Lo stretto indispensabile Le proposte di accordo fanno avanti e indietro mentre Netanyahu prepara la guerra. Teheran inventa l’Authority di Hormuz
Masoud Pezeshkian, a destra con il ministro dell'Interno pakistano Mohsin Naqvi – (Ufficio della Presidenza iraniana via AP)
Donald Trump afferma di «non essere disposto» a fare alcuna concessione a Teheran, dopo aver ricevuto la risposta iraniana sui colloqui per un accordo di pace. Il presidente Usa aveva ammonito: «Farebbero meglio a darsi una mossa, in fretta, altrimenti non rimarrà più nulla». Tuttavia, secondo alcune fonti, gli americani stavano mostrando flessibilità proponendo una deroga temporanea alle sanzioni sul petrolio iraniano in cambio della riapertura dello Stretto.
Intanto l’Iran crea un nuovo ente, l’Autorità dello Stretto del Golfo Persico (Pgsa), incaricata di gestire il traffico nello Stretto di Hormuz e dichiara che qualsiasi transito senza l’autorizzazione della nuova autorità «sarà considerato illegale». Il blocco sta riducendo rapidamente le riserve commerciali di petrolio e fertilizzanti nel mondo e aggravando la crisi alimentare globale.
TRUMP OGGI riunisce nella Situation Room il suo team per la sicurezza nazionale per discutere le opzioni militari. Nel frattempo il suo alleato israeliano si sfrega le mani in attesa di un nuovo confronto con Teheran, fissando come obiettivo le «infrastrutture energetiche iraniane» come ha riportato il Canale 12 israeliano.
Il portavoce del ministero degli esteri iraniano, Esmail Baghaei, traccia un quadro dei negoziati in corso: «Dopo la presentazione di un piano iraniano articolato in 14 punti, nonostante gli americani avessero annunciato pubblicamente il rifiuto del piano, la diplomazia ha continuato attraverso il mediatore pakistano». Secondo Baghaei, l’Iran ha ricevuto una serie di «proposte correttive». In risposta, Teheran ha presentato il proprio punto di vista ai mediatori pakistani. Baghaei, comunque, ha ribadito: «Il diritto dell’Iran all’arricchimento dell’uranio è stato riconosciuto in base al Trattato di non proliferazione», aggiungendo che questo diritto «esiste» indipendentemente da riconoscimenti esterni.
IL PRESIDENTE Masoud Pezeshkian, dal canto suo, tenta di mantenere sotto controllo gli intransigenti contrari alle trattative e di abbassare le tensioni all’interno della società in forte difficoltà economica. Pezeshkian ha sottolineato che la fermezza nei negoziati deve essere accompagnata da una gestione intelligente e non da slogan vuoti o provocazioni: «È un errore diffondere informazioni false che sostengono che il nemico è in declino mentre noi siamo in fiore. La realtà è che sia noi che loro abbiamo problemi», ha detto e ha messo in guardia dalle conseguenze del dissenso interno. «Unità, coesione, solidarietà e concordia tra tutte le etnie» sono le parole chiave del presidente per resistere alla sfida. Concludendo, Pezeshkian ha rivolto un appello alla popolazione: «Negoziamo con dignità e non faremo passi indietro. Dobbiamo collaborare per essere in grado di resistere, utilizzare tutti i mezzi possibili, chiedere aiuto a tutti, e abbandonare l’idea che alcuni siano migliori di altri. Se siamo in guerra, dobbiamo assumere una mentalità da guerra». Parole che riflettono la percezione di una situazione critica che richiede sacrifici collettivi e unità nazionale.
L’IRAN, TRA MILLE problemi, sta affrontando anche una grave crisi farmaceutica. Gli attacchi a strutture farmaceutiche, il blocco delle importazioni e la mancanza di valuta estera hanno interrotto la fornitura di medicinali e materie prime. Si registrano, secondo l’Associazione dei farmacisti iraniani, rincari del 300% e carenze di insulina, kit diagnostici e farmaci oncologici, con pazienti affetti da malattie gravi sempre più in difficoltà.
Secondo la Brown University, le famiglie americane invece hanno pagato circa 316 dollari in più ciascuna per l’aumento del prezzo della benzina dall’inizio del conflitto, mentre le difficoltà causate dalla crisi stanno colpendo severamente i Paesi a basso reddito. Carl Skau, vice direttore esecutivo del Programma Alimentare Mondiale dell’Onu, ha detto che la carenza di fertilizzanti e i ritardi nelle spedizioni – compreso il riso dall’India – rischiano di avere effetti «catastrofici», soprattutto in Africa orientale, fortemente dipendente dalle forniture dal Golfo Persico. Arriva anche l’allarme per i viaggi nell’emisfero nord: le compagnie aeree temono carenze di carburante. Il direttore dell’Agenzia internazionale dell’Energia, Fatih Birol, ha dichiarato che, nonostante il ricorso alle riserve strategiche da parte di diversi governi, le scorte commerciali «si stanno esaurendo molto velocemente».
NEL FRATTEMPO, nel Golfo si registrano nuovi attacchi con droni di origine non rivendicata. Un velivolo ha colpito una centrale nucleare negli Emirati arabi, provocando un incendio all’esterno dell’impianto di Barakah. L’Agenzia internazionale per l’Energia atomica ha confermato che la struttura resta sicura e che non ci sono state né vittime né fughe radioattive. Contemporaneamente, l’Arabia saudita ha intercettato tre droni provenienti dallo spazio aereo iracheno. Entrambi i paesi hanno attribuito indirettamente la responsabilità all’Iran o a gruppi alleati. Nel corso del conflitto di Usa e Israele contro Iran, Arabia saudita ed Emirati avrebbero condotto attacchi non pubblicizzati contro obiettivi iraniani.
IL PAKISTAN FORNISCE da tempo supporto militare ai sauditi. Islamabad ha schierato 8mila soldati, uno squadrone di caccia e sistemi di difesa aerea nell’ambito di un accordo di difesa reciproca con Riyadh. Islamabad, già mediatore tra Teheran e Washington, rafforza la sua posizione nella regione.
