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Movimenti Al Làbas di Bologna le voci di Solidarity Collectives. Rifondazione: «Evento da impedire». Dallo spazio sociale difendono la scelta: «Siamo No Kings, anche contro lo zar e la sua guerra»

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Solidarity Collectives Solidarity Collectives – Web

Si chiamano Solidarity Collectives, vengono dall’Ucraina e sono espressione di una rete di provenienza anarchica, Lgbtq e transfemministra che ha deciso di muoversi sul fronte bellico per resistere a Putin. Lo fanno con parole d’ordine che appaiono insolite a uno sguardo schematico: parlano di mutuo aiuto, solidarietà e anche di rivoluzione. Praticano il sostegno diretto a sfollati e persone colpite dai bombardamenti, la militanza in trincea e persino un laboratorio di autocostruzione di droni. Sono un pezzo di sinistra radicale che non ha avuto spazi nel dibattito pubblico nel nostro paese e che in questi giorni si trova in giro per l’Italia. Hanno parlato a Torino, ospiti del Partito comunista dei lavoratori, insieme all’attivista e ricercatore Davide Grasso, che in passato è stato combattente con le forze internazionali in Rojava, accanto ai curdi. Domani saranno protagonisti di un’iniziativa a Bologna. L’evento ha una storia rocambolesca, per non dire travagliata. Ha cambiato location diverse volte, poi si sono offerti di ospitarlo a Làbas, lo spazio di vicolo Bolognetti che insieme al Tpo anima l’esperienza dei Municipi sociali. È al Tpo, solo per dirne una, che il 24 e 25 gennaio scorsi si è tenuta la grande assemblea nazionale che ha indetto il corteo No Kings di Roma del 23 marzo.

CIÒ NON HA impedito che la scelta di ospitare gli ucraini abbia scatenato polemiche, e tutte a sinistra. «Mentre nel mondo gli echi della guerra sono sempre più elevati, ospitare organizzazioni che sostengono forze armate straniere, influencer che praticano la discriminazione culturale di interi popoli, è quanto di peggio si possa fare per la pace nel mondo» dicono dalla federazione bolognese di Rifondazione comunista, che si è spinta a chiedere che l’amministrazione comunale intervenga per impedire il dibattito. Inutile dire che lo scontro divampa anche sui social. Dai Municipi sociali bolognesi sanno di aver a che fare con il fronte cosiddetto «campista», composto da quelli che sono rimasti allo schema bipolare del mondo e che considerano un potenziale alleato chiunque si batta contro gli Stati uniti. Chi ha qualche anno sulle spalle ricorderà che ai tempi dei bombardamenti Nato sulla Serbia, nel 1999, il movimento pacifista dovette fare i conti anche con quelli (all’epoca pochi) che seguendo lo stesso schema scambiavano il rifiuto della guerra con l’appoggio a Milosevic. Si tratta di divergenze profonde, che in questi anni sono rimaste sotto traccia ma che hanno marcato differenze politiche e culturali. Non è un caso che i movimenti sono potuti rinascere appena si sono smarcati dal derby tra potenze, quando si è trattato di opporsi ai decreti sicurezza del governo Meloni o quando bisognava fermare lo sterminio dei palestinesi. Sul fronte dell’Europa orientale, sospesi tra Kiev e Mosca, non si è registrata nessuna mobilitazione di massa.

«ABBIAMO conosciuto Solidarity Collectives poco dopo l’inizio dell’invasione su larga scala dell’Ucraina da parte della Russia di Putin – spiegano da Làbas – Ci siamo detti che era fondamentale aprire un confronto con chi, condividendo con noi ideali di libertà e uguaglianza si trovava di fronte alla contraddizione di impugnare le armi per non soccombere al potere militare di una aggressione imperialista». E ancora: «La guerra dura da quattro anni e le turbolenza in Europa sono sempre più forti. Mai come in questa fase crediamo sia fondamentale confrontarsi aggiornarsi e capire. Da questo scambio può nascere un’Europa diversa oltre il capitalismo in crisi, il nazionalismo sovranista la guerra come strumento per regolare i rapporti di forza». Non significa che si condividerà tutto ciò che gli ospiti ucraini, invitati dal nodo locale della Antiauthoritarian Alliance, avranno da dire. Ma prevale l’esigenza di un confronto con chi vive in guerra da anni.

NON È FACILE tenere posizioni libertarie nell’Ucraina in guerra. Del resto, stando in mezzo ai combattimenti ci si trova accanto a persone con idee politiche molto lontane dalle proprie. «Mi considero un’antimilitarista radicale – spiega l’ucraina Mira, che sarà domani a Bologna – Sono contro la guerra, non mi piace la guerra. Credo che qui in Ucraina sappiamo cosa significhi odiare la guerra. Siamo i veri antimilitaristi: vogliamo che la guerra finisca. Ecco perché alcuni dei nostri compagni si sono arruolati nell’esercito: per far sì che la Russia lasci questa terra e metta fine alla guerra».