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Regno Unito Le elezioni, amministrative in Inghilterra e per i parlamenti di Edimburgo e Cardiff, travolgono il Labour. Male anche i Tory

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LONDRA, INGHILTERRA - 8 MAGGIO: Il primo ministro britannico e leader laburista Keir Starmer si rivolge ai sostenitori e ai consiglieri comunali all'indomani delle elezioni locali presso la Kingsdown Methodist Church l'8 maggio 2026 a Londra, in Inghilterra. Ieri gli elettori si sono recati alle urne in tutta l'Inghilterra per le elezioni locali. I risultati, conteggiati durante la notte, evidenziano perdite diffuse per il Partito Laburista. Diversi consigli comunali chiave del Partito Laburista hanno perso la maggioranza, mentre Reform UK e i Liberal Democratici hanno registrato significativi progressi. (Foto di Leon Neal/Getty Images) Il primo ministro britannico e leader laburista Keir Starmer

Resta perché ha fallito. «Il Labour è stato eletto per raccogliere queste sfide. E io non ho intenzione di sottrarmici. Non bisogna attenuare il peso di questi risultati e non lo farò. Sono negativi, lo ammetto». Così un terreo Keir Starmer ieri mattina presto, dopo una nefasta notte di veglia elettorale. Alla quale si andava preparando da mesi, viste le sciagure inanellate dalla sua premiership fin da quella colossale – benché argillosa – vittoria alle politiche di un paio di anni fa.

Non si dimette ovviamente, e per ora il vagheggiato complotto dei deputati laburisti per rovesciarlo resta un bisbiglio, anzi un glaciale silenzio: nel tardo pomeriggio di ieri, Wes Streeting, Andy Burnham e Angela Rayner, considerati i principali potenziali sfidanti di Starmer, tenevano ancora le bocche cucite. A ieri sera, solo una decina di pesi leggeri del partito azzardava un’invocazione alle dimissioni. Il rendimento dei titoli di Stato, dopo i sussulti verso l’alto degli ultimi giorni, si è calmato di mezzo punto percentuale, indicando che al premier resta ancora una boccata di ossigeno politico.

L’ESITO NON È FORSE la caporetto intimata dai sondaggisti, ma rimane comunque luttuoso, in corsa per diventare il peggiore mai sofferto dal partito alle amministrative in mezzo secolo. L’Inghilterra votava per le amministrative, il Galles e la Scozia per i rispettivi parlamenti devoluti. Nel pomeriggio di ieri, quando ancora nemmeno un terzo dei risultati dei council inglesi era stato reso noto, il partito laburista aveva bruciato oltre 650 seggi e 20 circoscrizioni, tra cui Essex, Hartlepool, Redditch e Westminster, tutti caduti nel carniere di Farage tranne l’ultimo, tornato fortuitamente in mano Tory. A Holyrood, il parlamento scozzese, i secessionisti dell’Snp si riappropriano della maggioranza dei seggi senza raggiungere la maggioranza assoluta.

Ma a rendere la debacle simbolicamente punitiva è la perdita del Galles, ancestrale roccaforte rural-mineraria di quel sindacalismo riformista insulare e moderato che prende il nome di laburismo. Il senato nazionale, istituito nel 1999 dopo la cosiddetta devolution, non sarà più controllato dal Labour, la cui leader e premier, Eluned Morgan, ha addirittura perduto il proprio seggio. Con i nazionalisti di Plaid Cymru diventati primo partito, il Labour scivola in terza posizione dietro Reform. Dopo aver ammesso la sconfitta, la stessa Morgan (baronessa) ha esortato il governo di Starmer a cambiare rotta. «Dobbiamo tornare a essere il partito della classe operaia», ha osato ammettere.

È UNA RISPOSTA a denti stretti alla strategia che Starmer ha bovinamente mutuato da Morgan McSweeney, l’ex onnipotente spin doctor della losca corrente Blue Labour dimessosi per il pastrocchio Mandelson/Epstein: l’ossessiva esigenza di riconquistare il “tradizionalista” e storicamente pro-Brexit Red Wall, le circoscrizioni elettorali ex-operaie del Nord già cadute nella padella Tory, provvisoriamente recuperate da Starmer alla politiche del 2024 e ora finite nella brace di Reform.

IL SISTEMA ELETTORALE pigliatutto, l’uninominale secco vigente nel paese, fa sì che il Labour perda seggi a favore di Reform nelle ex roccaforti settentrionali del partito perché altrove sanguina voti a favore dei Verdi. I quali, nonostante gli attacchi virulenti mossi al leader Zack Polanski, colpevole di essere un ebreo antisionista e filopalestinese ergo immediatamente tacciato di antisemitismo – quella macchia trasformata in patacca dall’abuso delle destre – hanno conquistato con Zoë Garbett il loro primo council londinese, l’ex feudo Labour di Hackney.

Nel festeggiare lo storico risultato, Polanski ha dato per «morto» il bipartitismo. Mentre scriviamo, non sono ancora stati resi noti i risultati di altre storiche mete londinesi dei Verdi, come Camden e Lewisham.

SU TUTTO CAMPEGGIA il carnascialesco sorriso (ghigno?) di Nigel Farage. Con oltre 900 seggi è lui l’incontrastato dominatore di queste elezioni amministrative, fosca epifania delle politiche prossime venture (2029) più di quanto Starmer ne sia lo sconfitto. Ieri sera, quando ancora non tutti i risultati erano stati vagliati, l’avanzamento della masnada di Reform era l’unico dato incontrovertibile.

Nel Nord del paese hanno fatto registrare la temuta impennata, conquistando circa 700 seggi. Nel complesso, al netto dell’avanzamento significativo ma non eclatante dei Verdi e a un correre sul posto dei Libdem, a risaltare sono le nette sconfitte di laburisti e conservatori in un quadro politico dove la parola d’ordine resta “frammentazione”, termine asettico che evita di evocare lo spettro della polarizzazione politica come dell’arcaicità di un centro fisiologicamente contrario ad andare incontro alle esigenze di un elettorato schiacciato da un costo della vita che galoppa impazzito.