Accedi Registrati

Login to your account

Username *
Password *
Remember Me

Create an account

Fields marked with an asterisk (*) are required.
Name *
Username *
Password *
Verify password *
Email *
Verify email *

Striscia di sangue L'ultimatum di Mladenov. Entro la fine della settimana il movimento islamico dovrà rispondere al piano del Board of Peace. Le fazioni palestinesi respingono il ricatto.

LEGGI ANCHE Il collasso sanitario della Striscia continua: «Stiamo finendo tutti i farmaci»

Gaza. Una pattuglia di Hamas, foto Ap Gaza. Una pattuglia di Hamas – Ap

«Chi non attraverserà il fiume annegherà nel mare». Questa frase postata il 3 aprile sui social da Nickolay Mladenov, Alto rappresentante del Board of Peace di Donald Trump, è un ultimatum. Dal significato chiaro: se Hamas non cederà le sue armi, l’offensiva israeliana a Gaza riprenderà e sarà devastante. Non è mai cessata del tutto, in realtà. Nei sei mesi trascorsi dalla firma dell’accordo di cessate il fuoco, almeno 723 palestinesi sono stati uccisi da raid aerei e fuoco di artiglieria. Ma quanto lascia immaginare Mladenov è molto di più: un attacco massiccio contro il 47% di Gaza sotto il controllo di Hamas in cui oltre due milioni di civili palestinesi vivono ammassati in condizioni umanitarie catastrofiche.

Il tempo concesso da Mladenov si misura in giorni, riferiscono fonti che fanno capo ai paesi mediatori. Al movimento islamico e alle altre fazioni combattenti palestinesi è stato intimato accettare entro la fine di questa settimana una proposta accompagnata da un messaggio netto: senza disarmo la ricostruzione di Gaza resterà bloccata. Il rappresentante del BoP, incontrando la scorsa settimana al Cairo la delegazione di Hamas guidata da Khalil Al Hayya, ha avvertito che esistono margini limitati per poche modifiche, e solo secondarie, alla proposta. Il piano di disarmo comprende due componenti: un documento in 12 punti intitolato «Passaggi per la completa attuazione del piano di pace globale di Trump per Gaza» e un processo in cinque fasi. La prima, della durata di 15 giorni, vedrebbe il Comitato tecnico palestinese (Ncag) assumere il controllo amministrativo di Gaza e avviare le fasi preparatorie per la raccolta delle armi. Nella seconda fase, dal giorno 16 al giorno 40, Israele permetterà il dispiegamento della Forza di stabilizzazione internazionale. La terza, dal 30° al 90° giorno, sarebbe la più intensa: Hamas sarà chiamato a consegnare le sue armi pesanti al Ncag e dovrà permettere la distruzione di tutti i tunnel. Nella quarta fase, dal giorno 91 al giorno 250, le nuove forze di polizia che faranno capo al Ncag raccoglieranno e registreranno tutte le armi rimanenti, comprese pistole e fucili. Nella quinta, solo dopo una verifica internazionale sull’assenza totale di armamenti a Gaza, Israele procederà al ritiro mantenendo una presenza limitata lungo un perimetro di sicurezza. Il nodo, un vero e proprio ricatto sottolineano i palestinesi, è il legame tra disarmo e ricostruzione. Il piano prevede che l’ingresso dei materiali e l’avvio dei grandi progetti infrastrutturali siano consentiti esclusivamente nelle aree dichiarate demilitarizzate. Quindi, se Tel Aviv solleverà ripetuti dubbi sul disarmo, avrà a sua disposizione un pretesto per non ritirarsi e per negare l’avvio della ricostruzione.

Ieri la delegazione di Hamas aveva in programma un nuovo incontro con Mladenov per spiegare le sue ragioni contrarie al disarmo totale: il movimento islamico ha detto più volte di voler consegnare al futuro Stato di Palestina le sue armi necessarie alla lotta contro l’occupazione straniera, come prevedono le convenzioni internazionali. È però disposto a trattare sugli armamenti più pesanti, come i razzi. Ritiene di avere il diritto di conservare le armi leggere, come mitra e pistole, per difendersi dalle milizie mercenarie che operano a Gaza al servizio di Israele. Hamas si fa portavoce, inoltre, di una posizione condivisa dalle altre organizzazioni palestinesi, dal Jihad islami al Fronte popolare: il dossier delle armi non può essere affrontato prima che Israele rispetti integralmente gli impegni assunti nella prima fase del cessate il fuoco. Il valico di Rafah, ad esempio, a causa delle restrizioni imposte dal governo Netanyahu, continua a funzionare a passo ridotto permettendo un movimento minimo di civili mentre migliaia di ammalati e feriti gravi che necessitano di cure all’estero restano bloccati a Gaza; il numero di camion di aiuti umanitari resta ben al di sotto delle quantità previste: tra 100 e 200 al giorno contro i 600 pattuiti; gli attacchi israeliani non si sono mai interrotti; la  Linea Gialla del cessate il fuoco è stata progressivamente spostata verso ovest da Israele. In questo contesto, discutere solo di disarmo viene considerato da tutti i palestinesi prematuro e profondamente ingiusto.

Nonostante queste motivazioni, dietro le quinte le pressioni, anche dei mediatori arabi e turchi, sono solo su Hamas. Sull’accordo gravano peraltro le vere intenzioni del governo Netanyahu. In un anno elettorale e con partiti di estrema destra religiosa che sostengono l’occupazione permanente della Striscia e la ricostruzione degli insediamenti coloniali distrutti nel 2005, è difficile credere che Israele scelga la via del ritiro.