Paese reale Tra inflazione che cresce e salari a pezzi. Aumenti dalle uova alle verdure, profitti alle stelle. Trattativa continua con Bruxelles
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Supermercato – foto di Simone Spada / LaPresse
Il governo non può contare su risorse sufficienti per affrontare l’emergenza del caro energia, l’aumento della spesa militare e il sostegno ai salari in un paese che traccheggia e risparmia in vista del peggio. Tutto questo accade mentre l’imperizia, e la confusione, regnano tra i «sovranisti». Ieri l’ultimo contorcimento: il vicepremier Antonio Tajani è stato smentito da fonti anonime tra palazzo Chigi e il ministero dell’Economia. Tajani aveva ipotizzato una «manovra correttiva» per bruciare qualche altro miliardo sul caro-energia, contro il parere dei mastini della Commissione Europea. La risposta: «l’ipotesi non è sul tavolo». Una figuraccia.
La linea è un’altra: trattare con Bruxelles per allargare la clausola di salvaguardia per i fondi della difesa anche all’energia. È un lavoro tra le righe del patto di stabilità, il cappio al quale si è impiccato l’esecutivo nel 2023. Una soluzione andrà trovata già la prossima settimana quando scadrà l’ultimo sconto sul gasolio (è quasi finito quello sulla benzina). Lo scontro con l’Ue andrà avanti a lungo.
Sta di fatto che, davanti al caro-prezzi, il governo comunica un’immagine di immobilismo e impotenza. Prendiamo gli ultimi dati Istat sull’aumento dell’inflazione. Costano di più verdure, pesce, carne, legumi, uova: +5,9%. E poi, con il blocco dello stretto di Hormuz, una fiammata al 9,2% dei prezzi energetici. Ad aprile l’inflazione su base annua ha fatto un balzo al 2,7% rispetto all’1,7% di marzo. I salari, già modesti, continuano ad essere divorati dal carrello della spesa. Per una coppia con due figli +1.024 euro all‘anno, +269 per mangiare sostiene l’Unione nazionale dei consumatori.
Questi dati vanno visti in una prospettiva medio-lunga. In Italia i salari erano stati fatti a pezzi già durante e soprattutto dopo la fase acuta del Covid. Tra il 2021 e il 2025 la spesa ha prosciugato i portafogli: meno 25 per cento. E i salari sono più bassi di allora dell’8%. Nonostante gli aumenti contrattuali dell’ultimo biennio sotto il governo Meloni che non ha mancato di decontestualizzare anche questi dati, ricostruendoli in una maniera tutta sua. I fatti: a fine marzo, i contratti in attesa di rinnovo erano 29, coinvolgevano circa 4,1 milioni di dipendenti, di cui 1,2 milioni nel settore privato e 2,8 nella pubblica amministrazione. I rinnovi non hanno recuperato l’inflazione cumulata dal 2022 con la guerra russa in Ucraina.
Per capire le ragioni che stanno corrodendo la residuale credibilità dell’esecutivo vanno considerati due processi intrecciati: il declino dei salari più impoveriti d’Europa e bloccati dalla svalutazione interna dagli anni Novanta del XX secolo a favore di un aumento spettacolare dei profitti (elemento strutturale del capitalismo italiano). Poi c’è la persistenza dell’inflazione «da costi», cioè l’aumento dei prezzi dei beni primari e di quelli energetici che avviene quando le imprese scaricano su consumatori e lavoratori i loro costi. Una prova dell’esistenza di questo problema è stata data dall’Antitrust quando ha aperto un’istruttoria sulle speculazioni realizzate in questi anni dalla grande distribuzione.
Meloni & Co. hanno cercato di rimediare agendo sulla leva fiscale, in particolare sull’Irpef, per aumentare gli stipendi. Queste costose trovate da 10 miliardi all’anno (in pratica quasi una legge di bilancio) hanno prodotto vantaggi minimi o nulli per i redditi medio-bassi e non hanno dato una risposta strutturale all’emergenza salariale. Del resto, non si agisce sul fisco per aumentare le paghe, per di più con una crescita dello zero virgola. Ma è proprio quello che è stato ripetuto per tutta la legislatura.
I fondamentali dell’economia muovono verso il peggio. Ieri Bankitalia ha registrato un nuovo record del debito pubblico: 3,159 miliardi, 19,5 miliardi in più nel solo mese di marzo. E se, causa inflazione, la Bce aumentasse i tassi andrebbe peggio per la prossima legge di bilancio, l’ultima di questo governo. Volevano servire troppi padroni. Faranno pagare il conto a chi non se lo può permettere.
