Il caso Al Senato passa il dl fisco: rottamazioni e concordato. Le opposizioni: «Aiuti a chi non paga». Carburanti: lo sconto (sul gasolio) scade il 22 L’esecutivo cerca di capire cosa fare
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Il ministro dell'Economia Giancarlo Giorgetti con la presidente del Consiglio Giorgia Meloni
Invece di abbassare le tasse, che hanno raggiunto il record del 43,1 per cento nel rapporto tra le entrate e la ricchezza prodotta nel Pil, il decreto fiscale approvato ieri al Senato ha inventato nuovi modi per non pagarle. La scena si ripeterà alla Camera.
IL GOVERNO MELONI, e la sua maggioranza, intendono estendere il perimetro della «rottamazione quinquies» ai debiti con le regioni e gli enti locali: Imu e Tari, rette scolastiche non pagate, occupazione di suolo pubblico da parte dei locali, multe e affitti. Si potranno pagare scontate in un’unica soluzione entro il 31 gennaio 2027 o in 54 rate bimestrali. Cambierà anche il concordato biennale, cioè il patto con il Fisco riservato alle partite Iva. Per il 2026-27 ci sarà un mese in più, fino al 31 ottobre, per l’adesione. Si concorda in anticipo quanto si guadagna, si pagano le tasse su una cifra fissa, tenendo l’extra che riuscirai a incassare senza che venga tassato. Più altre micromisure: da un allentamento della stretta sul pagamento dei debiti con la pubblica amministrazione (Confcommercio scontenta: chiede l’abolizione) alle agevolazioni fiscali per l’America’s Cup a Bagnoli con sostegni alle agenzie di viaggio. Sono norme spot, tipiche dei provvedimenti omnibus che funestano anche la legislazione fiscale. La decantata longevità ha permesso al governo Meloni di vincere la spregevole gara del condono che ha caratterizzato una buona parte della storia della Repubblica.
NELLA DISCUSSIONE che ha accompagnato il voto del decreto (99 voti favorevoli e 56 contrari: un’altra fiducia, l’ennesima) ieri è stata notata la contraddizione tra quanto ha sostenuto Meloni, due giorni fa al Senato, sul recupero dell’evasione fiscale e i condoni di cui il suo esecutivo è diventato uno specialista. «Rottamazioni su rottamazioni, estensioni dei termini, meccanismi che conoscete solo voi ed evidentemente coloro che difendete – ha detto Francesco Boccia (Pd) – Questo governo si occupa di gestire potere e inventare modi per aggirare il fisco».
MELONI E L’INTENDENZA preferiscono glissare su questa realtà. La questione è interessante perché spiega un dato politico dei quasi quattro anni di legislatura. Chi paga più tasse sono i dipendenti e i pensionati. Visti i redditi modesti, su di loro pesa di più l’aumento al 43,1% della pressione fiscale. Il Palazzo dove garriscono le insegne dei nipotini di Almirante non intende in alcun modo, né in fondo può, affrontare un altro buco nero della Repubblica: il fatto che i soldi dati al fisco non servono a migliorare la sanità, i servizi sociali, i trasporti. Che sono definanziati, tagliati e peggiorano a vista d’occhio. Anche grazie al patto di stabilità firmato nel 2023 dall’attuale esecutivo. Allo stesso tempo, si condonano le categorie che i partiti di maggioranza sentono più vicine elettoralmente. Parliamo, in buona parte, della piccola imprenditoria e del lato più affluente del lavoro autonomo impoverito. C’è una razionalità dietro i reiterati, e fallimentari, provvedimenti del fisco in salsa meloniana. L’opportunismo fiscale è coltivato dall’alto e lo stato di necessità dei contribuenti è usato come un alibi per smantellare la residua equità del patto sociale.
IL DECRETO FISCALE è un pasticcio indigesto condito con provvedimenti di tutt’altra natura: quello degli sconti sul prezzo dei carburanti, il «dl accise bis», per esempio. Scadono il 22 maggio, ma il testo approvato ieri dal Senato non spiega cosa farà il governo tra una settimana. Si limita a dire che da fine giugno i prezzi saranno sorvegliati dal Garante. Se sarà trovata una speculazione, «Mr. Prezzi» manderà una segnalazione al ministro «made in Italy» Urso. Un mese e più è tantissimo per un governo che non sa dove prendere i soldi già oggi e non sa nemmeno che mondo troverà domani. Mandare una «segnalazione» a Urso sulle speculazioni future, senza avere idea di cosa fare la prossima settimana. È il segno di un anacronismo in cui si muove un’esperienza politica ormai affaticata.
