La guerra grande Anche l’Uk in pressing perché nella tregua rientri il Libano. Sul tavolo dell’Unione l’ipotesi di stop agli accordi commerciali
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Il premier francese Macron e quello spagnolo Sanchez a Bruxelles
L’aggressione del Libano, con più di 200 morti e mille feriti in poche ore, ha scosso gli europei aumentando di conseguenza la pressione su Netanyahu che ieri ha proposto «negoziati diretti» con Beirut. La Francia condanna «con fermezza» i bombardamenti «massicci» di Israele e afferma che il Libano deve «imperativamente rientrare nella tregua», seppure «temporanea» e «fragile», conclusa tra Usa e Iran. La Germania è preoccupata per l’offensiva israeliana, che può portare a «un fallimento del piano di pace». La Gran Bretagna insiste sull’inclusione del Libano nel piano. La Spagna si oppone alla «forza bruta e l’arbitrio» di cui è vittima il Libano, e invita la Ue a sospendere l’accordo di associazione con Israele, per «mettere fine all’impunità di azioni criminali». Anche la Francia parla di «possibile sospensione» dell’accordo, dopo il bombardamento «massiccio e sproporzionato» di Beirut, della sua periferia sud, dell’est e del sud del paese.
Per la rappresentante della diplomazia europea, Kaja Kallas, il massacro perpetrato da Israele mercoledì, e l’aggressione continuata ieri, mette «a dura prova» il cessate il fuoco: «La tregua con l’Iran deve includere il Libano». Paesi che partecipano alla missione Unifil condannano gli «attacchi persistenti», senza però menzionare né Israele né Hezbollah.
La Ue valuta la possibilità di sospendere il trattato di associazione, in vigore dal 2000, che facilita il commercio di prodotti agricoli e industriali tra gli europei e Israele. L’articolo 2 dell’accordo fa riferimento al «rispetto dei diritti umani e dei principi democratici che guidano sia la politica interna che estera», principi che Israele non sta rispettando. Già a febbraio 2024 la Spagna e l’Irlanda avevano chiesto sanzioni contro Israele. Poi, nel maggio 2025, era stata annunciata la ripresa del riesame dell’accordo, dopo aver ottenuto il via libera da 17 paesi Ue su 27. Ma la procedura si è di nuovo arenata, perché ci sono forti opposizioni, tra stati e all’interno degli stessi paesi. Lunedì è prevista una riunione del collegio dei commissari per discutere delle conseguenze della guerra sull’energia, i trasporti, la sicurezza interna.
Gli europei cercano di rientrare nel gioco diplomatico e, poco per volta, riprendono i contatti con l’Iran, a cominciare dalla Germania. La Spagna ha riaperto l’ambasciata a Teheran, per favorire «lo sforzo di pace», suscitando l’ira di Israele, che ha accusato Madrid di essere «senza pudore» invocando «vergogna eterna».
La tensione è forte anche tra la Francia e Israele, fin dal riconoscimento dello Stato di Palestina da parte di Parigi: «La Francia non è una potenza amica» per Tel Aviv, che ha minacciato di sospendere gli acquisti di armi francesi. Emmanuel Macron ha parlato al telefono mercoledì sera con il presidente iraniano, Massoud Pezeshkian, e con Donald Trump, insistendo sull’inclusione del Libano nella tregua, «condizione necessaria» per un cessate il fuoco «credibile e durevole». Ma Trump sembra seguire Israele e escludere il Libano e il suo vice J.D. Vance, che sarà in Pakistan per le trattative che dovrebbero iniziare domani, conferma che «gli Usa non hanno mai detto che il Libano rientri nel cessate il fuoco».
Gli Usa hanno ingiunto agli europei di presentare piani «precisi» per garantire la sicurezza dello stretto di Hormuz. Il cancelliere Merz ha precisato a Trump che la Germania aiuterà a garantire la stabilizzazione di Hormuz «dopo la conclusione della pace», ma a due condizioni: un mandato internazionale, meglio se del Consiglio di sicurezza dell’Onu, e un voto al Bundestag. La Francia, che rifiuta ogni ipotesi di pagamento di pedaggi a Hormuz e di controllo dei cargo, sta «finalizzando» un piano con una quindicina di paesi per la scorta delle navi «una volta ristabilita la calma», simile a quello esistente nel Mar Rosso, ha precisato il ministro degli Esteri, Jean-Noël Barrot.
La Ue fa riferimento all’accordo di Montego Bay, convenzione Onu sul diritto del mare (che però gli Usa non hanno firmato e l’Iran non ha ratificato): «Il diritto internazionale garantisce la libertà di navigazione e questo vuol dire chiaramente: nessun pagamento né pedaggio» insiste Bruxelles. Mentre l’Iran evoca l’imposizione di pedaggi e Donald Trump ha persino accennato alla possibilità di «fare soldi» facendo affari con il regime di Teheran per spartirsi i proventi (oggi le poche navi che passano pagano fino a 2 milioni di dollari all’Iran).
