Dopo essersi rifugiata nei social, Meloni spiega al parlamento come intende andare avanti e affrontare la batosta referendaria e le bombe di Usa e Israele. Ma difendendo fantomatici record e accusando sempre l’opposizione non va oltre la copia sbiadita di se stessa
La stiamo perdendo Il primo discorso dopo la batosta al referendum costituzionale risulta privo di smalto e senza neanche un accenno di autocritica
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Meloni e i ministri Tajani e Salvini alla Camera durante l’informativa del governo
Attesa alta: il primo discorso di Giorgia Meloni dopo un troppo lungo silenzio post sconfitta referendaria, la prima uscita pubblica da quando la guerra di Trump e Netanyahu ha rifatto i connotati al quadro geopolitico mondiale. Risultato nel complesso deludente: restituire smalto a un’immagine offuscata limitandosi a far finta di niente è impresa impossibile. Bisogna avere qualcosa da dire e ieri Giorgia Meloni non era in grado di farlo.
HA PROVATO A TOGLIERSI subito, molto sbrigativamente, la spina nel fianco, la mazzata nelle urne: «Rispettiamo sempre il giudizio degli italiani». E ci mancherebbe il contrario, trattasi di obbligo non di generosa concessione. Certo, «rimane il rammarico» per la perduta «occasione storica di modernizzare l’Italia». Resta l’auspicio che «il cantiere di quella riforma non venga abbandonato». Consola «la coscienza a posto» di chi ha rispettato gli impegni assunti. Sull’altro impegno solenne, il premierato, però la coscienza di Giorgia chiude un occhio. Non viene citata neppure di straforo: da «madre di tutte le riforme» a trovatella dimenticata.
BASTA COSÌ: «Non sono qui per parlare di quello che è stato». Perfetto. Nemmeno di quel che sarà però, perché in un’ora di discorso la presidentissima non va oltre il solito elenco di successi presunti, di misure già in ballo da tempo immemorabile come il Piano casa, di auspici generici come lo snellimento delle liste d’attesa per il quale ci vorrebbero i soldi che il governo non ha e quelli che ha se ne vanno in armi. Lei stessa peraltro ammette: «Sono qui per sgombrare il campo da fantasiose ricostruzioni». Da tutte le chiacchiere su elezioni anticipate e rimpasti: «Non c’è alcuna ripartenza da fare. Non servono nuove linee programmatiche. Non c’è nessuna intenzione di fare rimpasti». Le dimissioni magari al governo avrebbero anche fatto comodo. Ma «noi siamo persone troppo responsabili per far ripiombare l’Italia nell’incertezza. Non scapperemo, non indietreggeremo, non ci metteremo al riparo». Hic Manebimus Optime ma solo per spirito di sacrificio.
LA RETORICA VITTIMISTA della premier era a volte fastidiosa. Quella eroica è decisamente peggio. E quelle teste rotolate subito dopo la sconfitta, non si cada in equivoci, sono state spiccate dai busti solo perché «abbiamo voluto anteporre l’interesse della nazione a quello di partito». Scelta «né indolore né semplice» e c’è da crederle dato il tempo biblico che ha impiegato per anteporre l’interesse generale a quello di Daniela Santanché: un paio d’anni almeno. Quando si dice la drasticità.
Giorgia Meloni non è una sciocca. Sa perfettamente di dover affrontare il nodo che la sta strangolando: la relazione pericolosa con i più odiati dagli italiani, Donad Trump e Bibi Netanyahu. Prende le distanze, ma con troppa cautela per liberarsi davvero delle pietre al collo. Ruba a Elly Schlein la formula: «Siamo testardamente unitari» quanto a unità dell’Occidente. Mai subalterni però e giù con gli esempi che lo dimostrano, dalla Groenlandia a Sigonella e i trasporti passati chi se li ricorda più. La nostra posizione, comunque, «è identica a quella dell’Europa». Quanto a Israele, non ha forse l’Italia protestato per il divieto di accesso del cardinal Pizzaballa ai luoghi santi? Non si è espressa con fermezza dopo gli inaccettabili colpi contro la colonna italiana Unifil? Brutte storie, per carità. Magari però non proprio gli addebiti più pesanti a carico di Netanyahu.
MOLTO PIÙ DURO, tanto per cambiare, Sergio Mattarella. Poche ore dopo definirà
il Libano «un paese indipendente oggi sotto una tempesta di bombardamenti». Sull’unità della Nato e sull’obbligo di arrivare prestissimo all’esercito comune europeo, invece, le posizioni del capo dello Stato e quelle della premier sono limitrofe.
La premier è molto meno imbarazzata sul fronte della crisi energetica, perché lì si è data da fare davvero per recuperare e diversificare le fonti di approvvigionamento ed è il terreno su cui si sa muovere. Ma il meglio, come sempre, lo dà quando si scaglia contro l’opposizione: ogni minuto e mezzo circa. È efficace quando chiede all’opposizione perché, se questo governo è così disastroso, non osi chiedere le sue dimissioni. Gioca di contropiede quando replica alle accuse di contiguità con le mafie rivolte al suo partito chiedendo alla commissione Antimafia di procedere con un’inchiesta parlamentare sulle eventuali infiltrazioni criminali in tutti i partiti. Ha un guizzo, forse l’unico della giornata, quando sfida l’opposizione «sul terreno della vera politica perché gli italiani hanno il diritto di conoscere le diverse proposte in campo».
Ma questa è già campagna elettorale e in fondo quella di ieri è stata questo: non solo la prova generale ma già il debutto in scena di una campagna che si profila come interminabile.
