La guerra grande Si combatte sporadicamente sul mare e ferocemente anche sul terreno delle narrazioni
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Uno dei tanti murales anti Usa e Israele apparsi nelle strade di Teheran – fotoAbedin Taherkenareh/Epa
Ore concitate in Iran. A Teheran si discute la proposta americana per aprire una nuova pagina e mettere fine alla guerra. Ma nelle prime ore della sera di venerdì il fragore della contraerea sulla capitale ha ricordato quanto il cessate il fuoco resti fragile, sospeso sul filo di un equilibrio che può spezzarsi da un momento all’altro e trasformarsi di nuovo in guerra aperta. Nel cielo scuro della capitale, le scie luminose dei proiettili hanno inciso la notte come lampi continui di paura e tensione.
Da due giorni è in discussione la proposta americana che prevede la revoca del blocco statunitense contro navi e porti iraniani, l’apertura dello Stretto di Hormuz al libero traffico commerciale da parte dell’Iran e la cessazione dei combattimenti per 30 giorni, durante i quali i negoziatori dovrebbero cercare di raggiungere un accordo di pace più ampio e definitivo. Ma la risposta tarda ancora.
NEL FRATTEMPO si combatte sporadicamente sul mare e ferocemente anche sul terreno delle narrazioni. Teheran racconta lo scontro di ieri sera come una vittoria militare capace di umiliare l’imponente presenza americana nel Golfo Persico, mentre Washington descrive gli stessi eventi come una semplice operazione difensiva culminata con un «love tap», un lieve colpo inflitto agli obiettivi iraniani.
Secondo i media di Teheran, venerdì mattina gli Stati uniti hanno attaccato una petroliera iraniana nelle acque regionali. L’Iran ha risposto con le batterie costiere e le unità navali dei Guardiani della Rivoluzione colpendo le forze statunitensi presenti. Di fronte alla reazione iraniana, i cacciatorpediniere americani avrebbero abbandonato l’area.
IL MESSAGGIO È CHIARO: la Repubblica islamica controlla militarmente lo Stretto di Hormuz e può rispondere in tempo reale a qualsiasi pressione americana. La presunta ritirata Usa viene descritta come una «fuga umiliante», simbolo del fallimento della deterrenza statunitense nel Golfo Persico.
È una storia completamente diversa quella che racconta Washington. Gli Stati uniti sostengono di essere stati attaccati «senza provocazione» da unità iraniane senza subire danni o perdite. E aggiunge di aver colpito duramente le infrastrutture militari iraniane, inclusi siti missilistici, radar, centri di sorveglianza e lanciatori tra Bandar Abbas e l’isola di Qeshm. Il Pentagono dichiara di aver inoltre neutralizzato due petroliere iraniane che tentavano di forzare il blocco navale americano. Donald Trump ha liquidato gli scontri definendoli appena un colpetto, minimizzando la portata dell’incidente e ha assicurato che la tregua rimane in vigore.
SECONDO I MEDIA iraniani, gli americani hanno colpito una nave mercantile che ha preso fuoco, causando 10 feriti e 5 dispersi. Il portavoce del ministero degli Esteri Esmail Baghaei ha denunciato l’azione come «violazione flagrante del diritto internazionale e del cessate il fuoco», asserendo tuttavia che le forze di difesa iraniane hanno inflitto «un duro colpo al nemico» e respinto gli attacchi «con tutta la loro forza».
Due racconti incompatibili che riflettono non solo interessi strategici opposti, ma anche la necessità politica e evidenzia la disperata necessità delle parti di apparire vincitori davanti al proprio pubblico interno e agli alleati regionali.
Secondo l’analista iraniano Amir Ali Abolfath, il principale ostacolo non è la mancanza di volontà di accordo, bensì il divario incolmabile tra le posizioni delle due parti, che puntano a intese profondamente diverse, rendendo difficile trovare una soluzione condivisa. Abolfath sostiene che Il problema è che Trump ha massimalizzato le sue richieste e non accetterà compromessi senza sentirsi vincitore e non rinuncerà dalle sue posizioni finché non si sentirà vittorioso.
IL FATTO CHE TEHERAN non abbia respinto categoricamente la proposta americana lascia spazio a diverse interpretazioni. Gli analisti si aspettano che l’Iran respinga alcuni aspetti dell’iniziativa statunitense, ma potrebbe anche accettarne una parte significativa e formulare una controproposta. Intanto Marco Rubio, durante la sua visita a Roma, si è detto piuttosto ottimista riguardo a un’imminente risposta iraniana.
In mezzo, intrappolati in un limbo senza fine, si trovano gli iraniani. Un cessate il fuoco solo teorico nasconde scontri continui, negoziati che non progrediscono e promesse di pace che non si realizzano. Tra colpi nello Stretto e dichiarazioni diplomatiche vuote, la percezione è che nulla cambi: le sanzioni restano, l’economia soffre e il rischio di un conflitto totale persiste. La frustrazione cresce, mentre si assiste impotenti a un gioco in cui le elite decidono il destino di milioni di persone, mentre la vita quotidiana resta paralizzata dall’incertezza e da una minaccia costante.
Il vero pericolo è la normalizzazione di questo livello di scontro, in cui ogni piccolo incidente può rapidamente degenerare senza che nessuna delle parti voglia davvero avviare una guerra totale.
