GERMANIA Manifestazioni in tutto il Paese, migliaia i ragazzi indisposti alla chiamata alla naja, che per il momento è volontaria ma diventerà obbligatoria nel caso in cui agli uffici-reclutamento non si presenterà il numero di reclute prefissato dalle forze armate. Il movimento cresce e si organizza
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Il cancelliere tedesco Friedrich Merz – Ap
Il rifiuto di diventare carne da macello per i guerrafondai, ma anche il rigetto della volontà di potenza immaginata dal cancelliere Friedrich Merz e dal ministro della Difesa, Boris Pistorius, pronti a trasformare la Germania nella prima forza convenzionale d’Europa.
Per la terza volta gli studenti tedeschi scendono in piazza per ribadire lo «Schulstreik gegen Wehrpflicht» («Sciopero della Scuola contro il servizio militare»); questa volta nel giorno-simbolo del paese: «Oggi ricorre l’81 esimo anniversario della liberazione dal fascismo e dalla guerra, e noi non vogliamo morire per il terzo tentativo nella storia della Germania di diventare una potenza mondiale» sottolinea la gioventù disobbediente che ieri ha organizzato le demo in un centinaio di comuni, dalle metropoli Berlino, Amburgo, Monaco, Colonia fino ai borghi medio-piccoli di campagna.
Complessivamente, migliaia di studenti indisposti alla chiamata alla naja che per il momento è volontaria ma diventerà obbligatoria nel caso in cui agli uffici-reclutamento non si presenterà il numero di reclute prefissato a tavolino dalle forze armate.
Per adesso oltre il 90% dei giovani in età di leva ha risposto al questionario sulla disponibilità all’arruolamento – fa sapere entusiasticamente l’Alto comando della Bundeswehr – sorvolando sulla percentuale dei «Nein» alla proposta ma ammettendo che appena il 13% delle 206 mila cittadini contattati ha spedito la risposta entro i termini stabiliti.
Per convincere l’enorme massa di riottosi poco attratti dalla “carota” dello stipendio pari a 2.600 euro al mese è stato necessario agitare il “bastone” del richiamo formale: per ora solo un ammonimento verbale ma in futuro potrebbe costare una sanzione di 250 euro, come si evince dalle misure allo studio del governo per combattere il «problema della mancata compilazione».
Un altro granello di sabbia gettato fra gli ingranaggi della macchina bellica di Merz che sogna la leadership della Germania nella difesa dell’Europa, mentre la discesa in piazza degli studenti si configura ormai come un evento per niente occasionale.
«Questo ennesimo Schulstreik dimostra chiaramente che la nostra protesta non è un episodio isolato. Siamo un movimento ampio e come tale vogliamo lottare discutendo tutti insieme su quali sono gli obiettivi e i passi siano necessari per la nostra resistenza» precisano i fautori dello sciopero, il terzo dopo le demo del 5 dicembre 2025 (data di approvazione della legge sul ripristino della leva al Bundestag) e dello scorso 5 marzo, ma il primo in cui gli studenti definiscono pubblicamente la loro strategia nei prossimi mesi.
«Prima dichiareremo i nostri istituti: “Scuole contro il servizio militare”, poi ostacoleremo la presenza dei propagandisti della Bundeswehr nelle aule, nelle biblioteche, nei cortili scolastici – proclama il volantino distribuito degli studenti – Vogliamo tornare all’educazione antimilitarista orientata alla pace, autogestita e progettata da noi studenti. In quest’ottica stiamo organizziamo incontri informativi sull’obiezione di coscienza».
In altre parole, resistenza a tutto campo contro l’idea di dover indossare gli scarponi dell’esercito, a fianco di chiunque ci stia ad allargare la base della contestazione.
«Stiamo dialogando attivamente con tutte le altre componenti sociali della gioventù tedesca: tirocinanti, lavoratori, organizzazioni giovanili e sindacati. Puntiamo a rafforzare la lotta contro la guerra e la colleghiamo al rifiuto del riarmo e alle proteste contro i tagli del welfare e l’aumento delle tasse universitarie» aggiunge uno studente del gruppo che ha elaborato la linea del moto che da studentesco si è già trasformato in un movimento politico a tutti gli effetti. Un soggetto come minimo di sinistra, almeno a giudicare dalle parole usate dagli studenti per leggere la protesta.
