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Stati uniti La guerra apre delle crepe nel partito

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Trump, Vance e Hegseth alla tomba del milite ignoto Alex Brandon/Ap Trump, Vance e Hegseth alla tomba del milite ignoto – Foto di Alex Brandon/Ap

I loro nomi online sono già oggetto di ritratti e approfondite analisi. Thomas Massie (Kentucky), Warren Davidson (Ohio), Tom Barrett (Michigan), Brian Fitzpatrick (Pennsylvania): sono i quattro deputati repubblicani che mercoledì notte hanno rotto i ranghi con il partito – o meglio con il presidente Donald Trump – e con il loro voto insieme ai democratici hanno consentito il passaggio alla Camera statunitense della War Powers Resolution, la mozione del Congresso che si appella a una legge del 1973 sui «poteri di guerra» dell’esecutivo con cui impedire ulteriori interventi militari Usa in Iran e porre fine all’intervento in Iran.

UNA RISOLUZIONE parallela a quella approvata al Senato qualche settimana fa dopo otto tentativi e la continua defezione di un senatore democratico, John Fetterman. La misura, nonostante l’approvazione anche alla Camera, resta eminentemente simbolica: perché fosse vincolante il presidente dovrebbe firmarla – è certo che invece Trump porrebbe il veto -, o essere approvata da entrambe le camere del parlamento a maggioranza qualificata.

Che la risoluzione abbia comunque un valore, e che indichi delle crepe che si stanno aprendo nel partito repubblicano sulla guerra, specialmente in vista del mid term, lo indica la reazione di Donald Trump su Truth Social: «Sono dei DEMAGOGHI!», accusa senza traccia di ironia il presidente. «Dovrebbero vergognarsi», scrive ancora Trump, che definisce il voto dei quattro repubblicani «senza senso». «Chi farebbe mai una cosa così poco patriottica», si chiede evocando la posizione del suo fedelissimo Speaker della Camera Mike Johnson, che prima della votazione era intervenuto per esortare i repubblicani a votare compatti, perché un voto a favore della War Powers Resolution avrebbe significato «compromettere» le «complesse» trattative in corso fra Stati uniti e Repubblica islamica.

LA REALTÀ PARALLELA proiettata dall’inquilino della Casa bianca è evidente nella sua risposta a un reporter che gli chiede cosa intende per «cessate il fuoco», durante quella che il giornalista Aaron Rupar definisce una «prova in vita» – una conferenza allo Studio Ovale chiaramente indetta per dare dimostrazione del fatto che Trump è ancora vivo e in salute dopo una settimana di assenza dalla scena pubblica e diverse visite mediche. Un cessate il fuoco, risponde Trump al reporter, è quando si fa fuoco «solo in modo contenuto». La sua corte di fedelissimi non brilla per risposte più sensate: «Se vuole posso chiamare il segretario della Guerra e chiederglielo», ha risposto ieri il ministro del Tesoro Scott Bessent durante la sua testimonianza davanti alla Camera, a chi gli chiedeva chiarezza sull’ambiguità della posizione statunitense sulla guerra in corso – che Washington sostiene non essere guerra poiché è in corso un cessate il fuoco. Messo di fronte all’impennata dei prezzi che colpisce anche gli americani a causa del blocco dello Stretto di Hormuz, Bessent si è dimostrato indignato: «Sfido i democratici a dirmi cosa andrebbe male con l’economia», ha detto mentre l’agenzia di rating Moody’s stima che la guerra sia costata sinora 750 dollari a famiglia, 100 miliardi di dollari in totale.

Sul perché il deputato Thomas Massie abbia votato insieme ai democratici non ci sono molti dubbi: nelle primarie forse più costose della storia statunitense, è stato sconfitto dal candidato sostenuto da Donald Trump, per punirlo della sua frequente insubordinazione – in particolare sugli Epstein Files e la sua opposizione al sostegno incondizionato degli Usa a Israele. In altri casi si tratta di deputati che hanno di fronte a sé un mid term pieno di insidie, e per questo cercano di smarcarsi dalla più impopolare delle campagne trumpiste, che più di ogni altra sta aumentando il costo della vita per quegli americani che avevano eletto Trump citando al primo posto delle loro preoccupazioni, secondo i sondaggi, solo un dato: l’economia. È il caso di Fitzpatrick e Barrett, entrambi provenienti da cosiddetti swing states. Davidson è intervenuto, sostiene, in favore della centralità del Congresso, «che deve poter dire la sua». Sulla guerra con Teheran va «definita la missione, autorizzata la missione, compiuta la missione».