Accedi Registrati

Login to your account

Username *
Password *
Remember Me

Create an account

Fields marked with an asterisk (*) are required.
Name *
Username *
Password *
Verify password *
Email *
Verify email *

Livello base I complimenti di J. D. Vance alla premier e a Orbán imbarazzano Palazzo Chigi

LEGGI ANCHE «Fase due» a caro prezzo: gas alle stelle tasse record e più fondi ai militari

Camera dei deputati, Giorgia Meloni foto di Marco Iacobucci / Zuma Camera dei deputati, Giorgia Meloni – foto di Marco Iacobucci / Zuma

Dopo 16 giorni di silenzio la premier riappare oggi, prima alla Camera poi in Senato, per una informativa: formula depotenziata in partenza dal momento che non prevede risoluzioni e di conseguenza voti, a differenza delle comunicazioni. Però qualcosa Giorgia Meloni vuol proprio comunicare, non al Parlamento ma al Paese: che il referendum non ha cambiato niente e il governo procede come se nulla fosse. Si poteva modernizzare l’Italia, gli elettori hanno scelto diversamente e peggio per loro. Tutto il resto, dalle elezioni anticipate alla suggestione del rimpasto, è solo chiacchiera. Non è successo niente. E non mancherà un j’accuse rovente contro chi si affida alla «politica del fango».

LE CIRCOSTANZE aiutano a derubricare la pesantissima sconfitta a incidente di ieri: guerra e conseguente crisi energetica terranno banco. Inutile aspettarsi una condanna in stile Sánchez dell’attacco contro l’Iran. Sarà già grasso che cola se la premier criticherà Israele per i bombardamenti su Beirut, che turbano la tregua, e, con toni molto più accesi, per aver sparato sul contingente italiano Unifil. Sulla guerra la traccia dell’intervento di oggi è probabilmente già scritta in quella nota di nove Paesi, Italia inclusa, che plaude alla tregua e chiede di darsi ora da fare per una «rapida e duratura fine della guerra», obiettivo che può essere perseguito solo «con mezzi diplomatici». La critica ai mezzi ben poco diplomatici adoperati sin qui da Trump è implicita ma è difficile che la premier vada oltre questo livello. Certo le dichiarazioni del vicepresidente Usa Vance di ieri, che in un tempo non lontano avrebbero reso tutti euforici a palazzo Chigi, stavolta hanno provocato solo musi lunghi.

IL VICE DI TRUMP largheggia in elogi per i soli due leader europei che piacciano alla Casa Bianca: «Sull’Ucraina siamo rimasti delusi da molta leadership europea ma Meloni è stata utile e Orbán molto utile». In questo momento le parole di Vance, più che come gradito complimento, suonano come il bacio della morte. I toni della premier italiana saranno probabilmente del tutto privi dell’antico trasporto per il Signore di Washington e gli accenti europeisti saranno in compenso più marcati. Ma di qui a condannare apertamente Trump ce ne passa. Quel che conta è arrivare alla pace perché solo la «soluzione negoziata» può «scongiurare la crisi energetica globale». Perché cavillare su chi abbia fatto esplodere il conflitto che necessita ora di «soluzione negoziata»? In realtà della tregua Meloni si fida poco, sa quanto sia fragile. È convinta che, comunque vada a finire la guerra in Iran, la minaccia di crisi energetica resterà dietro l’angolo.

LA SUA STRATEGIA passa per l’ampliamento e la diversificazione delle fonti di approvvigionamento: ha in programma un viaggio a Baku, capitale dell’Azerbaijan, poi ci sono la Libia, l’Egitto, il Texas che dovrebbe compensare il gas del Qatar bloccato. La premier illustrerà questa strategia insistendo sull’escursione della settimana scorsa nei Paesi del Golfo sottolineandone anche le potenziali valenze politiche. Fino a ieri non aveva ancora deciso se rivolgere all’opposizione una sorta di appello all’unità nazionale almeno per fronteggiare l’eventuale tempesta.

PER QUANTO SIA DECISA a sorvolare sul referendum e figurarsi poi sulle decapitazioni del day after, su un paio di voci tacere sembra impossibile. L’informativa ha un oggetto vago, «azione del governo», ma di quell’azione fanno certamente parte due riforme che riguardano le regole: una costituzionale, il premierato, l’altra molto più urgente, quella elettorale. Capita che gli elettori abbiano fatto sapere con metodo spiccio di non gradire regole decise e imposte da una maggioranza a proprio esclusivo uso e consumo.

Questo la premier non può ignorarlo del tutto. Forse glisserà sul premierato, le riforme costituzionali essendosi dimostrate un campo minato. Sulla legge elettorale, invece, inviterà certamente al dialogo in Parlamento, dichiarandosi disposta a «migliorare il testo». Ma nulla autorizza a credere che, formalità a parte, intenda modificare qualcosa nel suo stile di governo. In fondo arriva in Parlamento proprio per far sapere che non è cambiato niente.