Il governo al contrario La Camera approva la riforma elettorale che va in Senato: palesi tutte le tensioni in maggioranza, dove non c’è più fiducia tra alleati. Il leghista Molteni litiga con il ministro Lollobrigida che lo accusa di non aver votato le preferenze, mentre il Carroccio diserta il dibattito in Aula. I meloniani sorvegliano sul voto segreto, ma l’esecutivo teme l’eventuale parere della Consulta
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Proteste dell'opposizione in aula al momento dell'approvazione della legge elettorale – Massimo Percossi/Ansa

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Doppio fischio, primo tempo finito: 217 Sì, 152 No e due astenuti (gli autonomisti del Svp) a voto segreto, la maggioranza e soprattutto Giorgia Meloni ha incassato l’approvazione alla Camera del Melonellum. Ora la partita si sposta in Senato, al rientro dalle ferie.
BASTA GUARDARE l’emiciclo di Montecitorio per vedere affiorare tutte le scorie che ha lasciato a destra la tre giorni di discussione alla Camera. L’alto tradimento alla premier sulle preferenze, la caccia al franco tiratore, la fiducia sfilacciata dentro la coalizione e le prove generali di una nuova alleanza con Vannacci: nel giro di 72 ore le tensioni accumulate si sono scaricate tutte insieme. Durante la seduta, che aveva da esprimere solo le dichiarazioni di voto, tutti i banchi rimangono per lo più vuoti (non c’è neanche la diretta televisiva che avevano chiesto le opposizioni a giustificare un affollamento), ma alcuni sono più vuoti degli altri. I leghisti disertano il dibattito, compresa la dichiarazione di voto del proprio gruppo che avviene con metà dei deputati fuori dall’Aula. Per dire, l’arringa finale è affidata ad Andrea Barabotti, non un dirigente di primo piano e non una figura chiave del dossier, sarà pure un membro della commissione Affari costituzionali ma lo è da inizio giugno. Questa legge ai leghisti non è mai piaciuta e non serve nemmeno più la fatica di nasconderlo. Hanno ceduto i tanto cari collegi uninominali, in cambio hanno avuto le pre-intese sull’autonomia per le regioni del Nord.
VENENDO ALLA FIDUCIA tra alleati: il sottosegretario del Carroccio Nicola Molteni entra in Aula insieme al ministro Lollobrigida, meloniano di prim’ordine. Litigano visibilmente, si mandano a quel paese e Molteni prima di salire al suo posto fa un giro davanti agli scranni dei Fratelli inveendo. È tra quelli accusati di essere rimasti fuori dall’Aula durante il voto sulle preferenze. L’altro è il titolare dell’Economia, Giancarlo Giorgetti: questa volta è al suo posto, ma appena si chiude la votazione fila via in fretta, il presidente Fontana non ha nemmeno finito di annunciare l’esito. Il voto è segreto, ma sorvegliato: la tribuna stampa è parecchio affollata, ma non ci sono solo i cronisti. FdI ha spedito alcuni tecnici a filmare dall’alto i riottosi alleati, gli scranni di Lega e Forza Italia sono proprio lì sotto. Tanto che deve intervenire una commessa per raccomandarsi di non sporgersi troppo. Se le cose fossero andate male Meloni avrebbe sempre potuto acquisire i video.
E UN MARGINE di rischio, per quanto piccolo, c’era. «Se passerà questa legge…» esordisce Giovanni Donzelli. Il resto dell’intervento è tra la provocazione alle opposizioni («le preferenze vi avrebbero fatto uscire dai salotti») e la difesa preventiva: «Per la prima volta nella storia le opposizioni avranno una soglia garantita di rappresentanza del 45%», dice in difesa del premio di maggioranza che ha un tetto di 220 deputati più gli eletti all’estero. Sono controdeduzioni difensive: se c’è una cosa che spaventa i meloniani è l’eventuale giudizio della Consulta. Già il giorno prima sempre Donzelli si era speso in uno scambio, estemporaneo, con il dem Fornaro sulla costituzionalità del premio riguardo la conoscibilità dei candidati: «Lo dico perché rimanga agli atti del Parlamento», aveva spiegato.
SUBITO PRIMA del voto scoppia il parapiglia: le opposizioni protestano con dei cartelli («La maggioranza non c’è più: a casa!»), Riccardo Magi di +Europa prova a dare ai membri del governo una scheda elettorale con scritto «Il tuo voto non conta nulla». Poi va a muso duro contro il forzista Mangialavori che gli ha dato del «cafone» e il resto del gruppo deve separarli. Le opposizioni, ad ogni modo, sono soddisfatte della partita giocata, la spaccatura nella maggioranza è merito anche della tattica d’Aula che hanno adottato. «La palude siete voi. Il Colle non sarà mai Colle Oppio» affonda Giuseppe Conte; «La maggioranza è un colabrodo, vi manderemo a casa con qualsiasi legge elettorale» va a ruota Elly Schlein. Dopo il voto Conte scherza in Transatlantico con Donzelli: «Giovanni, hai fatto un discorso di commiato». «Sei offeso perché non ti ho ringraziato?», ribatte il meloniano. «Non mi ringraziare, ti stiamo mandando a casa».
CHI RINGRAZIA veramente in Aula è il relatore di FdI, Angelo Rossi: è stato custode ed estensore del testo, ed ha buone parole anche per le opposizioni che ricambiano con un applauso. Nazario Pagano, forzista presidente della commissione Affari costituzionali, bacia e abbraccia i tecnici del servizio studi che hanno scovato tutte le imprecisioni di tutte le versioni della legge. Poi dedica il provvedimento a Silvio Berlusconi, «inventore del bipolarismo». In chiusura annuncia il proprio voto negativo anche Bruno Tabacci: «Queso è il Randellum contro la democrazia rappresentativa, esprimo con sofferenza il mio voto contrario». Dal 1992 è stato eletto con tutti i sistemi che il Paese abbia avuto, a ottant’anni spera di provarci anche con il Melonellum.
PRIMA LA LEGGE va approvata: il testo è passato a Palazzo Madama, verrà subito incardinato in commissione ma se ne parlerà non prima di settembre. Prima ci sarà la «riflessione» invocata da Meloni dopo la debacle delle preferenze: se l’emendamento sarà riproposto per piegare gli alleati è ancora un’incognita. Come tutte le prossime mosse del governo, d’altronde.
