Era una maga Con una lettera del ministro Crosetto l’Italia ha comunicato la sospensione del rinnovo automatico. La scelta dopo la prosecuzione dell’offensiva in Libano. Lo stato ebraico: «Non influisce sulla sicurezza, il trattato non ha nessun elemento sostanziale». Il governo rimane favorevole all'intesa con l'Ue
Roma, corteo contro il riarmo e contro la guerra – Valentina Stefanelli/La Presse
«In considerazione della situazione attuale, il governo ha deciso di sospendere il rinnovo automatico dell’accordo di difesa con Israele». In modo quasi sbrigativo, mentre si trovava a Verona per la fiera Vinitaly, Giorgia Meloni ha annunciato di non aver rinnovato il memorandum di cooperazione con Israele.
SIGLATO NEL 2003, ratificato nel 2005 ed entrato in vigore il 13 aprile 2016, l’accordo si sarebbe rinnovato automaticamente per altri cinque anni attraverso il silenzio-assenso. Lunedì al contrario il ministro della Difesa Guido Crosetto ha scritto al proprio omologo israeliano Katz, annunciando la decisione di sospendere il rinnovo. Il trattato adesso (una cornice per interscambi nel settore difesa riguardante scambi di materiali militari, condivisione di informazioni e incontri) rimarrà in vigore per altri sei mesi in cui si dovranno «concludere le iniziative in corso», poi sarà di fatto congelato.
LA DECISIONE del governo, che ancora lunedì sera parlava di «fitte discussioni» in corso sul da farsi, non ha a che fare con l’occupazione dei territori palestinesi o la situazione di Gaza, ma è maturata nelle ultime settimane, dopo lo scoppio del conflitto in Iran. Soprattutto dopo che Israele ha deciso di continuare a bombardare il Libano nonostante la tregua raggiunta: a quel punto, è il ragionamento che viene fatto nella maggioranza, la soglia era stata oltrepassata, in considerazione anche degli attacchi ricevuti dal contingente italiano dell’Unifil negli ultimi giorni.
Una sollecitazione in tal senso Meloni la ha ricevuta anche dai paesi del Golfo durante l’ultimo viaggio nella regione a inizio aprile, quando gli stati petroliferi danneggiati dai missili iraniani e colpiti commercialmente dalla chiusura dello Stretto di Hormuz le avrebbero chiesto segnali più decisi di contrarietà alla guerra. Un occhio dell’esecutivo è puntato anche sul progetto (tutto ancora sulla carta e non privo di difficoltà, a partire dall’ostilità di Cina e Iran) della Via del Cotone, che dovrebbe collegare l’India con l’Unione europea e in cui il governo Meloni ambisce a svolgere un ruolo di primo piano, messo ancora più in crisi dalla guerra.
IN OGNI CASO, si sono affrettati a ribadire da destra, non è uno stralcio dell’intesa ma solo una sua sospensione: in futuro si vedrà. Che poi la vicinanza alle politiche dell’amministrazione Usa e di Israele sia una scure sui consensi, oramai è dato come un fatto assodato nel centrodestra dopo la sconfitta al referendum, e le elezioni ungheresi ne sono state solo l’ultima prova. D’altronde solo nel luglio scorso la maggioranza aveva bocciato una mozione delle opposizioni che chiedeva lo stralcio dell’accordo: quel giorno Israele aveva bombardato la parrocchia cattolica di Gaza, ma in aula il testo veniva definito uno strumento che aveva portato «ricadute industriali e occupazionali», e al contrario «isolare Israele» non avrebbe condotto a «una soluzione politica alla crisi». «Bisognava aspettare la scadenza e non rinnovarla. Questa è la posizione di equilibrio» ha commentato ieri il presidente del Senato Ignazio La Russa, mentre il leader della Lega Matteo Salvini a chi gli chiedeva quali fossero le motivazioni ha risposto con un semplice «Non lo so».
A TEL AVIV la decisione è stata recepita con una certa serenità: «Non influirà sulla nostra sicurezza. Abbiamo un memorandum d’intesa risalente a molti anni fa che non ha mai contenuto nessun elemento sostanziale», ha commentato il ministero degli Esteri israeliano al portale Ynet. Anche perché al momento Roma, fanno sapere dalla Farnesina, non è disponibile a rivedere l’accordo, ben più sostanzioso, tra Ue e Israele, che sancisce la cooperazione economica, commerciale e politica tra i due. E nel cui quadro dal 2021 Israele ha aderito a Horizon Europe, il programma di finanziamento alla ricerca di cui ha beneficiato per 1,11 miliardi. Dei 921 enti israeliani beneficiari, secondo Follow the money, 231 sono strettamente legati all’esercito.
IL COMMERCIO di armamenti poi è più che altro sulla direttrice Israele-Italia. Secondo quanto emerge dal rapporto Sipri dello scorso anno, tra il 2019 e il 2023 l’Italia ha esportato verso Israele circa 24 milioni di euro di sistemi d’arma (tra cui 12 elicotteri e 4 cannoni navali da 76mm, entrambi prodotti dalla Leonardo). Ma si tratta di briciole dopo l’accordo miliardario del 2012 in cui l’Italia si impegnò per la fornitura di 30 Aermacchi M 346 da addestramento. Le consegne sono andate avanti fino al 2019, con l’aggiunta di pezzi di ricambio e altre piccole forniture, il che ci ha fatto classificare per anni al terzo posto tra gli esportatori di armi a Israele – dopo Usa e Germania.
Negli ultimi anni il trend è stato invertito: già alla stipula dell’accordo per gli Aermacchi, il nostro governo aveva firmato per l’acquisto di due avanzatissimi gulfstream G550 Caew (Conformal airborne early warning), velivoli per le rilevazioni di intelligence, utilizzati da Israele (ad esempio) per individuare obiettivi specifici in Libano e a Gaza. A fine 2023 Roma ha ordinato altri Gulfstream – sia nelle versioni G550 sia G650 – e il 14 maggio dell’anno scorso la commissione Difesa ha approvato il decreto ministeriale Smd 19/2024 per l’acquisto di ulteriori velivoli, più attrezzatura elettronica per un valore complessivo di 1,6 miliardi di euro, di cui 638 milioni già finanziati dalla Difesa. Inoltre, di recente, è stata approvato l’acquisto di una nuova tranche da centinaia di missili Spike.
