dall’attacco di Usa e Israele all’Iran, questo modello è vicino al collasso perché tutto ciò che ha fatto è stato costruire, nel nostro Paese, un modello energetico ancora strutturalmente dipendente dall’importazione di energia primaria.
Basta guardare agli utilizzi del gas naturale per capire che, ad esempio, decarbonizzando completamente la generazione di energia elettrica potremmo risparmiare oltre un terzo dei consumi registrati nel 2025, visto che il termoelettrico ha assorbito circa 21,9 miliardi di metri cubi, pari al 34,7% dei consumi. Le rinnovabili, quindi, non sono solo una questione ambientale ma rappresentano per l’Italia, che produce meno del 5% del gas che consuma, un aspetto fondamentale della sovranità: se la transizione fosse partita vent’anni fa, quando il consumo di gas toccò un picco (86,3 miliardi di metri cubi) e iniziò una vorticosa discesa, probabilmente Meloni non si sarebbe trovata nella primavera del 2026 a dover girare mezzo Medio Oriente e il Nord Africa per cercare di salvaguardare condizioni di vivibilità nel Paese.
Ecco allora che i viaggi di Meloni sono uno spaccato di questo indice di dipendenza: si va in Algeria perché lo Stato affacciato sul Mediterraneo è il principale fornitore di gas naturale dell’Italia via gasdotto, con 20,1 miliardi metri cubi importati e contribuisce al momento a soddisfare il fabbisogno del 31,8% della domanda. Dal corridoio meridionale, cioè dal Trans Adriatic Pipeline (Tap) sono arrivati 10 miliardi di metri cubi (meno 3% sul 2024): questa fornitura secondo il quotidiano Quale Energia «dovrebbe» provenire interamente dall’Azerbaigian, e rappresenta circa il 15,8% della domanda italiana.
In rialzo, dopo un paio di anni, l’importazione dall’hub del Nord Europa, che ha registrato un volume di 8,6 miliardi di metri cubi (più 43,1% in confronto al 2024): da qui, un’area relativamente al riparo da tensioni geopolitiche, è arrivato il 13,6% della richiesta del nostro Paese. Un secondo problema, però, è quello legato al Gnl, il gas naturale liquefatto, la versione 2.0 in chiave sovranista dell’hub del gas, con i rigassificatori costruiti con procedure di emergenza. Le importazioni di Gnl nel 2025 (quale somma nei terminali italiani) hanno superato perfino l’import dall’Algeria con 20,9 miliardi di metricubi circa e oggi costituiscono esattamente un terzo dei consumi nazionali (erano al 23,7% un anno fa). Il gas naturale liquefatto è cresciuto di oltre 6 miliardi di metri cubi rispetto al 2024, cioè con un incremento del 41%. Lo scorso anno il 90% del Gnl importato è arrivato da Usa (44,3%, cioè più di 9 miliardi di metri cubi), Qatar (24,4%) e Algeria (21,3%). In tutto sono arrivati in Italia 221 carichi.
Proprio il Qatar, dove Meloni è stata ieri, rappresenta uno snodo fondamentale della nostra dipendenza. «La missione di Giorgia Meloni, prima leader occidentale nei Paesi del Golfo, rappresenta una scelta strategica in un momento particolarmente delicato per gli equilibri internazionali e la sicurezza energetica. Un’azione concreta volta a rafforzare i rapporti con partner fondamentali come Arabia Saudita, Qatar ed Emirati Arabi Uniti, tutelando gli interessi nazionali e garantendo approvvigionamenti stabili in un contesto segnato dalle tensioni con l’Iran e dai rischi legati allo Stretto di Hormuz» ha spiegato ieri, in una nota, il ministro per gli Affari europei, Tommaso Foti.
L’obiettivo del viaggio sarebbe «consolidare la sicurezza energetica e ridurre l’impatto della crisi su imprese e cittadini» ma è una lettura ambivalente: «La scelta più efficace per ridurre i prezzi del gas e l’esposizione alla volatilità dei mercati fossili è abbattere strutturalmente la domanda, anziché aumentare la dipendenza da forniture esterne, soprattutto da paesi caratterizzati da instabilità o fragilità politica» spiega una nota del think tank Ecco. Dietro l’angolo c’è l’inverno 2026/2027 e il rischio che l’Italia ci arrivi con le riserve di stoccaggio di gas sotto la soglia di sicurezza: a quel punto, il rischio è che il nostro Paese debba sostenere costi di riempimento proibitivi. Altro che hub del gas.
