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Siria Due esplosioni scuotono Damasco durante la visita del presidente francese. Parigi cerca influenza nel paese arabo a danno degli Usa

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Damasco. Personale di sicurezza siriano ispeziona un veicolo bruciato vicino all'hotel Four Seasons, foto Ap Damasco. Personale di sicurezza siriano ispeziona un veicolo bruciato vicino all'hotel Four Seasons – AP/Omar Albam

L’Eliseo ha assicurato che Emmanuel Macron non ha neppure udito il rumore delle due esplosioni che ieri hanno scosso Damasco mentre era in visita ufficiale nella capitale siriana, la prima di un capo di Stato occidentale dalla caduta di Bashar Assad, alla fine del 2024, e la prima, dopo 18 anni, di un presidente francese. I due ordigni artigianali, nascosti in un’auto e in un cassonetto dei rifiuti nei pressi del ministero del Turismo, vicino al Ponte della Libertà, sono esplosi pochi minuti dopo il passaggio del convoglio di Macron diretto al Palazzo del Popolo per l’incontro con il presidente Ahmad Sharaa. Erano stati scoperti dalle forze di sicurezza, che li stavano disinnescando quando sono detonati, causando il ferimento di 18 persone, tra cui quattro agenti. L’attentato è avvenuto nonostante Damasco fosse presidiata da un imponente schieramento di polizia e agenzie di sicurezza. Solo pochi giorni fa un altro attentato, ben più potente e sanguinoso, contro il caffè Al Mushiriyya, vicino al ministero della Giustizia, aveva provocato dieci morti e 21 feriti.

La tensione ieri sera era alta nella capitale siriana. Molti interrogativi circondano questa escalation. Ai più sembra chiaro che l’attentato della scorsa settimana e quello di ieri abbiano avuto autori e finalità diverse. Mentre il primo potrebbe avere una matrice jihadista, forse dell’Isis che da oltre un anno prende di mira Damasco, le forze di sicurezza, moschee alawite e chiese cristiane, accusando Sharaa di aver dimenticato il suo passato qaedista e di avere, nei fatti, conservato in Siria il modello sociale laico del periodo di Assad, invece gli ordigni di ieri sembrano avere avuto un fine intimidatorio, volto a creare caos e ansia. «Qualche parte prova a seminare paura e sospetti per fare della sicurezza la priorità della vita della gente. L’instabilità interna sottrae tempo e risorse alla difesa dalle minacce esterne», ha spiegato al manifesto F.A., giornalista a Damasco, riferendosi alle minacce provenienti dai paesi della regione, a cominciare da Israele, che espande e consolida l’occupazione del territorio siriano meridionale.

Qualcuno parla anche di un segnale inviato a Macron, giunto a Damasco per rilanciare la posizione francese in Siria e nel vicino Libano e contrastare lo strapotere diplomatico degli Stati uniti e il peso crescente di Turchia e Arabia Saudita nelle sorti siriane. Gli interessi economici, comunque, sono preponderanti. Parigi punta a ritagliarsi un ruolo di primo piano nella ricostruzione della Siria e nella corsa per il controllo delle future opportunità nei settori dell’energia, della logistica e delle infrastrutture. La visita del presidente francese è stata arricchita da una serie di accordi sottoscritti dal ministro degli Esteri siriano Asaad al-Shaibani e dal suo omologo francese Jean-Noël Barrot nei settori sanitario, dello sviluppo istituzionale, della Banca centrale siriana, del commercio, dell’aviazione civile, del trattamento delle acque e delle soluzioni energetiche. Protagonista sarà il gruppo francese CMA CGM, che rafforza la propria presenza nei porti siriani, in particolare a Latakia, dove aveva già ottenuto un contratto da 230 milioni di euro per il loro sviluppo.

Ahmad al-Sharaa è convinto che la «geografia» aiuterà la Siria in modo decisivo. «Dopo la crisi dello Stretto di Hormuz, il mondo ha compreso l’importanza della geografia siriana, che ha acquisito un ruolo centrale quale snodo di collegamenti indispensabili», ha spiegato ieri, indicando la Siria come ponte naturale tra il Mediterraneo, l’Iraq e il Golfo. Ha aggiunto che il partenariato con Parigi dovrà diventare «un modello per le relazioni con l’Europa». Macron ha confermato le ambizioni francesi nel settore energetico, il terreno sul quale si giocherà la partita più importante. Dopo oltre un decennio di guerra, la produzione siriana di petrolio è crollata rispetto ai circa 380 mila barili giornalieri del 2010, mentre quella di gas è scesa da 8,7 a circa 3 miliardi di metri cubi l’anno. Anche la capacità di generazione dell’elettricità è precipitata da 9,5 gigawatt prima del conflitto a circa 1,6 gigawatt. Serve un rilancio immediato della produzione. Così la francese TotalEnergies ha firmato un accordo con la compagnia petrolifera siriana per avviare la valutazione tecnica del Blocco 3 offshore, al largo di Latakia. La competizione però è molto affollata. C’è il Qatar con un piano da miliardi di dollari, l’Arabia Saudita, che punta sulla riattivazione dei giacimenti esistenti, gli Emirati che consolidano la loro presenza nel porto di Tartus, e gli Stati Uniti che premono su Sharaa per favorire l’ingresso o il ritorno di ConocoPhillips e Chevron. Ieri Donald Trump è tornato ad elogiare il presidente siriano.

Assume un valore politico la decisione francese di restituire 51 milioni di euro di beni confiscati alla famiglia Assad, accompagnata dalla firma di una dichiarazione d’intenti relativa ai patrimoni che avrebbe sottratto Rifaat Assad, zio di Bashar e acerrimo rivale del padre Hafez. Nel 1984 tentò un colpo di Stato in Siria. Fallì e fu costretto a vivere per decenni in esilio, tra la Francia e altri paesi, fino alla morte, avvenuta all’inizio del 2026.