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Stretto è la via Teheran non conferma ancora la partecipazione al dialogo di Islamabad dopo il furto di una petroliera. Trump dà l’accordo per certo. In 40 giorni di aggressione, i bombardamenti di Stati uniti e Israele hanno causato 3.375 morti, tra cui 262 bambini

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Islamabad si prepara al nuovo tavolo negoziale tra Stati uniti e Iran foto Anjum Naveed/Ap Islamabad si prepara al nuovo tavolo negoziale tra Stati uniti e Iran – Anjum Naveed/Ap

L’onda d’urto dei missili israeliani irrompe violentemente nei reparti dell’ospedale, nel cuore di Teheran. È mezzogiorno del primo marzo. L’attacco americano e israeliano è iniziato appena il giorno prima. I muri tremano, i controsoffitti cedono, i vetri esplodono in milioni di frammenti. L’aria si riempie di fumo e polvere, densa, irrespirabile. Le telecamere di sorveglianza catturano tutto: la paura negli occhi dei medici, il panico degli infermieri, i malati che cercano riparo, i visitatori paralizzati.

È caos, è smarrimento. Un’infermiera del reparto neonatale, intuendo il pericolo prima ancora di comprenderlo, si lancia verso le culle. Afferra tre neonati, creature appena affacciate alla vita, e li stringe a sé come se fossero tutto ciò che conta. Abbiamo visto e raccontato atti di umanità e atrocità molto più feroci a Gaza, Ucraina, Libano, Siria, Iraq e altrove. Eppure, davanti a queste immagini, sale sempre un nodo dallo stomaco alla gola.

ABBAS MASJEDI, capo della Medicina legale iraniana, ha confermato che nei 40 giorni di ostilità i bombardamenti hanno causato 3.375 morti, tra cui 262 bambini sotto i 12 anni. Masoud Pezeshkian, presidente iraniano, ieri ha affermato in una dichiarazione che, sebbene l’Iran debba rimanere fermo «contro l’ingiustizia e le richieste eccessive», la continuazione della guerra «non giova a nessuno». Ha aggiunto: «Quanto più le questioni potranno essere gestite con razionalità e in un clima di calma, tanto più ne trarranno beneficio tutti».

Teheran aveva dichiarato di non avere in programma un nuovo ciclo di colloqui con gli Stati uniti prima della fine del cessate il fuoco prevista per mercoledì. Ma ieri un alto funzionario iraniano ha dichiarato che Teheran sta «valutando positivamente» la sua partecipazione a potenziali colloqui di pace, ma ha sottolineato che non è stata ancora presa alcuna decisione definitiva.

Secondo l’agenzia di stampa Tasnim, Teheran ritiene che, finché Washington continuerà ad agire sulla base di calcoli errati, i negoziati non saranno altro che una perdita di tempo, senza chiarire a quali calcoli si riferisce. L’ultimo messaggio del presidente iraniano è affidato a X: «Rispettare gli impegni è il fondamento di ogni dialogo che voglia essere serio. L’Iran nutre ancora una profonda e storica sfiducia verso il comportamento degli Stati uniti, e i segnali contraddittori e inconcludenti dei funzionari americani finiscono per trasmettere un messaggio amaro: cercano la nostra resa. Ma gli iraniani non si piegano alla forza».

DOMENICA gli Stati uniti hanno sequestrato nel Mar dell’Oman la nave portacontainer Touska, di proprietà di una società con sede a Teheran. Un portavoce dell’esercito iraniano ha ribadito lunedì la minaccia di «intraprendere le azioni necessarie contro l’esercito statunitense».

Secondo Donald Trump, ieri il vicepresidente JD Vance sarebbe arrivato in Pakistan entro poche ore per i colloqui di pace tra Washington e Teheran. «Dovremmo avere dei colloqui – ha detto Trump – Quindi presumo che a questo punto nessuno stia facendo giochetti». Tuttavia, secondo la Cnn, Vance non era ancora partito. La Casa bianca ha confermato in seguito che l’arrivo di Vance e della delegazione negoziale è previsto per oggi.

A STARE ALLE PAROLE di Trump, sembra che tutto sia certo e si aspetti solo la firma del’accordo: «Non ho nessun problema a incontrarli, se vogliono incontrarsi. Noi abbiamo persone molto capaci, ma io non ho problemi a incontrarli». Così Donald Trump, intervistato dal New York Post. Ha anche affermato che è «altamente improbabile» che proroghi il cessate il fuoco se non si raggiungerà un accordo tra Washington e Teheran prima della fine della pausa di due settimane.

In un colloquio telefonico, secondo Reuters, Trump avrebbe assicurato al capo dell’esercito pakistano Asim Munir, che avrebbe tenuto conto della sua posizione sul blocco navale dei porti iraniani, considerato da Islamabad un ostacolo ai colloqui di pace. Tuttavia secondo altre fonti, i servizi di intelligence Usa avrebbero avvertito la Casa bianca che il feldmaresciallo Munir rappresenta una potenziale minaccia per gli interessi statunitensi in Medio Oriente, sospettando che intrattenga relazioni personali con alti comandanti militari iraniani.

UN RAPPORTO descriverebbe il Pakistan come un «alleato traditore» e accuserebbe Munir di agire con «doppiezza». Islamabad smentisce e continua a definirsi interlocutore neutrale.
Secondo quanto riportato da Haaretz, il premier Benjamin Netanyahu ha dichiarato che Israele non ha ancora «finito il lavoro» in Iran. È lecito chiedersi se Tel Aviv non stia ostacolando le trattative. Ed è evidente che anche Teheran ha adottato uno stile di comunicazione trumpiano, fatto di messaggi contraddittori e ambigui.

Secondo il Wall Street Journal, una delegazione iraniana sarà presente oggi a Islamabad per i negoziati ma la notizia non è ancora stata confermata da Teheran nel momento in cui scriviamo. Se la scena non si svolgesse in Medio Oriente e uno dei principali attori non fosse Trump, potremmo dire che gli indizi provenienti da entrambe le parti, nonostante la retorica, lasciano sperare in un accordo a breve. Ma sappiamo che, in politica, gli indizi divulgati possono non essere reali e che, in Medio Oriente, tutto può cambiare in poco tempo.