Tempo moderno Le 630 azioni previste dal Piano di adattamento ai cambiamenti climatici sono solo sulla carta. Per Legambiente «manca la volontà politica di farle»
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Puntuale, ad ogni ondata di calore che investe l’Italia, si torna a parlare di adattamento ai cambiamenti climatici, cioè degli interventi necessari per ridurre l’impatto che l’aumento delle temperature medie e il ricorrere di eventi estremi hanno sulla vita quotidiana di milioni di abitanti, in particolare ma non solo in ambito urbano. Se ne parla, brevemente, e poi si torna a dimenticare cose talmente evidenti che stanno dentro una Strategia approvata dall’allora ministero dell’Ambiente e della tutela del territorio e del mare addirittura nel giugno del 2015.
LA STRATEGIA NAZIONALE di adattamento ai cambiamenti climatici ha portato addirittura all’approvazione, nel dicembre del 2023, di un Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici. Erano già passati, a quel punto, otto anni, che in questo momento storico e nonostante l’emergenza Covid-19 che ha reso tutto per certi versi più complicato, sono troppi. A mettere in fila il cronoprogramma, è come se l’Italia volesse manifestare pubblicamente la propria inadeguatezza, sottolineando un aspetto che è palese agli osservatori più attenti: abbiamo preso il problema sotto gamba e non solo quello della mitigazione, cioè della riduzione delle emissioni; non abbiamo capito che l’adattamento è fondamentale per garantire una vita dignitosa a chi vive nel nostro Paese, in questa nuovo mondo che inizia ad essere raccontato per quel che è anche dalla letteratura, ad esempio nei romanzi Qualcosa, là fuori e Il mondo senza inverno di Bruno Arpaia, tutt’altro che distopici.
A FRONTE DI TUTTO QUESTO e anche se il Piano contiene 361 azioni distribuite in numerosi settori, siamo praticamente fermi al punto di partenza, «e continuiamo a osservare dei puntini sulla carta geografica del paese, a guardare alle buone pratiche, percependo però l’assenza di un’azione e di una visione strategica» sottolinea Stefano Ciafani, presidente di Legambiente. Eppure, già dieci anni fa, nei documenti che accompagnavano la discussione del Piano, si leggevano analisi puntuali e senz’altro informate che avrebbero potuto guidare interventi immediati: «Molte azioni efficaci si possono fare da subito e con costi nulli o comunque molto limitati, prima tra tutte un’applicazione estesa del principio di precauzione, evitando di urbanizzare aree potenzialmente a rischio dissesto e tutelando gli spazi liberi e le aree verdi (parchi, giardini, aree naturali protette etc.) soprattutto se ubicati in aree vulnerabili (fiumi, coste, etc.)». E ancora: «Investire risorse nell’adattamento climatico non è “solo azione ambientale”, ma coincide con il promuovere la qualità di vita dei cittadini e la sostenibilità dello sviluppo».
LE OLTRE 360 AZIONI PREVISTE sono divise tra Soft (norme, pianificazione, sistemi di monitoraggio, formazione, assicurazioni, raccolta dati), Green (interventi basati sulla natura) e Grey (opere infrastrutturali): le prime, sottolinea Ciafani, potrebbero essere realizzate «anche a costo zero, ad esempio, per quanto riguarda lo stress idrico, modificando la normativa relativa all’utilizzo delle acque reflue in agricoltura». Il problema sono lobby che proteggono e tutelano un settore industriale, perché non sanno leggere i benefici che comporterebbe investire in adattamento o perché sanno che quei soldi muoverebbero verso un’altra economia, capace di futuro per riprendere uno degli striscioni che 25 anni fa accompagnavano i manifestanti per le strade di Genova, durante il G8. Se pensiamo ad una delle ultime battaglie del governo italiano, quella contro la nuova direttiva sulle performance energetica degli edifici della Commissione europea, che il ministro Matteo Salvini traduce in «l’Europa non metta le mani sulle case degli italiani».
