Terra rimossa A quasi 90 anni rieletto presidente. Dimenticati i propositi di rinnovamento di quello che un tempo era il principale partito palestinese.
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Gaza. Membri di Fatah ai lavori dell'ottavo congresso di Fatah – Rizek Abdeljawad/Xinhua
L’ottavo congresso del partito Fatah a Ramallah si concluderà oggi senza gli scossoni auspicati alla vigilia da molti militanti e simpatizzanti, ma esclusi da altri, più scettici. Dieci anni dopo il settimo congresso, mentre la questione palestinese attraversa una delle fasi più decisive e drammatiche della sua storia, con Gaza distrutta, ministri israeliani come Bezalel Smotrich che chiedono di abrogare gli Accordi di Oslo che istituirono l’Autorità nazionale palestinese (Anp), e Fatah che ha perso gran parte del consenso di cui godeva in passato a favore di Hamas, il quasi novantenne Mahmoud Abbas (Abu Mazen) ha scelto di restare al suo posto. Così facendo il presidente, a capo di Fatah e dell’Anp, ha frenato l’apertura di un dibattito non tanto e non solo sul nome del suo successore – quello designato di fatto è Hussein Sheikh, che già si comporta da presidente – quanto sulla formulazione di una piattaforma politica nazionale per tutti i palestinesi, inclusi i profughi, di fronte alle politiche di Israele e degli Stati uniti, e da proporre agli altri partiti in modo da rilanciare l’unità nazionale invocata da tutti i palestinesi. Nei prossimi giorni, peraltro, si conoscerà il nome del nuovo leader politico di Hamas, chiamato a scegliere, se non ci saranno sorprese, tra Khaled Mashaal e Khalil al Hayya.
«Il congresso si svolge in un momento in cui il movimento nazionale palestinese si trova ad affrontare alcune delle sfide più serie nella nostra lotta», aveva avvertito nei giorni scorsi Jibril Rajoub, segretario generale uscente del Comitato centrale di Fatah. L’agenzia ufficiale Wafa aveva aggiunto che le varie commissioni avrebbero discusso «dell’attuale situazione della nostra causa, con l’obiettivo di sviluppare una visione nazionale complessiva che tuteli i diritti del nostro popolo e contribuisca a rafforzarne la resilienza e la capacità di resistenza». I buoni propositi sono rimasti fuori dalla sala del congresso.
Giovedì, già nel primo giorno dei lavori, i 2.580 membri, 1.600 a Ramallah, 400 a Gaza, 400 al Cairo e 200 a Beirut, hanno votato all’unanimità per confermare Abbas presidente e leader del movimento. Nel suo discorso Abbas non ha avanzato un programma volto ad affrontare il rischio di una nuova Nakba temuta dai palestinesi e a porre fine all’occupazione militare. Piuttosto si è impegnato a portare avanti riforme nell’Anp, come gli intimano da tempo gli sponsor occidentali, ha ribadito che si terranno (quando?) le elezioni per la presidenza e il Consiglio legislativo dell’Anp, ha denunciato Israele per la confisca di fatto di circa 5 miliardi di dollari di fondi palestinesi e ha lasciato intendere che è pronto a prendere il controllo amministrativo di ciò che resta di Gaza. «Rinnoviamo il nostro pieno impegno a proseguire nell’attuazione di tutte le misure di riforma che ci siamo promessi… la nostra conferenza sul suolo della nostra patria conferma la nostra determinazione a proseguire sulla via democratica e ad aprire la strada ai giovani e alle donne», ha affermato tra gli applausi dei fedelissimi. In definitiva ha parlato quasi esclusivamente dell’Anp, mentre la base di Fatah da anni chiede di ridurre la sovrapposizione tra partito e Accordi di Oslo.
Anche ieri il dibattito sul futuro politico della Palestina è stato minimo. Gli interventi hanno deviato poco dalle scontate accuse a Israele e dalle esortazioni ad attuare la soluzione dei due Stati, in cui pochi credono ancora. Poco spazio è stato offerto alle opinioni dei prigionieri di Fatah nelle carceri israeliane, che avevano formulato una posizione sostenuta dal detenuto più noto, Marwan Barghouti. Oggi non andrà diversamente. Si prevede l’elezione di 18 rappresentanti al Comitato centrale di Fatah e 80 al parlamento del partito, più noto come Consiglio rivoluzionario. Stasera si conosceranno i risultati. Gli «abbasidi», come alcuni ironicamente chiamano i moderati fedeli ad Abbas, senza alcun legame con l’antica dinastia islamica, avranno ancora una volta il sopravvento sulla declinante corrente «arafatiana» e sulle componenti più radicali. Non si prevedono sorprese, anche se Zakaria Zubeidi, la scomoda primula rossa palestinese scarcerata un anno fa da Israele, potrebbe essere eletto.
Tante, ma ininfluenti, le voci dissidenti. Non pochi quadri intermedi hanno boicottato il congresso. Tra questi Ahmed Ghneim, stimato esponente di Fatah vicino a Marwan Barghouti, che denuncia come il gruppo dirigente emerso dopo il settimo congresso abbia «emarginato le figure storiche e i quadri più legati alla tradizione militante del movimento, escludendo le voci critiche», e invoca una azione più intensa da parte degli ex prigionieri e dei militanti più giovani, che «potrebbero difendere l’identità originaria di Fatah e impedire il definitivo svuotamento politico del movimento». Lo scrittore e poeta Mutawakkil Taha parla di «un’occasione mancata». Fatah, ha detto a un giornale locale, «doveva approfittare dell’appuntamento per una revisione profonda della propria importante esperienza politica, ridefinire programmi, leadership e strategie in relazione alla nuova realtà palestinese e porre fine alla sovrapposizione tra movimento e Anp».
Intorno alla sala del congresso di Fatah, c’è la vita reale. Ieri sera Israele ha comunicato di aver bombardato il quartiere di Rimal a Gaza city, nel tentativo di uccidere il comandante militare di Hamas, Izz el Din Haddad. Il raid compiuto da tre cacciabombardieri che hanno sganciato 13 bombe ha ucciso almeno otto persone e ferito altre 30. Non si conosce la sorte di Haddad.
Sempre ieri la Reuters ha riferito che il Board of Peace di Donald Trump, che a febbraio aveva promesso donazioni internazionali per decine di miliardi di dollari a favore della ricostruzione di Gaza, si accinge ora a chiedere al governo Netanyahu di destinare il denaro palestinese confiscato all’Anp al piano Usa per la Striscia distrutta da Israele. Un palestinese sedicenne, Fahd Owais, è stato ucciso ieri da soldati a Lubban ash-Sharqiya, in Cisgiordania. Il ministro della Sicurezza Itamar Ben-Gvir chiede di cacciare i palestinesi da Gaza e dalla Cisgiordania e di colonizzare anche il Libano, dove i raid israeliani nelle ultime 48 ore hanno causato 55 morti e 164 feriti.
