Partita Persia La realtà si scontrerà a breve con le narrazioni: per gli Stati uniti il nucleare sarà smantellato e l'uranio rimosso, per l’Iran prima di parli di soldi (asset e sanzioni) e poi si vedrà. Il premier pakistano dice che i termini saranno definiti entro 24 ore. Teheran smentisce. Poi arriva Trump: la firma prevista per oggi. E lascia sul tavolo la minaccia militare
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Un murale dedicato al centrocampista iraniano Hamid Estili che segna contro gli Stati uniti in un match del 1988, disegnato sulle mura dell'ex ambasciata Usa a Teheran – Vahid Salemi/Ap
Teheran e Washington si avvicinano alla firma di un memorandum che nessuna delle due parti ha ancora divulgato interamente. Due paginette, dice il ministro degli esteri iraniano Araghchi. Due paginette che dovrebbero congelare le ostilità tra le parti, riaprire lo Stretto di Hormuz e aprire una finestra negoziale di sessanta giorni per affrontare i decenni di sanzioni e il programma nucleare iraniano. In breve, riportare tutto al tavolo dei negoziati che il 28 febbraio era stato interrotto dall’aggressione americano-israeliana.
Nel mezzo, le versioni contrastanti del «Memorandum di Islamabad», i veti incrociati delle rispettive fazioni interne e un Pakistan che fa da mediatore annunciando scadenze che nessuno rispetta.
Il premier pakistano Shehbaz Sharif ha detto ieri che i termini sarebbero stati definiti entro 24 ore. Poche ore dopo, il portavoce del ministero degli esteri iraniano Baghaei ha smentito tutto: la firma non avverrà domani (oggi, ndr), ha detto, aggiungendo con delicatezza che «non si può escludere» accada nei prossimi giorni. E poi ha aggiunto la frase più rivelatrice di tutte: «Data l’instabilità dell’altra parte, dobbiamo essere cauti». L’altra parte è Washington. Teheran dice apertamente di non fidarsi. E non ha tutti i torti.
TRUMP ha annunciato la firma per oggi e l’immediata apertura di Hormuz. E ha lasciato sul tavolo la minaccia militare: i bombardieri B-2 pronti a colpire le infrastrutture nucleari iraniane se il processo dovesse interrompersi. La versione di Washington porta Trump sul trono dei vincitori. Secondo il presidente, la riapertura dello Stretto deve essere immediata e senza condizioni. È stato esplicito nel suo ultimo messaggio: «Non ci sarà alcuno scambio di denaro». Il sollievo economico è performance-based: secondo JD Vance dovrebbe arrivare solo dopo che l’Iran avrà rispettato gli impegni nucleari. E soprattutto per Washington l’accordo dovrebbe prevedere lo smantellamento del programma nucleare e la rimozione fisica dell’uranio altamente arricchito dal territorio iraniano. Per Teheran, quella roba non è neanche sul tavolo, almeno non ancora.
Invece i 14 punti della bozza trapelata dai media iraniani disegnano un accordo super favorevole all’Iran: riapertura dello Stretto entro 30 giorni sotto gestione logistica iraniana, revoca del blocco navale statunitense, sospensione delle sanzioni su petrolio e petrolchimica, sblocco di 24 miliardi di dollari in asset congelati con metà disponibile prima ancora dell’inizio dei negoziati veri. In cambio, il dossier nucleare è rinviato alla fase successiva. In pratica: prima i soldi, poi si vedrà. Teheran ha già dichiarato vittoria. «L’Iran è il vincitore della guerra contro gli Stati uniti», dice la tv di Stato. Ma non è oro tutto quel che luccica.
Poi c’è una disputa che riguarda il controllo del Golfo Persico nel senso più letterale: chi lo governa. L’Iran vuole mantenere la gestione di Hormuz e ha ipotizzato di far pagare alle navi una sorta di tassa di servizio per il passaggio. Gli Usa rispondono che quella via d’acqua è internazionale e che la libertà di navigazione non si negozia.
Il panorama interno iraniano complica ulteriormente il quadro. Le fazioni oltranziste si oppongono a qualsiasi concessione. C’è chi sostiene che nessun accordo sia valido senza l’approvazione scritta della Guida suprema, Mojtaba Khamenei, figlio del leader assassinato il primo giorno della guerra e i cui funerali inizieranno a Teheran il 4 luglio e la sepoltura avverrà il 9 a Mashhad. Intanto il viceministro Gharibabadi ha incontrato gli ambasciatori di Russia e Cina per aggiornarli. Mosca e Pechino guardano, aspettano e non si dispiacerebbero di vedere i negoziati fallire.
TEHERAN commemora l’anniversario della guerra di dodici giorni tra Iran e Israele, avvenuta nel giugno del 2025 mentre la popolazione iraniana osserva con gli occhi di chi fatica ad arrivare a fine mese. L’inflazione sfiora il 70%. La maggior parte dei cittadini spera che l’accordo ponga fine al blocco navale e stabilizzi i prezzi dei beni alimentari e dei medicinali essenziali. I duri e puri, sostenuti dai falchi del sistema, sono ancora in piazza a sventolare la bandiera nazionale.
Ma a pesare, più di tutto, è l’incertezza di non sapere cosa riserva il futuro. In molti vedono nell’accordo l’unico strumento per evitare il collasso finanziario dello Stato. I radicali e i nazionalisti, invece, criticano la tregua, bollandola come una «ritirata» umiliante.
Alla firma del Memorandum seguirà una fase tecnica di sessanta giorni che è il cuore del problema. Lì si deciderà tutto: nucleare, sanzioni, missili, finanziamento alle milizie regionali. Lì le due narrazioni dovranno confrontarsi con la realtà. E la realtà è che i due paesi continuano a descrivere accordi diversi usando le stesse parole. Due paginette, diceva Araghchi, firmate in «forma digitale e a distanza». Il problema è che le due parti sembrano aver letto due paginette diverse.