SECONDO LE STIME DELLA COMMISSIONE, ogni euro investito permetterebbe di risparmiarne almeno 10 in combustibili fossili per il riscaldamento e raffrescamento: a chi giova boicottare la direttiva, che dovrebbe entrare in vigore entro fine anno? L’Italia lo sta facendo ed è tra i Paesi europei che non ha ancora inviato a Bruxelles il proprio Piano nazionale. Eppure l’abitare, con il corollario ormai conosciuto come povertà energetica, dovrebbe essere un tema chiave in questa fase di adattamento. Ci sarebbero anche la rinaturalizzazione dei fiumi e il recupero delle aree di espansione delle piene, ma anche l’irrigazione di precisione e le misure per la conservazione della fertilità dei suoli o l’aggiornamento dei regolamenti edilizi per il caldo estremo. Si sta facendo? «È molto difficile capirlo. Sapere delle 361 azioni che cosa sia davvero in campo: non c’è uno strumento di analisi del Governo e del resto sono tanti i ministeri coinvolti. Dobbiamo pretendere di fare le cose sul serio» dice Ciafani.
NEL 2015 MINISTRO DELL’AMBIENTE (governo Renzi) era Gianluca Galletti. Undici anni dopo, il ministro si chiama Gilberto Pichetto Fratin e l’Italia ha attraversato un bel po’ di Cop (Conferenze delle parti) delle Nazioni Unite, celebrato il decimo anniversario dell’Accordo di Parigi, ma ancora non si è arrivati a passare dalla teoria alla pratica. Era già scritto più di dieci anni fa: il costo minimo complessivo in Europa di un mancato adattamento è stimato tra i 100 miliardi di Euro all’anno nel 2020 a 250 miliardi di Euro nel 2050.
LA PREVISIONE PIÙ RECENTE è invece contenuta in un documento reso pubblico nel mese di gennaio, commissionato dalla Direzione generale per l’azione sul clima (Dg Clima) della Commissione europea e finanziato dal programma Horizon Europe. Lo studio rileva che l’Ue dovrà investire circa 70 miliardi di euro all’anno in adattamento climatico fino al 2050 per rafforzare la resilienza e ridurre i rischi climatici in tutti i settori: le cifre includono 30 miliardi di euro all’anno per rafforzare la resilienza delle infrastrutture, 21 miliardi per gli ecosistemi e 12 miliardi per misure a tutela della sicurezza alimentare. L’analisi, cui per l’Italia ha contribuito il Centro euro-mediterraneo sui cambiamenti climatici, evidenzia che Francia, Italia, Germania e Spagna presentano i maggiori fabbisogni di investimento per l’adattamento, anche a causa delle loro dimensioni geografiche ed economiche. Per quanto riguarda il nostro Paese, ad esempio, servirebbero oltre 1,4 miliardi di euro di investimento annuo per proteggere i lavoratori dallo stress legato al calore.
COMPLESSIVAMENTE, L’INVESTIMENTO stimato per il nostro Paese è di almeno 10 miliardi di euro all’anno. Invece, è decaduta anche la proposta di destinare 750 milioni di euro all’attuazione del Piano nazionale. Del resto, per seguirne l’evoluzione era prevista anche l’istituzione di un Osservatorio nazionale per l’adattamento ai cambiamenti climatici, che doveva essere operativo tre mesi dopo l’adozione del Piano. È stato però creato solo nel dicembre del 2025, due anni dopo (e a dieci anni dalla Strategia nazionale): un po’ tardi, forse, per il soggetto che, tra gli altri obiettivi, dovrebbe anche curare «le attività di monitoraggio, reporting e valutazione del PNACC». Come a dire, insomma, che il Piano c’è, ma il tema non è ancora così importante e per l’Italia non serve prenderlo sul serio. Intanto, si muore di caldo: 3.000 persone all’anno di media nel nostro Paese, tra il 2000 e il 2020. Nessuno come noi in Europa. Un altro primato di cui non andar affatto fieri.
