Medio oriente Arabia saudita, Turchia e Pakistan siglano un patto di mutua difesa. Riyadh diversifica le alleanze senza rompere con Washington
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Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, il principe Mohammed bin Salman e il premier pakistano Shehbaz Sharif ieri alla Mecca – Ap
Ankara, Islamabad e, elemento centrale, anche Riyadh, alleata di ferro di Washington, cercano la sicurezza senza gli Stati Uniti. Questa è una delle letture del patto di difesa comune che ieri, alla Mecca, hanno firmato Arabia saudita, Turchia e Pakistan. Sarebbe nata quella che alcuni hanno già ribattezzato la «Nato musulmana» e a cui potrebbero aderire altri paesi dell’Asia occidentale. Ma è meglio non correre in una regione dove le alleanze spesso si sono sgretolate rapidamente sotto i colpi degli interessi di parte. In ogni caso, l’intesa, di cui si parlava da tempo, è stata accelerata dalle conseguenze dell’attacco israelo-americano all’Iran, che hanno posto soprattutto i paesi arabi del Golfo, a cominciare dal regno dei Saud, di fronte a interrogativi centrali in materia di sicurezza. Ha pesato anche l’accordo di cooperazione sul nucleare civile tra Washington e Riyadh che Donald Trump, per compiacere Benyamin Netanyahu, ha legato alla normalizzazione delle relazioni tra il paese arabo e Israele. Una condizione che, stando a indiscrezioni di stampa, ha generato irritazione tra i sauditi, i quali invocano la creazione di uno Stato palestinese prima dell’avvio di rapporti ufficiali con Tel Aviv.
È presto per valutare quali saranno gli aspetti concreti del patto siglato ieri, al di là dell’accordo militare già esistente tra Arabia saudita e Pakistan. Islamabad, unico paese a maggioranza islamica che possiede un arsenale nucleare, da tempo addestra le forze saudite e fornisce assistenza tecnica al ricco alleato. Nei mesi scorsi circa ottomila soldati pakistani, velivoli da combattimento, droni e sistemi di difesa aerea sono stati schierati in territorio saudita. I due paesi hanno anche rafforzato la collaborazione attraverso programmi navali comuni e addestramenti congiunti. A loro ora si aggiunge la Turchia di Erdogan, che dispone del secondo esercito della Nato e di un’industria bellica in forte espansione.
Erdogan e il primo ministro del Pakistan, Shehbaz Sharif, ieri sono stati ricevuti dal principe ereditario e primo ministro saudita, Mohammed bin Salman, nel Palazzo Al Safa, in una dimostrazione di unità e forza. L’accordo, spiega la nota diffusa dalla Mecca, «ha lo scopo di rafforzare la deterrenza collettiva contro qualsiasi atto di aggressione e stabilisce che qualsiasi attacco armato contro uno qualsiasi dei tre Stati sarà considerato come un attacco contro tutti loro». Parole che sembrano indirizzate all’Iran, che nei mesi scorsi ha colpito più volte l’Arabia saudita perché alleata militarmente degli Stati uniti, ma anche a Israele che, con la sua guerra infinita su più fronti, spaventa i regnanti arabi più moderati, a eccezione degli Emirati. Abu Dhabi, in anticipo sulla Nato islamica, nei mesi scorsi ha stretto i rapporti con l’India, anch’essa alleata di Israele, firmando una lettera d’intenti volta a stabilire una collaborazione strategica nel settore della difesa.
Erdogan, Sharif e MbS hanno fatto sapere di aver esaminato «le eccellenti relazioni» tra i loro paesi e di essersi impegnati a «rafforzare ulteriormente la loro sicurezza collettiva e a promuovere la pace, la sicurezza e la stabilità nella regione e oltre». Parole che confermano come il significato politico sia il tratto più rilevante dell’alleanza. In sostanza, tre importanti potenze del mondo islamico hanno scelto una strada autonoma di fronte alla progressiva erosione del ruolo degli Stati Uniti resa evidente nei sei mesi di guerra nel Golfo. L’Arabia saudita è stata bersaglio degli attacchi dell’Iran e dei suoi alleati, dagli Houthi yemeniti alle milizie sciite irachene. E quando ha provato ad aggirare il blocco dello Stretto di Hormuz, anche Bab el Mandeb è tornato a essere un passaggio rischioso, con gli Houthi capaci di utilizzarlo come leva strategica proprio nei confronti di Riyadh. Questa vulnerabilità ha accelerato il processo. I regnanti sauditi ritengono che Washington non sia più in grado di sostenere da sola il costo della sicurezza regionale e che, pertanto, sia necessario diversificare i propri partner strategici.
Fino a pochi anni fa Arabia saudita e Turchia erano rivali. Erdogan aveva sostenuto le rivolte della cosiddetta Primavera araba e i movimenti vicini ai Fratelli musulmani, considerati da Riyadh una minaccia diretta alle monarchie del Golfo. In Libia, inoltre, i sauditi si erano schierati contro Ankara, senza dimenticare il contrasto tra la Turchia e l’Egitto, storico alleato dei Saud. Oggi lo scenario è completamente diverso. L’offensiva israeliana che ha devastato Gaza e il Libano meridionale con le conseguenti le forti tensioni con Tel Aviv, la guerra all’Iran e il graduale disimpegno americano hanno favorito una riconciliazione che si è trasformata in cooperazione strategica. Israele non commenta, per ora, ma il «Muro sunnita» sorto appena ieri era stato descritto all’inizio del 2026 come una grave minaccia da Netanyahu e persino da un leader dell’opposizione, Naftali Bennett. Anche Teheran ha forti motivi di preoccupazione. Il patto non costituisce formalmente un’alleanza anti-iraniana, ma un coordinamento stabile tra tre grandi potenze sunnite rende più complessa la libertà di manovra dell’Iran e della sua rete di alleanze regionali.
