Limite ignoto Kostiantynivka, un ufficiale ucraino racconta la resistenza della sua brigata all’esercito russo
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Soldati ucraini effettuano evacuazioni servendosi di un drone di terra a Zaporizhzhia – Foto di Andriy Andriyenko/Ap
Fronte di Kostiantynivka, zona contesa, Vania e i suoi uomini fanno parte di una brigata di artiglieria che ora è stata riconvertita all’uso dei droni. Lo incontriamo in un caffè di Kramatorsk, che è a circa 30 km dalle postazioni più avanzate ucraine, le ultime zone gialloblu verso sud sulla mappa del Donetsk. Chiede di non essere citato con il suo vero nome perché altrimenti non si sentirebbe libero di parlare.
Iniziamo dalla cronaca: Kostiantynivka è caduta o no? «No», risponde secco e inizia a spiegare. I russi sono entrati in città, i «suoi ragazzi» si occupano sia della ricognizione sia degli attacchi e ogni tanto li vedono «sbucare» da qualche palazzo diroccato o casa colonica. «Vengono a piccoli gruppi, di notte, a volte neanche ce ne accorgiamo finché i fanti non se li trovano davanti durante le ricognizioni». Due notti fa ha piovuto, gli ucraini ne hanno approfittato per portare via i propri feriti, i russi per avanzare.
QUANDO PIOVE i droni Fpv non volano, i piccoli motori sulle eliche non ce la fanno. «Immagina che sono piccoli arnesi grandi come due palmi stesi, pesano 8-900 grammi e devono portare la batteria sul dorso e la granata sotto» con il vento forte o la pioggia non riescono a fare il loro dovere e sono gli unici momenti in cui i fanti tirano un sospiro di sollievo. «Per noi non cambia troppo, le nostre operazioni a piedi sono limitatissime, ma quando c’è un ferito da recuperare a volte ci proviamo». Raramente, aggiunge. I salvataggi sono tra le operazioni che costano di più. A volte per recuperare un soldato ferito si perdono intere squadre, perciò non si fanno più. I droni hanno cambiato la guerra anche in questo. Ora si mandano i «droni terrestri», meno famosi di quelli aerei, ma sempre più diffusi. Hanno forme diverse, sono come piccoli quad o piccole motrici, alcuni portano un rimorchio per consegnare rifornimenti o kit medici ai soldati, altri hanno il cosiddetto «sarcofago». Questi, noti come M-Haul, sono quelli più usati per le evacuazioni. Arrivano dal ferito che non deve far altro che infilarsi nel sarcofago e azionare un comando, se riesce, altrimenti lo azionano da remoto.
CHIUSO NELLA CORAZZA, che resiste «anche a 3 esplosioni» specifica Vania, il ferito è trainato dal drone terrestre verso la prima zona di sicurezza, dove è possibile prestargli i primi soccorsi senza la certezza di essere colpiti dai droni russi, poi da lì al più vicino punto di stabilizzazione. Fino a qualche mese fa i punti di stabilizzazione – avamposti medici a ridosso delle prime linee o sulla zona dei combattimenti – si potevano visitare. I dispositivi sanitari servono come l’aria al fronte e i medici chiudevano un occhio nella speranza che il servizio giornalistico potesse fargli avere qualche rifornimento. Il che, va detto, non è stato neanche così sporadico, soprattutto nei primi anni di guerra. Chiediamo a Vania se è possibile vedere il suo punto di stabilizzazione di riferimento. «Ma sei pazzo? A parte che a volte sono come macellerie, ma comunque lo teniamo ben nascosto; perdere un punto di stabilizzazione vuol dire che un intero settore rimane senza medici». In un contesto in cui i feriti nella zona grigia devono aspettare anche giorni – se sopravvivono – prima di essere recuperati, non c’è da stupirsi. Tempo fa un paramedico che frequenta il fronte dal 2023 ci aveva mostrato un video dei sacchi neri all’ingresso del suo punto di stabilizzazione. «Sai cosa c’è dentro?» aveva chiesto. Non corpi, ma arti.
UN SOLDATO che salta una mina, un altro colpito da un drone non direttamente, un ferito da schegge. È la macelleria alla quale alludeva Vania. Che ritorna al suo racconto della situazione mostrandoci un video su un attacco. «Guarda guarda» c’è un soldato che cammina da solo tra le rovine di due case, si guarda intorno e tiene il fucile con le due mani, pronto a sparare, «ecco, aspetta». In un lampo arriva un’ombra nera da un lato e il corpo si atomizza. Non sarebbe corretto dire che esplode, ma nel video sparisce proprio. Vania ride, come ridono tutti i dronisti quanto ti fanno vedere come lavorano. Mette a disagio ancora di più quando sono ragazzini che sono passati dai giochi sul pc alla guerra, ma vedere un uomo di mezza età che ride e si lascia scappare un «oooh» di esultanza è altrettanto alienante.
«QUINDI L’ARTIGLIERIA a cosa serve ora?». «Nella guerra ravvicinata? A niente». E viene da pensare che anche il giornalismo di guerra, inteso come racconto dalle prime linee, sia finito. Usciamo a fumare, racconta che ha due figlie, mostra le loro foto sorridenti in un posto molto lontano e dice, con gli occhi sospesi: «lo faccio solo per loro». Si ferma, come a ripensarci, «se non lo fai per loro cosa vale tutto questo?». Resta il silenzio delle prime ore del pomeriggio, con le strade vuote e il maledetto semaforo per non vedenti che non la smette di scampanellare. Ci spostiamo dall’ingresso per far entrare nel caffè due soldati palestrati con simboli che qualche ingenuo chiama “runici” ben in vista sulle maglie nere, hanno la barba lunga e il codino alla cosacca. Fuori ce ne sono altri a un tavolino con la pancetta e la faccia meno marziale che si immagini. Tutti facciamo parte della stessa scena assurda e sospesa.
